Ultimo Aggiornamento:
21 novembre 2020
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Contrastare la mobilità parlamentare, ma nel rispetto della Costituzione

Daniele Coduti * - 01.03.2016
Transfughismo

Il passaggio di un parlamentare dal gruppo espressione della forza politica in cui è stato eletto ad altro gruppo non è un fenomeno nuovo, ma la sua frequenza è aumentata con la scomparsa dei partiti “tradizionali”, caratterizzati da una forte carica ideologica, e la transizione alla c.d. seconda Repubblica. Nell’attuale legislatura il fenomeno pare accentuato sia dalla sfaldatura dello schieramento politico di centrodestra, che non riesce a trovare efficaci fattori di aggregazione (ideologici, programmatici o di leadership), sia dal ruolo ricoperto dal PD e dal suo segretario. Il PD, infatti, è oggi il partito italiano maggiormente strutturato, con una chiara leadership e con regole di funzionamento definite e che garantiscono la democrazia interna; inoltre, la sua posizione di forza di governo che, però, non ha la maggioranza assoluta in Parlamento, favorisce sia la transizione di deputati e senatori verso i gruppi parlamentari del PD, sia la formazione di nuovi gruppi, che, seppur di ridotte dimensioni, possono essere determinanti per la sopravvivenza del Governo o per l’approvazione di singole leggi.

Il fenomeno del “transfughismo” parlamentare si accompagna inevitabilmente alla discussione sulla necessità di adottare misure che lo contrastino, alimentata anche dalla recente iniziativa del M5S – relativa alle prossime elezioni per Roma Capitale – di sanzionare con “almeno” 150.000 euro gli eletti del movimento che dovessero violare le regole del codice di comportamento appositamente redatto. Tale iniziativa ha avuto una considerevole eco sui mezzi di informazione e ha sollevato molte polemiche per la sua presumibile illegittimità. In effetti, la sanzione economica ipotizzata dal M5S, pur se limitata all’ambito comunale, sembra in contrasto quantomeno con il divieto di mandato imperativo, che rappresenta un principio di carattere generale e di rilievo costituzionale.

La circostanza che una soluzione del genere non appaia praticabile, tuttavia, non comporta che non vi siano strumenti – del tutto legittimi – per contenere la mobilità parlamentare, tra i quali va annoverata la modifica dei regolamenti parlamentari (e, a livello locale, dei regolamenti dei Consigli regionali e comunali). Invero, più volte si sono ipotizzate riforme regolamentari volte a contenere la “transumanza” parlamentare, alcune delle quali di dubbia costituzionalità (ad esempio, il divieto di cambiare gruppo parlamentare); talune modifiche, però, non sollevano problemi di legittimità e, al tempo stesso, potrebbero risultare molto efficaci.

Innanzitutto, si potrebbe aumentare il numero minimo di componenti richiesto da ciascun regolamento per la costituzione di un gruppo – che attualmente è fissato in 20 deputati e 10 senatori –, limitando altresì la possibilità di costituire gruppi in deroga a tale numero. Aumentando il numero di membri necessario a costituire un autonomo gruppo parlamentare, si ridurrebbe la capacità di pochi elementi fuoriusciti dai principali gruppi di creare nuove entità autonome, che talvolta esistono solo nelle Aule parlamentari e non hanno alcun collegamento con le forze politiche presentatesi alle elezioni. In questo modo, i parlamentari che ritenessero di non poter più restare nel gruppo espressione del partito con il quale sono stati eletti, anziché creare un nuovo gruppo parlamentare, dovrebbero confluire nel gruppo misto.

Ciò conduce alla seconda serie di possibili riforme regolamentari, relativa proprio alla disciplina del gruppo misto. All’interno di tale gruppo è possibile formare le c.d. componenti politiche, che sono composte da un numero di parlamentari insufficiente a costituire un gruppo autonomo e alle quali sono attribuite talune prerogative. Questa disciplina può incentivare lo spostamento di parlamentari di diversi schieramenti politici nel gruppo misto e la formazione di componenti politiche al suo interno per sfruttarne i vantaggi, sicché, per frenare tale tendenza, si potrebbe intervenire sui regolamenti parlamentari, consentendo di costituire componenti politiche solo in ipotesi limitate, come nel caso di parlamentari che rappresentino minoranze linguistiche tutelate dalla Costituzione.

Le modifiche ipotizzate non violerebbero il divieto di mandato imperativo, ma consentirebbero di ridurre il numero di gruppi parlamentari e renderebbero meno allettante l’eventualità di spostarsi nel gruppo misto, limitando – forse – la mobilità parlamentare ai soli casi in cui l’eletto sia irrimediabilmente in dissenso con il gruppo di provenienza.

È inevitabile, peraltro, che simili proposte di riforma risultino poco gradite ai gruppi parlamentari di minori dimensioni, quindi spetta ai partiti maggiormente rappresentati in Parlamento farsene promotori, rinunciando a ipotizzare soluzioni ad alto impatto mediatico ma dalla dubbia legittimità.

 

 

 

 

* Ricercatore confermato di Diritto costituzionale, Università degli Studi di Foggia