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26 settembre 2020
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Buio in sala. L’altra faccia dell’America

Maurizio Cau - 28.07.2015
Roberto Minervini -

Dalla provincia americana non smettono di giungere dolenti notizie di morte, figlie di tensioni sociali  sempre pronte a degenerare in violenza (come negli scontri di Baltimora e Detroit tra la polizia e la comunità afroamericana) e dell’irrisolto problema della diffusione delle armi. L’ultima notizia in ordine di tempo è quella dell’omicidio di due donne in un cinema di Lafayette, Louisiana, ad opera di un uomo bianco che senza apparente motivo ha sparato tra gli spettatori. Obama ha espresso alla BBC la propria “estenuante frustrazione” per la mancata approvazione di una legge sul controllo delle armi, che a detta dello stesso presidente rappresenterebbe il più grande insuccesso del suo mandato.

Le notizie di violenza, morte e scontri sociali che provengono da oltreoceano si avvicendano senza sosta in una ripetitività che sembra dare assuefazione. I media italiani si limitano a dare notizia delle sparatorie e degli scontri, ma il contesto sociale e culturale in cui maturano questi episodi resta insondato, lasciando sostanzialmente inalterata l’immagine da vecchio West dalla quale la provincia americana non sembra in grado di emanciparsi.

Una buona occasione per muoversi oltre lo stereotipo, o anche solo per indagarne la tenuta, l’ha offerta di recente il cinema, che è in grado di descrivere molto meglio di altri media l’ambiente in cui il disagio sociale e la violenza prendono forma e si sviluppano. Nell’immaginario cinematografico delle ultime stagioni proprio la Louisiana sembra divenuta il paradigma delle contraddizioni della provincia americana, dove la placidità della vita delle piccole comunità è pronta a volgersi in violenza. Film come Mud di Jeff Nichols (2012) e Re della terra selvaggia di Benh Zeitlin (2012), o serie TV come la celebratissima prima stagione di True Detective (2014), raccontano l’altra faccia dell’America, quella torbida e stagnante riflessa sulle rive e sulle paludi del Mississipi. È un buon momento per i cosiddetti southern directors (si pensi ai recenti lavori del navigato Terrence Malick e del giovane David Gordon Green), ma è un film italiano, o meglio il film di un regista italiano attivo da anni negli Stati Uniti a indagare al meglio i sogni infranti, le delusioni e la rabbia che anima e abita la pancia degli Stati Uniti. Presentato con grande successo di critica al concorso dell’ultimo festival di Cannes e ora nelle sale italiane, Louisiana. The Other Side (2015) è l’ultimo lavoro di Roberto Minervini, cineasta marchigiano quarantacinquenne che dopo una laurea in economia ad Ancona ha intrapreso all’estero una carriera di studio e di lavoro in ambito cinematografico che gli è valsa in anni recenti numerosi riconoscimenti internazionali.

Quello di Minervini è un cinema che, con un’espressione che sembra tolta da un cassetto polveroso ma che non smette di significare ancora qualcosa, non si può che definire “politico”. Si tratta di cinema documentario, ma una forma di documentazione della realtà che non rinuncia a esili trame narrative. Fin dalla trilogia texana (The Passage, Bassa marea e il bellissimo e acclamato Stop the Pounding Heart) il metodo di lavoro di Minervini ha assunto caratteristiche molto personali, che prevedono lunghi periodi di immersione a stretto contatto con gli uomini e le donne che diventeranno i personaggi dei suoi film. Il rapporto mimetico con il contesto sociale che sceglie di rappresentare consente a Minervini di annullare pregiudizi e precomprensioni, lasciando spazio a un rapporto di grande complicità ed empatia con la vita dei protagonisti delle sue storie, i quali si muovono in un microcosmo rappresentativo (almeno per riflesso) delle fragilità di un Paese il cui Welfare mostra segni sempre più evidenti di affanno e di una società attraversata dalla violenza e dall’integralismo (non solo religioso).

Così era in Stop the Pounding Heart, dove si metteva in scena la vita (reale) di una ragazza cresciuta secondo i precetti della cristianità più radicale e i turbamenti che la attraversano quando incontra un giovane della sua stessa comunità che cavalca tori nei tornei di paese. Così è in Louisiana, efficace affresco che racconta di guerrieri che abitano boschi, di paramilitari armati di tutto punto che vivono in guerra con lo Stato e sono pronti a resistere alla minaccia di una presunta invasione da parte dell’ONU, di tossicodipendenti e spacciatori di metanfetamine. A essere raccontata è un’America in corto circuito, attraversata da paranoie e da un’ostilità nei confronti delle istituzioni e della società che nasce dalla (e conduce alla) emarginazione più estrema.

A colpire, nel cinema di Minervini, è prima di tutto l’equilibrio tra la schiettezza del cosiddetto cinema-verità e l’utilizzo di una grammatica cinematografica sofisticata e tutt’altro che scontata. La militanza del suo cinema, che guarda ai grandi modelli del reportage fotografici di guerra, non concede nulla alla retorica polemica e ideologicamente orientata che muove il cinema documentario d’inchiesta. I quadri che mette in scena sono attraversati, ancor prima che dall’ostilità nei confronti di uno Stato incapace di curare l’emarginazione che egli stesso alimenta, dalla paura per un futuro in cui non sembra trovare spazio la speranza e in cui il patto di rappresentanza che lega i cittadini alle istituzioni sembra irrimediabilmente saltato. A sembrare in decomposizione sono, così, non solo i membri di questi piccoli ghetti bianchi relegati ai margini di una società che non sembra volersi far carico del loro destino, ma più in generale gli stessi equilibri di un Paese attraversato da chiari segni di violenza e di disgregazione, pronti a lasciare gli schermi per trasformarsi in fatti di cronaca. Cronaca nera nel buio di una sala di provincia.