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Bilancio dei ballottaggi nei capoluoghi di regione

Luca Tentoni - 25.06.2016
Ballottaggio 19 giugno 2016

Il turno di ballottaggio delle elezioni comunali nei capoluoghi di regione ci ha riservato alcune conferme e parecchie sorprese. Il primo dato in controtendenza riguarda il rendimento dei candidati sindaci: al primo turno, i voti ai soli aspiranti primi cittadini erano stati appena il 4,4% sugli aventi diritto. Tuttavia, al secondo turno i due rimasti in lizza hanno mediamente ottenuto il 31,27% di voti in più rispetto al primo: un indice record se confrontato con le consultazioni precedenti, tranne quelle degli albori della Seconda Repubblica (1993-'95: 36,46%). Su dodici candidati in gara nei sei capoluoghi di regione, solo uno (Lettieri a Napoli) ha ottenuto il 19 giugno meno consensi che al primo turno (circa 4800 in meno). Nella storia dei ballottaggi (1993-2013) su 44 candidati erano stati nove quelli con meno voti al secondo turno (il 20,5%). Il dato aggiornato al 2016 è invece il seguente: su 28 ballottaggi e 56 candidati, solo 10 (17,9%) hanno perso voti rispetto alla prima votazione. Resta da capire quanto abbiano influito - in questo recupero di consensi - i profili dei candidati del 2016 o, piuttosto, l'afflusso degli elettori dei concorrenti esclusi al primo turno (in altre parole: il voto "contro" uno dei due rimasti in lizza). La differenza, sul piano politico, non è irrilevante. Quel 31,27% in più è quasi il doppio del 17,7% fatto registrare nel periodo 1993-2013. C'è, inoltre, un dato generale da rilevare: anche stavolta in nessun capoluogo di regione i candidati hanno ottenuto più voti al secondo turno rispetto al complesso dei concorrenti in lizza al primo. Anzi: a fronte di un 6,7% di voti "non recuperati" in ballottaggio (finiti nell'astensione) fra il 1993 e il 2013, nel 2016 il valore è salito all'11,6%. Segno che tutti i valori (di recupero e di mancato recupero degli "elettori orfani") sono condizionati dall'alto numero di suffragi ottenuto dagli aspiranti sindaci esclusi dal ballottaggio. Il rendimento degli ammessi al secondo turno va dunque valutato tenendo conto di questa massa di elettori "liberi" più ampia che in passato. Avevamo visto in uno dei precedenti interventi su Mentepolitica che nel ventennio 1993-2013, nei sette capoluoghi considerati, su cento voti conquistati al primo turno da tutti i candidati, 85,33 erano dei due giunti al secondo, dove questi ultimi avevano in media ottenuto 93,29 voti. Questa volta, i candidati ammessi al ballottaggio hanno conseguito solo 67,34 voti su cento e ne hanno avuti 88,40 al ballottaggio. Inoltre, bisogna ragionare sui dati distinguendo fra diverse realtà territoriali. Se dividiamo in fasce la variazione percentuale dei voti fra primo e secondo turno, notiamo che nel 2016 in un caso l'incremento è stato inferiore al 10% (Napoli, 3,1%), in uno fra il 10 e il 20% (Milano, 15,4%), in uno è stato fra il 20 e il 30% (Trieste, 25,72%) ma nei restanti tre ha superato il 30% (Roma 48,3%; Torino 33,5%; Bologna 42,8%). In sintesi: nel 50% dei casi l'incremento è stato superiore al trenta per cento, mentre nel periodo 1993-2013 ciò era avvenuto solo nel 36,4% dei ballottaggi. Prima di analizzare i rendimenti dei candidati nelle città, è opportuno partire da un dato generale che ha influenzato l'intera competizione del 2016: l'offerta politica è stata multipolare. Gli effetti si sono visti: non abbiamo avuto più soltanto ballottaggi solo fra centrosinistra e centrodestra, ma soprattutto siamo passati da una situazione di sei comuni su sette al centrosinistra (tranne Napoli dove nel 2011 era stato eletto De Magistris) a un quadro "arcobaleno" (Bologna, Milano e Cagliari al centrosinistra, Roma e Torino al M5S, Trieste al centrodestra, Napoli di nuovo a De Magistris). La particolarità di ciascun ballottaggio ha perciò determinato il recupero (o meno) dei voti dei candidati esclusi e avuto ripercussioni persino sull'affluenza alle urne. Se infatti prendiamo per base il dato complessivo dei sei comuni capoluogo di regione dove si è votato il 19 giugno, vediamo che l'affluenza è passata dal 55,8% del primo turno al 49% del secondo. Il calo del 6,8% non è però omogeneo, perchè a Milano e Torino (dove la partita era molta aperta e combattuta) è stato del 2,8%, mentre a Roma, Trieste e Bologna la diminuzione è stata del 6-6,5% e a Napoli è stata addirittura del 18,2%. Non è un caso, perchè la competizione nel capoluogo campano aveva alcune caratteristiche peculiari: 1) non c'era in lizza un candidato del Pd (quindi gli esclusi non potevano votare "contro Renzi"); 2) le forze escluse dal ballottaggio avevano elettorati poco compatibili con i candidati giunti al secondo turno (la distanza fra il Pd e De Magistris è notevole, mentre per un elettore del M5S può essere apparso inutile andare alle urne per un ballottaggio che era la fotocopia di quello del 2011); 3) i Cinquestelle normalmente ricevono voti dal centrodestra in funzione anti Pd ma non "ricambiano il favore" quando il proprio candidato non è in ballottaggio; 4) fra i voti raccolti da De Magistris e Lettieri al primo turno (circa 270mila, il 34,21% sugli aventi diritto) e quelli del secondo (278mila, il 35,28%) c'è una differenza minima (del resto, al primo turno i due avevano raccolto il 66,8% dei voti contro il 66% del primo turno 2011); 5) a Napoli la vittoria di De Magistris era data per scontata da molti, al punto tale che la mobilitazione fra primo e secondo turno è stata scarsa: il sindaco uscente ha guadagnato 13mila voti e il suo sfidante ne ha addirittura persi 4mila. Nel capoluogo campano, dunque, era difficile ipotizzare un esito diverso da quello che si è puntualmente verificato. Per quanto riguarda il quadro generale dei sei ballottaggi, è interessante notare che il rendimento dei candidati di centrosinistra è stato leggermente inferiore (in valore percentuale sui voti espressi) in confronto al primo turno, così com'è accaduto a quelli di centrodestra, mentre le due candidate del M5S (Raggi e Appendino) hanno avuto un rendimento di gran lunga superiore rispetto al 5 giugno (l'afflusso – soprattutto dal centrodestra - è stato dunque non marginale). Affrontato il "caso Napoli" (che, come abbiamo visto, riguardava un confronto molto particolare ed escludeva sia il Pd, sia il M5S) restano gli altri cinque capoluoghi di regione, che possiamo dividere in due gruppi a seconda del tipo di competizione: da un lato Roma e Torino (Pd contro M5S) e dall'altro Milano, Trieste e Bologna (Pd-centrosinistra contro centrodestra). La Capitale e il capoluogo piemontese hanno in comune una forte rimobilitazione degli elettori "esclusi": a Roma Raggi e Giachetti ottengono insieme 1.147mila voti contro i 774mila del primo turno e il milione e 287mila di tutti i candidati del 5 giugno; a Torino Appendino e Fassino conquistano 371mila consensi contro i 278mila del primo turno e i 382mila di tutti i concorrenti del 5 giugno. La differenza di risultato fra Fassino e Giachetti sta in due fattori: il primo era sindaco uscente in un quadro cittadino in cui il Pd è ancora abbastanza radicato (al primo turno, il partito torinese e le liste riconducibili al candidato hanno ottenuto il 34%, mentre quello romano si sono fermate intorno al 23%; nel complesso, la "coalizione Fassino" ha avuto il 5 giugno il 41,9% dei voti, mentre la "coalizione Giachetti" è arrivata solo al 25,4%); in secondo luogo, Roma veniva da un commissariamento (drammatico) del comune e Torino no. Le due candidate del M5S hanno fatto registrare una performance non dissimile: Raggi, a Roma, ha guadagnato 317mila voti al secondo turno mentre Giachetti ne ha ottenuti solo 56mila più del 5 giugno; Appendino, a Torino, ha incrementato i propri consensi di 84mila unità contro le 8.800 di Fassino. La sproporzione, l'astensionismo aggiuntivo non alto a Roma e decisamente basso a Torino hanno fatto il resto, unitamente ad una confluenza sui Cinquestelle dell'elettorato "escluso" (soprattutto di centrodestra) che è stata evidente e marcata. Del resto, in 20 ballottaggi comunali nei centri maggiori (tutti con un avversario del centrosinistra), il M5S ne ha vinti 19, mentre in quelli fra centrosinistra e centrodestra non c'è stata una tendenza così forte "contro" i candidati del partito di Renzi (anche se, sui 25 capoluoghi di provincia dove si è votato, il Pd è passato dal 20 comuni amministrati a 8, il centrodestra da 4 a 10 e il M5S da zero a 3). Nei tre capoluoghi di regione (Milano, Bologna, Trieste) dove i Cinquestelle non erano in ballottaggio (e la competizione era quella tradizionale della Seconda Repubblica: centrosinistra contro centrodestra) il Pd conferma due comuni su tre, mancando per poco la rimonta a Trieste. A Milano - dove peraltro il M5S aveva avuto un risultato modesto al primo turno - il candidato del centrosinistra Sala ha ottenuto 40mila voti in più rispetto al 5 giugno, mentre l’esponente del centrodestra Parisi ne ha guadagnati solo 28mila. A Trieste il sindaco uscente Cosolini ha guadagnato 12mila voti sul primo turno, mentre il suo predecessore (e successore) Dipiazza ne ha raccolti appena cinquemila. Milano e Trieste confermano dunque la vecchia tendenza dei candidati di centrosinistra al miglioramento delle posizioni, al ballottaggio. Bologna, infine, è un caso un po' diverso: il sindaco uscente (e confermato) Merola ha ottenuto al secondo turno 15mila voti in più rispetto al 5 giugno, ma la leghista Borgonzoni ne ha conquistati circa 31mila (69660 contro i 38806 del primo turno). In questo caso la personalità della candidata e il fatto che fosse esponente di un partito (quello di Salvini) che aveva dato a Torino e Roma un sostanziale "sostegno morale" alle candidate dei Cinquestelle può aver aiutato l'esponente del centrodestra a tentare una rimonta che però si è rivelata impossibile. Da sottolineare, inoltre, che nei tre casi di confronti bipolari “tradizionali” il centrodestra si è presentato in formazione unita (laddove non l’ha fatto, come a Roma e Torino, non ha avuto candidati al ballottaggio) e che la percentuale più bassa di voti fra i tre esponenti della coalizione a Milano, Trieste e Bologna è stata ottenuta dalla Borgonzoni, unica rappresentante dell’ala “lepenista” (Dipiazza e Parisi si possono invece ascrivere a quella “popolare” che fa riferimento al PPE). L'impressione, nel complesso, è che l’esito dei ballottaggi abbia avuto molte motivazioni locali e personali, ma che sullo sfondo sia emersa una tendenza (quella dei Cinquestelle a ricevere voti dal centrodestra ma non a darne in cambio, se non in casi limitati e marginali) sulla quale i partiti - in primo luogo il Pd - dovrebbero riflettere in vista della prima attuazione dell'Italicum (la legge elettorale per Montecitorio) che prevede un eventuale ballottaggio fra le due liste più votate se nessuno supera il 40% dei voti al primo turno.