Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
Iscriviti al nostro Feed RSS

Debito pubblico tra mercati e Commissione Ue

Gianpaolo Rossini - 08.06.2019
Quotazioni azioni e titoli

Non sappiamo quanti titoli del tesoro italiani (BOT, BTP etc.) detengano gli elettori dei diversi partiti.  Chi vota Lega o Cinque Stelle, probabilmente non ne ha tanti. Chi sostiene partiti che non amano il rigore fiscale forse non acquista Bot e Btp in abbondanza. Ma non è sempre stato così. Nel 2007 le famiglie italiane detenevano circa un quinto dei titoli pubblici mentre ora questa quotai è a poco più del 6%. Non è così in Giappone dove i cittadini sottoscrivono circa un quarto dei titoli pubblici anche se laggiù il debito pubblico è quasi il doppio (240%) di quello italiano. Nella terra del Sushi sembra esserci un approccio bipartisan condiviso sulle questioni finanziarie. Per cui invece di essere più rischiosi di quelli di paesi con bassi debiti pubblici i titoli giapponesi sono addirittura beni rifugio. L’Italia non è forte in coesione nazionale. Nel 2007, prima della grande crisi, invece eravamo più simili al Giappone. Eppure abbiamo un partito sovranista che ha il consenso di un elettore su 3 mentre in Giappone non ce l’hanno. Ma purtroppo qui da noi un approccio bipartisan al debito pubblico è improbabile, anche se non impossibile forse in futuro. Un’altra differenza tra Giappone e Italia è che da noi Banca d’Italia ed euro sistema detengono circa il 20% dei nostri titoli pubblici contro quasi il 42% della Banca del Giappone mentre circa un quarto del debito pubblico italiano (in Giappone circa 11%) è in mani straniere soprattutto in paesi di eurolandia. Di questo 19% è in banche estere e il resto in pancia alla BCE. Tra i paesi euro 135 miliardi sono in Francia, 90 in Germania, 90 in Lussemburgo, 80 in Spagna, 45 in Irlanda. I tre quarti dell’intero debito è in tasche italiane detenuto da Banca d’Italia, assicurazioni, banche e fondi. Anche se le famiglie non ne tengono molti in realtà sotto i nostri depositi bancari e le nostre polizze ci sono soprattutto Bot e Btp. Insomma sui mercati dei nostri titoli di stato, anche se non ce ne accorgiamo, c’è soprattutto “ciccia” italiana ma con una propensione a muoversi anche oltre confine in particolari circostanze.

In questi giorni però l’Italia con debito pubblico lordo al 132% del Pil deve vedersela con Commissione di Bruxelles e soprattutto proprio con i mercati finanziari. La prima sembra volerci sanzionare per debito pubblico eccessivo. Una novità. Inattesa, anche perché sono più i paesi di eurolandia che hanno un debito pubblico oltre le soglie di Maastricht di quelli in regola.  Certo, le politiche del governo italiano sono poco sostenibili e non aiutano l’economia. Ma la mossa della Commissione è politicamente pericolosa. Non potendo sanzionare l’Italia per deficit eccessivo perché in questo caso la Francia finirebbe sul tavolo degli imputati prima dell’Italia, la Commissione tira in ballo il debito pubblico italiano misurato al 31 dicembre 2018. Il quale misura la somma delle politiche di spesa e fiscali adottate nel corso del passato fino a fine 2018. Diventa perciò esercizio difficile farne ricadere la responsabilità su chi è stato in carica nel 2018 per soli sei mesi. Se poi esaminiamo il percorso del debito pubblico lordo negli ultimi dieci anni notiamo soprattutto due balzi drammatici. Il primo nel 2009 quando passa da 102 a 112 e tra 2011 e 2013 quando sale da 116 a 129 mentre dal 2014 al 2017 è fermo al 132. Il primo salto è dovuto alla crisi scoppiata a settembre 2008 in Usa. In quell’occasione a tutta Europa viene chiesto di reagire con una forte espansione della spesa pubblica. Il grave errore è che questa strada doveva essere intrapresa selettivamente ovvero solo da paesi con bassi debiti pubblici. Bruxelles non osa chiedere ai paesi con buoni conti pubblici di fare di più di quelli più deboli i cui conti pubblici si sbilanciano troppo. Questo e gli errori di politica monetaria del mai compianto presidente della BCE Trichet portano alla crisi Greca del 2010-2011 e alla caduta di Irlanda, Spagna e Portogallo. Proprio nel 2011 abbiamo il secondo drammatico salto del debito pubblico del Bel Paese. Qui i gravi errori sono tre. Il Governo Berlusconi insiste in una politica espansiva non sostenibile. L’Europa impone ad un paese fragile sotto il profilo dei conti pubblici come l’Italia di contribuire a salvare paesi deboli. In terzo luogo si impone di contabilizzare questi aiuti-prestiti nel debito pubblico (lordo) impedendo di usare la misura più sensata del debito pubblico netto.  L’Italia è coinvolta nel salvataggio dei partners di eurolandia in difficoltà perché debole nei conti pubblici ma solida su quelli con l’estero. Insomma quando c’è bisogno di denaro italico la debolezza pubblica passa in secondo piano perché conta solo quella con l’estero. Che invece oggi, che l’Italia è ancora più solida sull’estero, non rileva più. I governi seguiti a Monti, soprattutto con Renzi mantengono il debito pubblico stabile. Il carico di responsabilità dell’attuale governo non appare quindi così forte dal punto di vista del debito pubblico. Ma ciò che pesa sono le scelte fiscali e di spesa che si proiettano sul futuro. E ancor di più le uscite anti Euro e anti Ue che costano all’Italia cifre colossali e causano debolezze negoziali sui temi del governo della Ue e dell’euro. Certamente la Commissione avrebbe dovuto limitarsi ad una ammonizione e a consigli piuttosto che aprire una procedura di infrazione, politicamente poco responsabile perché diminuisce la popolarità delle istituzioni europee in Italia ed è un segnale negativo ai mercati di cui l’Italia non ha bisogno, indipendentemente dal colore del governo del bel paese. Non vorremmo tra qualche anno ricevere le scuse del presidente di turno della Commissione alla stregua di quello che ha fatto Juncker qualche mese fa, nei confronti della Grecia, riconoscendo che l’Europa nel 2011 fu troppo severa con gli ellenici.

Ma il vero macigno con cui dobbiamo confrontarci sono le reazioni dei mercati finanziari dove si parla soprattutto italiano e che certamente osservano le prese di posizione della Commissione. Ma c’è una piccola-grande differenza tra Commissione e mercati che il governo italiano deve ricordare: con la Commissione si può discutere e contrattare, con i mercati no.