Ultimo Aggiornamento:
21 novembre 2020
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Covid, Dpcm: un quadro generale confuso

Luca Tentoni - 07.11.2020
Dum Romae

Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur. Il dibattito che ha portato al varo del nuovo Dpcm ha fatto emergere le incertezze di tutti i soggetti coinvolti: il governo, il presidente del Consiglio, le regioni, i partiti di maggioranza e opposizione, le forze economiche e sociali, alcuni commentatori politici. L'unico ad essere rimasto saldo in questa tempesta è stato il Presidente della Repubblica, che ha invitato tutti all'unità. Il Dpcm è un compromesso al ribasso per non scontentare nessuno: Conte ottiene un allentamento robusto delle misure rispetto a marzo e in confronto a quanto si andava dicendo nelle ultime settimane (così può rivendicare il suo "no a nuovi lockdown generalizzati sul modello della primavera"), preoccupato com'è di non scontentare troppo chi scende in strada per protestare e di salvare le aziende che - anche nelle zone rosse - continueranno a restare aperte; le regioni scaricano - di fatto - la patata bollente delle chiusure al governo, ma il desiderio di Salvini di non lasciare sola la Lombardia leghista nel ristretto novero delle zone "da chiudere" è fallito, nonostante la buona volontà di Fontana (così la locomotiva del Paese si deve mettere in coda nel trenino sanitario delle regioni, stavolta); i partiti di opposizione rifiutano l'offerta di un tavolo col governo, cercando di cavalcare la protesta e di mandare in avanscoperta i propri presidenti di regione a contrastare l'Esecutivo; le imprese e i settori produttivi ottengono molto più di quanto ebbero a marzo, tanto che - forse sulla scorta delle proteste di piazza - non si salvano solo le fabbriche e (in buona parte del Paese) i negozi, ma anche i parrucchieri (persino nelle zone rosse); pareggiano la partita, infine, l'ala intransigente della maggioranza (pro-lockdown) e quella aperturista (se ci si riflette, rispetto a due mesi fa le scuole tornano di fatto chiuse, ma le novità riguardano solo bar, ristoranti, musei, cinema e teatri). La filosofia di fondo non detta è che, non potendo ammettere che l'apertura delle scuole ha ingolfato i trasporti pubblici e favorito la diffusione del virus (non è un caso che i centri della pandemia siano le grandi città e le zone nelle quali c'è molto pendolarismo, cioè dove non si sta chiusi meno di mezz'ora su un autobus, un treno o un vagone della metropolitana) si è di fatto ripristinata la situazione di fine agosto, con l'aggiunta dei "coprifuoco" che evitano le cene al ristorante ma soprattutto la "movida" giovanile (che qualche grave danno l'ha fatto in estate, nonostante molti commentatori si affrettino con molto zelo a giustificare comportamenti che forse sono stati un po' avventati). In questa partita tutti guadagnano qualcosina e cedono altrettanto: ecco perché il nuovo Dpcm non solo pare figlio di nessuno (oltre ad essere la miglior pubblicità possibile contro il nuovo Titolo V e l'autonomia regionale) ma è anche qualcosa che non fa i conti definitivamente con il convitato di pietra del virus, il quale potrebbe allentare la presa, ma certo non scomparirà presto con misure non paragonabili a quelle di marzo-aprile (che hanno richiesto due mesi di confinamento per rendere meno drammatica la situazione). I governatori hanno, come il presidente del Consiglio, giocato un pochino allo scaricabarile, con un esito tutto sommato compromissorio. Chi, in alcuni partiti ma anche dalle colonne dei giornali, sperava che l'aggravarsi della situazione avrebbe convinto tutti a varare un governo di "solidarietà nazionale" che emarginasse i grillini e cacciasse Conte, è rimasto deluso. Del pari, i Cinquestelle e il presidente del Consiglio sono ormai costretti a camminare non più sul sentiero della gloria di marzo-aprile ma su quello impervio di sondaggi impietosi: ormai il Movimento ha scelto il "primum vivere" (per restare al governo il più a lungo possibile ed evitare elezioni che decimerebbero il numero degli eletti azzerando la classe dirigente pentastellata). Se, da una parte, Renzi ripone i sogni di gloria (rimpasto), dall'altra Conte ha capito che un suo eventuale partito (che un giorno poteva essere un'opzione) è ormai svanito all'orizzonte (sempre che il presidente del Consiglio abbia davvero sperato di veder concretizzata questa ipotesi). Nel frattempo, mentre anche i sostenitori della borsa e quelli della vita sembrano ritrovarsi non troppo contenti ma non sconfitti alle prese con il nuovo Dpcm, il contagio avanza. Pochi italiani - soprattutto nelle regioni più colpite - non hanno notizia di conoscenti, amici o addirittura familiari che non si siano contagiati (da asintomatici o meno). In molte case l'urgenza di un tampone o di un prelievo sierologico, che in primavera era poco più di un'ipotesi remota, è diventata realtà. In questa situazione così confusa, col Capo dello Stato che cerca di mettere ordine e allineare ai canapi i partiti nervosi e riottosi come prima della partenza del palio di Siena, la democrazia italiana è presa di mira dai violenti che cercano in piazza uno spazio politico e mediatico che a nessun costo può essere loro concesso. Sul piano sanitario, forse, non siamo al livello di marzo, ma su quello della coesione nazionale stiamo molto peggio. La democrazia italiana è forse anch'essa diventata (per ora) asintomatica?