Ultimo Aggiornamento:
06 luglio 2024
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Centrosinistra: ripartire dai territori

Luca Tentoni - 05.07.2023
Giacomo Possamai

I risultati delle ultime elezioni amministrative e regionali segnano una difficoltà del centrosinistra nel guadagnare posizioni. Per essere più precisi, nei capoluoghi di provincia la partita con la destra è finita male, tranne che in alcuni casi (come Vicenza) dove il candidato si connotava come civico e aperto alla società civile. Eppure, l'analisi della sconfitta fatta dal Pd - Molise compreso, dove l'abbraccio col M5s si è dimostrato come sempre letale - non è esaustiva. Sembra che, in fin dei conti, tutte le energie e le prospettive siano volte verso la "battaglia finale" delle europee del 2024, quando si voterà con la proporzionale. È come andare a giocare alla roulette e puntare tutta la posta su un singolo numero. Bisognerebbe invece considerare che i capoluoghi di provincia, le grandi città (anche le piccole e medie che non sono state ancora perse) e le poche regioni rimaste (Toscana, Emilia-Romagna, Campania e Puglia: al prossimo turno il Pd è certo di riconquistarle?) sono l'unico patrimonio di un partito in crisi di identità e di risultati. Quando il centrosinistra (anche prima della nascita del Pd) ha dovuto affrontare lunghe "traversate nel deserto", durante i governi di centrodestra guidati da Berlusconi, c'era una forte presenza sul territorio. Il controllo della stragrande maggioranza dei capoluoghi e della maggioranza delle regioni (o almeno della metà) dava all'alleanza sia il radicamento necessario, sia la spinta a selezionare classe dirigente che potesse essere protagonista a livello nazionale, sia l'importanza di mantenere un dialogo con gli elettori (in un rapporto nel quale "il partito dei sindaci" - che pure non piaceva a D'Alema - era però fondamentale per collegare centro e periferia). Quando affrontava le campagne elettorali nazionali il centrosinistra non era mai "solo", ma aveva una robusta retrovia di amministrazioni comunali, provinciali e regionali: una classe dirigente di "riserva" e un rapporto capillare con gli elettori. Tutto questo si è perso gradualmente, ma più rapidamente dopo il 2014, quando si è pensato che fossero soltanto le fortune del capo a produrre quelle del partito. Se vogliamo, non fu così solo con Renzi, ma anche un po' adesso: la Schlein è stata eletta con una funzione "salvifica" dai partecipanti alle primarie (smentendo il voto di chi nel partito si impegna tutti i giorni per tenere vivo il contatto con le persone, cioè gli iscritti). Frattanto, il retroterra si assottiglia: non basta governare Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna per pensare di ripartire dai territori. L'esito delle ultime comunali e regionali può ripetersi, moltiplicarsi, desertificando ciò che ha dato spesso al centrosinistra e al Pd la spinta per ripartire sul piano nazionale. Nel 2005, l'anno prima delle elezioni che diedero l'ultima delle due vittorie a Prodi, le regionali regalarono al centrosinistra il controllo di tutte le regioni a statuto ordinario tranne due (Lombardia e Veneto). Sul piano dei voti di lista, si superò con l'Unione il 50%, che poi divenne poco più del 49% alle politiche (record assoluto). Nel 2013, invece, a livello nazionale centrodestra e centrosinistra finirono quasi pari alle politiche, entrambi sotto il 30%. Il centrodestra ebbe le sue difficoltà, ma già nel 2019 aveva recuperato i voti persi verso il M5s; il centrosinistra ha avuto grandi exploit (2014, 2015) ma i voti del 2008 (non parliamo di quelli del 2006) non li ha più ripresi. Il centrodestra non ha mai potuto contare molto sul territorio (tranne i casi importantissimi del Veneto e della Lombardia, vere roccaforti inespugnabili e granai di consensi) quindi ha puntato sull'unità della coalizione e sulla duttilità degli elettori (i quali hanno sopportato che la Lega facesse un governo col M5s senza FI e FdI, poi che Lega e FI ne facessero uno con Draghi senza FdI). Per contro, il centrosinistra ha scelto la via di un leaderismo non suo, ha sottovalutato l'importanza della presenza locale (proprio mentre tanti amministratori davano prova di buon governo e si impegnavano a restare in sintonia con gli elettori) e non ha recuperato voti dai Cinquestelle (forse perché il modo migliore è competere con loro, non odiarli e neppure blandirli, come si è fatto errando nei due casi estremi del 2014 e di oggi). Se oggi il centrosinistra e in particolare il Pd vogliono avere una speranza, consegnino lo scettro ai tanti amministratori locali che sanno come si vince e come si dialoga col territorio (e che, soprattutto, sono a contatto con i veri problemi delle persone). Ricominciare dal basso, non dal partito dei sindaci ma da una "costituente civica per il centrosinistra" (centro e sinistra, non solo sinistra) può essere la via per riprendere il cammino e guardare con fiducia al futuro.