Ultimo Aggiornamento:
28 ottobre 2020
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Arriva il Conte due e mezzo?

Paolo Pombeni - 30.09.2020
Revisione RDC

Dopo un lungo periodo di stallo il premier Conte accelera. Lo fa a modo suo, puntando sulla comunicazione personale con interventi spot a iniziative varie, snobbando le sedi istituzionali (consiglio dei ministri, parlamento, vertici dei partiti). A quale fine? Vuol davvero rispondere al perentorio invito del PD a cambiare passo? In qualche modo certamente, ma, a nostro avviso, soprattutto come strategia per evitare che il suo governo possa andare a gambe all’aria e lui con esso.

Dubbioso che se il Conte due dovesse cadere si potrebbe passare ad un Conte tre, così come sarebbe anche nel caso di un rimpasto, si è messo a varare quello che scherzosamente potremmo chiamare il Conte due e mezzo: un esecutivo che non tocchi composizione ed equilibri attuali, ma che dia l’impressione di avere svoltato pagina rispetto al passato.

Da bravo organizzatore della scena, il premier lancia così tre operazioni con forte contenuto emblematico: riforma dei decreti sicurezza, superamento di quota 100 nel sistema pensionistico, revisione decisa del reddito di cittadinanza. Prova così a sottolineare la rottura col Conte 1 a cui risalgono tutti e tre i provvedimenti, picchiando più forte, almeno a parole, su quelli cari a Salvini e potendo sfruttare un bel po’ di ambiguità su quello promosso da Di Maio.

In realtà per ora siamo ancora alla fase degli annunci, perché abbiamo già sentito dire varie volte che la riforma dei decreti sicurezza era pronta ed andava “al prossimo consiglio dei ministri” senza che poi accadesse nulla. Questa volta, ovviamente, qualcosa si farà, ma in che termini non è ancora dato di sapere: la materia è molto delicata e si deve evitare che la riforma suoni come una liberatoria verso l’immigrazione clandestina. Anche per quota 100 siamo agli annunci, perché la normativa varrà ancora per tutto il 2021 e si vedrà come rivederla: i più dubitano che si tornerà semplicemente al meccanismo un po’ draconiano messo a punto dalla Fornero.

Sulla riforma del reddito di cittadinanza non c’è nessuno scontro vero coi Cinque Stelle, i quali hanno visto benissimo che la loro riforma è stata un flop, con abusi nell’individuare i percettori e con risultati ridicoli per quel che riguarda l’avvio al lavoro dei soggetti interessati. Gli unici nuovi impiegati sono stati i famosi “navigator” che peraltro sono pagati per fare poco o nulla complice la disorganizzazione del sistema e il blocco dovuto al Covid. I Cinque Stelle lo sanno, hanno toccato con mano che quella riforma non gli ha fatto guadagnare voti e quindi hanno già detto che va benissimo “mettere a punto” il sistema.

Cosa guadagna dunque Conte con queste mosse? Al di là di quello che immagina come un successo di immagine fra la gente (vedremo se funziona), prova a realizzare due obiettivi. Il primo è paradossalmente affossare definitivamente qualsiasi ipotesi di governo di solidarietà nazionale, fantasma che potrebbe tornare in campo nel momento in cui l’arrivo dei fondi europei diventasse più problematico di quanto ha fatto credere. E’ pensabile che Salvini reagirà con rabbia all’attacco alle sue due creature legislative e questo lo renderà improponibile una volta di più come partner di un governo di grande coalizione e a questo punto la Meloni lo seguirà per forza su quella via.

Il secondo obiettivo del premier è dare un contentino al PD evitando il rischio che le pressioni di Zingaretti e compagni continuino a rendergli la vita difficile. Conte pensa che indirizzando la battaglia su quei fronti, si eviti l’apertura di altri. Il più pericoloso è quello del MES, non perché non ci sia consapevolezza che alla fine dovrà essere accettato, ma perché non si vorrebbe fosse oggetto di dibattito fintanto che i Cinque Stelle non hanno celebrato i loro stati generali: dopo, sistemata la questione di chi comanda in M5S, si troverà modo di prendere quei finanziamenti.

Nel complesso c’è da tenere l’attività in preparazione dei piani per il Recovery Fund al riparo dall’insorgere di violente polemiche politiche. Un po’ di questioni sono già state seppellite (chi si ricorda dei problemi sulla prescrizione e sulle riforme della giustizia?), ma altre ce ne sono in campo. La più difficile è quella della riforma della legge elettorale, ma lì c’è di fatto un tacito patto fra tutte le forze politiche: meglio ritardare un dibattito vero all’anno prossimo, quando si pensa si potrà votare senza che i parlamentari, che hanno adisposizione il voto segreto per impallinare qualsiasi riforma, si vedano davanti lo spettro della fine anticipata della legislatura cosa che, col taglio dei seggi disponibili e con la ridefinizione dei collegi, per molti significherebbe l’addio al rientro in parlamento.

Non tutto però è fatto di questioni di principio (si fa per dire). Ci sono molte nomine da fare nei consigli di amministrazione delle partecipate e sappiamo dai retroscena che sono questioni su cui l’accordo non solo fra le forze della maggioranza, ma all’interno di ciascuna di esse è molto complesso, tanto che in molti casi si è in fase di stallo (vedi l’avvio della nuova Alitalia).  Poi piano piano si pone il tema di come andare alla prossima tornata di elezioni di primavera nelle grandi città ed è un’altra questione spinosa, perché non c’è solo il problema di spartirsi le candidature a sindaco fra PD e M5S, c’è la forza sempre più incisiva del “civismo”, cioè di candidati che si possano presentare come al di fuori e al di sopra di quanto stabilito dai caminetti dei partiti romani.

Tutto pesa sul governo, come hanno dimostrato le elezioni di settembre che nei proclami di Conte e compagni non avrebbero dovuto avere alcuna ricaduta sugli equilibri di governo.