Ultimo Aggiornamento:
18 gennaio 2020
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C’è da imparare anche dall’analisi delle elezioni europee

Marco Almagisti * - 16.11.2019
Introduzione alla politologia storica

Nella letteratura sugli studi elettorali mancava una monografia espressamente dedicata all’analisi sistematica delle elezioni europee nel nostro Paese. Ora questa lacuna è colmata dal libro Le elezioni europee in Italia. Un percorso fra storia e dati. 1979 – 2019 (il Mulino, Bologna), scritto da Luca Tentoni, uno studioso molto attento all’evoluzione storica dei dati elettorali e che l’anno scorso aveva pubblicato, sempre per la casa editrice bolognese, Capitali regionali, un denso volume dedicato al voto nei capoluoghi di regione italiani in età repubblicana.

Con la sua tipica scrittura, semplice e mai banale, limpida e farcita di dati, Tentoni ci guida in una ricognizione delle nove tornate elettorali europee svoltesi, in Italia, fra il 10 giugno 1979 e il 26 maggio 2019, indicando tre percorsi paralleli: il primo è incentrato sul tempo, ossia sul raffronto fra i suffragi ai partiti da un’elezione europea all’altra; il secondo, invece, è legato allo spazio, segue cioè la differente distribuzione territoriale dei consensi alle forze politiche; mentre il terzo confronta tipi differenti di elezioni: ossia il voto per le elezioni europee con quello per le politiche, segnatamente per la Camera dei Deputati. In particolare, questo terzo percorso risulta significativo, dal momento che le elezioni europee hanno avuto - ed hanno tutt’ora - un risvolto nazionale e vengono “lette” spesso nella prospettiva della politica interna, al fine di ricavare indicazioni relative ai rapporti di forza fra le forze politiche nell’arena domestica.

Opportunamente, l’autore allinea gli argomenti a favore della tesi che identifica ancora le elezioni europee in Italia quali second-order elections. In effetti, nel nostro Paese le consultazioni europee sono caratterizzate da bassa partecipazione (che aumenta negli anni Novanta e si accentua negli appuntamenti elettorali più recenti); dal predominio dei temi di politica nazionale rispetto alle questioni europee; dal frequente successo di partiti considerati outsider: PSI, PSDI, PR e PLI nel 1979, lo stesso PCI nel 1984 (subito dopo la scomparsa improvvisa del suo segretario Enrico Berlinguer e il conflitto con il governo Craxi sulla “scala mobile”), la Lega Lombarda, i Verdi e i Verdi Arcobaleno nel 1989, i Democratici e la Lista Bonino nel 1999. In generale, «la “velocità” e l’intensità del cambiamento di voto sono maggiori alle europee (in rapporto alle politiche) che alle elezioni nazionali (fra loro)» (p. 17). Data la consapevolezza, da parte degli elettori, che difficilmente il cambiamento del voto italiano alle europee stravolgerà gli assetti dell’Europa, le elezioni europee divengono un’occasione per i cittadini per un voto più “libero” e per inviare segnali a differenti interlocutori: al proprio partito di riferimento, a maggioranza e opposizione o alla stessa Unione europea. In merito, i riferimenti territoriali si confermano importanti, in quanto, almeno in passato, la volatilità elettorale è risultata minore nelle regioni caratterizzate dalla presenza di una subcultura politica territoriale, soprattutto nella zona “rossa” dell’Italia centrale. Un ulteriore elemento significativo è costituito dal fatto che le europee possono rappresentare l’occasione per sperimentare liste nuove, sovente frutto dell’unione di più partiti e, da questo punto di vista, devono essere considerate quali tappe significative del lungo, tormentato e, molto probabilmente non ancora concluso, cammino che sta portando a ridisegnare completamente il profilo del sistema politico italiano rispetto alle famiglie partitiche da cui l’esperienza repubblicana ha tratto origine.

Come già Paola Bordandini e Roberto Cartocci [P. Bordandini, R. Cartocci, La geografia della cultura civica in Italia negli ultimi trent’anni, in M. Almagisti, C. Baccetti, P. Graziano (a cura di), Introduzione alla politologia storica. Questioni teoriche e studi di caso, Carocci, Roma, 2018.], anche Tentoni è convinto che le linee di frattura territoriali tuttora presenti nel nostro Paese debbono essere ricollegate a processi storici di lungo periodo, come quelli che hanno avuto luogo nel corso degli anni Quaranta, ossia in quella successione di accadimenti scanditi dai processi di crisi e crollo del regime fascista, mobilitazioni legate alla Resistenza, transizione alla democrazia, instaurazione delle nuove istituzioni democratico-repubblicane, che, a loro volta, hanno rafforzato differenti percorsi di sviluppo politico risalenti ad epoche precedenti [R. Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, Mondadori, Milano, 1993; cfr. M. Almagisti, Una democrazia possibile. Politica e territorio nell’Italia contemporanea, Carocci, Roma, 2016]. Persiste una «frattura territoriale fra la parte del Paese che votò in favore della Repubblica, nel 1946, e il Centro-Sud (Isole comprese)» (p. 25). In questa ottica, il ritorno dell’autore all’analisi del voto nei capoluoghi di regione è indicativo: nella c.d. «Italia repubblicana» i partiti della sinistra ottengono nelle prime tre elezioni europee nei capoluoghi di regione una maggioranza molto netta nei confronti dei partiti centristi, mentre il divario è minore negli altri centri. Invece, nell’Italia «monarchica» il vantaggio della sinistra nei capoluoghi è minore e scende ancora negli altri comuni. Nelle sei elezioni del secondo periodo repubblicano, i partiti di centrosinistra hanno ottenuto mediamente il 50,2% dei voti nei capoluoghi della «Italia repubblicana» (contro il 37,2% dei partiti di centrodestra), ma negli altri comuni il distacco è stato molto più contenuto, soprattutto per effetto dei consensi raccolti nei piccoli centri dalla Lega Nord. Nella «Italia monarchica» mentre il centrosinistra riesce a prevalere nei capoluoghi con mediamente il 7,7% in più dei partiti di centrodestra, negli altri centri sono i partiti di centrodestra a prevalere (3,7% in più). Questa è una tendenza che si riproduce, sino all’ultimo appuntamento elettorale, in cui il Partito democratico accentua il suo impianto elettorale urbano e metropolitano e la Lega, pur confermando il suo forte radicamento nelle regioni settentrionali, espande i suoi consensi anche nell’Italia «monarchica», soprattutto in virtù delle sue capacità di penetrazione nei piccoli centri.

Con questa ricognizione Luca Tentoni ci ricorda come le elezioni europee in Italia, mentre contribuiscono a dare forma all’organo elettivo dell’Unione, sono parte integrante della complessa trama evolutiva del nostro sistema politico. Con la ricchezza di dati e di spunti interpretativi contenuti questo libro rappresenta un contributo essenziale per la comprensione della nostra storia politica.

 

 

 

 

* Docente di Scienza Politica all’Università di Padova