Ultimo Aggiornamento:
18 ottobre 2017
Iscriviti al nostro Feed RSS

Appunti sulla crisi della democrazia

Luca Tentoni - 08.04.2017
Pierre Mendès France

Alla vigilia di una stagione di importanti appuntamenti elettorali (in Francia, le presidenziali e le legislative; in Germania, le elezioni per il Bundestag; in Italia, le amministrative e - a fine anno o comunque all'inizio del prossimo - le politiche) ci si interroga sullo stato delle nostre democrazie, sottoposte non ad un normale processo di adattamento ai tempi, ma stressate da una crisi economica che ha diviso ed esasperato la società, introducendo nuove dimensioni di conflitto. Se da un lato le famiglie politiche tradizionali spesso non riescono a canalizzare lo scontento, la protesta e neppure a soddisfare del tutto la semplice richiesta di un maggior ascolto che viene dalla società, dall'altro si affermano soluzioni apparentemente facili, tanto seducenti quanto ricche di pericolose controindicazioni. Il più delle volte assistiamo a un voto marcato dalla sfiducia verso gli uscenti, più che dall’adesione a soluzioni politiche, economiche e sociali alternative: ecco perchè il consenso ad alcuni partiti antisistema sembra del tutto anelastico e impermeabile rispetto a vicende e a situazioni che invece (a parità o somiglianza di episodi) colpiscono duramente sul piano elettorale i partiti tradizionali. Inoltre, alla scarsa affluenza alle urne si accompagna un tasso di fiducia nei partiti e nella classe politica mai così basso come in questi ultimi dieci anni, caratterizzati da una profonda crisi economica e sociale. Una crisi che è anche identitaria, perchè mette in discussione il patto sociale e gli stessi rapporti fra ceti, fra classi culturali, fra centro e periferia, fra dimensione locale, nazionale e sovranazionale. Sia chiaro: non è il caso di commettere l'errore esiziale di misurare il disagio soltanto con i numeri e neppure quello di pensare che quanto descriviamo sia una specificità italiana. È certamente importante, come abbiamo fatto spesso su Mentepolitica, ricordare e tener presente il valore e il significato dell'affluenza alle urne in occasione delle varie elezioni, soprattutto quelle considerate di primaria importanza per l'elettorato, ma non basta. Le forme di partecipazione e di dissenso sono le più ampie possibili rispetto al tempo in cui Pierre Mendés France scrisse che « La democrazia non consiste nel mettere periodicamente una scheda nell’urna, nel delegare i poteri a uno o a più eletti, poi disinteressarsi, astenersi, tacere per cinque o sette anni. È, invece, l’azione continua dei cittadini, non solo per quanto riguarda gli affari di Stato, ma anche quelli regionali e comunali (…). La democrazia non è efficace se non è dappertutto e sempre. Il cittadino è una persona che non lascia agli altri la decisione sulla propria sorte. Non c’è democrazia se il popolo non è composto da veri cittadini, che agiscono costantemente come tali » (Pierre Mendès France, « La République moderne », 1962). Questa "azione continua dei cittadini" è stata resa più agevole da nuovi strumenti di informazione e di espressione: se i mass media tradizionali erano monodirezionali (giornali e TV non consentivano un dialogo con lo spettatore, se non in modo marginale, però assicuravano un'informazione, diffusa con modalità molto meno rapide di quelle attuali e certamente non vasta come quella della quale si dispone oggi), i movimenti di massa degli anni '65-'80 hanno avuto un ruolo importante nella socializzazione delle giovani generazioni (e nella diffusione di una "controinformazione" che andava ad arricchire il panorama delle conoscenze possibili) ma hanno presto esaurito la loro funzione, sostituiti da forme diverse di partecipazione. Alcune di queste ultime comportano ancora una presenza "fisica" (dalle manifestazioni di piazza all'impegno sociale nel volontariato, che è pur sempre un atto politico - non partitico, certo - in senso ampio) ma altre hanno natura insieme individuale e collettiva, come nel caso di Internet. La "Rete" permette di aggregare consensi senza dover ricorrere a luoghi d'incontro fisici e diffonde un'informazione (talvolta un "modello di verità") che non necessariamente è coincidente con quello della stampa e dei mezzi di comunicazione gestiti da professionisti. Lo stesso concetto di professionalità (nella politica, come nel giornalismo, ma soprattutto riguardo ai "tecnici" che si occupano delle materie più delicate ed esposte al flusso e alla critica dei nostri tempi) è visto da taluni non come una risorsa, ma come un disvalore democratico, in nome di una "verità alternativa" che si forma altrove. C'è inoltre, a rendere più difficile la sana crescita democratica (paradossalmente, sebbene sia impietoso il confronto fra i pochi strumenti informativi e di feedback che aveva il cittadino dei tempi di Mendés France e quelli che oggi sono a disposizione di quasi tutti, tranne forse delle generazioni più anziane) la formazione di vere e proprie "bolle mediatiche", nelle quali, di fronte ad un flusso informativo ormai torrenziale e spesso costituito da notizie contraddittorie fra loro, ha luogo una perenne guerra fra le fonti, nella quale neppure gli esperti di fact checking (forse proprio perchè tali) riescono a trovare sufficiente ascolto. Così, se negli anni Sessanta e Settanta si acquistavano il quotidiano del partito e quello nazionale o locale più vicini al proprio "credo" politico, negli anni Ottanta e Novanta è stata la televisione (con l'arrivo di nuovi soggetti, che hanno trasformato il pluralismo abbastanza paritario delle "Tribune politiche" in un confronto fra reti più o meno velatamente schierate, e comunque portatrici di un progetto di società e di un'impostazione culturale propria, tali da rafforzare subculture latenti negli anni ’80 per poi farle assurgere negli anni ’90 - sia pur non dichiaratamente - al ruolo di « levatrici » di nuovi soggetti politici) ad alimentare la "bolla", che poi si è espansa - in Italia, per esempio, durante la Seconda Repubblica - con l'affermarsi della "democrazia dei leader" (estremamente divisiva e basata sulla scelta binaria anche sul piano informativo, senza contare che nel periodo in considerazione, nel nostro Paese, persino le verità processuali e le sentenze della Corte Costituzionale sono state sovente messe in discussione, svalutando il ruolo e negando talvolta l'imparzialità degli organi - Capo dello Stato incluso, in certi periodi - che pure, essendo super partes, erano ancora considerati affidabili alla fine dello scorso secolo). L'avvento di Internet non ha prodotto ripercussioni nel dibattito politico per circa dieci anni, perchè i leader e i partiti non sono stati capaci per lungo tempo di comprenderne il potenziale, ma dal 2007-2008 in poi la "Rete" è divenuta (grazie alle sue capacità, che possono rivitalizzare una democrazia o, se mal utilizzate, contribuire a distruggerla) una potentissima arma di organizzazione, di rafforzamento ideologico, di mobilitazione, di creazione di un "noi" e un "loro" che ha finito per frammentare ancor più (sul piano dei valori condivisi e persino sulle nozioni di base della democrazia, se non anche di altri campi come quello medico) una società che nel frattempo perdeva le proprie certezze. Nell'era della post-verità, insomma, persino alcuni leader di partiti tradizionali hanno finito per alimentare la "bolla" : da un lato per proteggere il proprio elettorato da incursioni altrui, dall'altro per mobilitarlo e spingerlo alla battaglia (mediatica, per fortuna; in parte, anche elettorale) col "nemico", sempre identificato come chi non vuole il bene del Paese. Un nemico che ormai prende le connotazioni più svariate, a seconda di chi lo crea e lo usa per tramutare la comunicazione politica e l'informazione in marketing aggressivo, quasi in propaganda di guerra. Del resto, i social network ci aiutano (formalmente?) ad aumentare il pluralismo ma non a saper valutare criticamente e senza pregiudizi. Come scrive Thierry Vedel in un libro pubblicato in Francia poche settimane fa, « Internet non è che un campo di possibilità che non si realizzano se non nel gioco delle dinamiche sociali (ed economiche). È intrinsecamente ambivalente e può essere utilizzato in modi molto diversi : per condividere il potere come per concentrarlo, per rendere l’azione pubblica più trasparente ai cittadini o per diffondere tesi razziste o negazioniste. Internet è spesso percepito come una soluzione ad alcuni nostri problemi ma, sviluppandosi, ne fa sorgere di nuovi. Così, nel campo pubblico, favorisce un sovraccarico informativo suscettibile di bloccare le decisioni, esacerba l’Io collettivo, restringe la sfera personale nuocendo al libero arbitrio, registra i dati personali, preconizzando quasi – al di là della questione del controllo sociale delle nostre attività – una società radicalmente nuova, quella dei big data, fondata su una regolazione non più egalitaria ma probabilistica » (Thierry Vedel, « L’internet et la démocratie : une liaison difficile » in « La démocratie de l’entre-soi », marzo 2017). La democrazia, che richiede decisioni ben ponderate e partecipate, non può più permettersi i tempi lunghi dei primi anni Sessanta, ma è ormai compressa dalla "vita in 140-160 caratteri" che ognuno può sperimentare nella quotidianità (con i social network, per esempio). Gli stessi titoli dei giornali (che, come pochi sanno, spesso non sono scelti dall'autore ma da altri giornalisti e devono caratterizzarsi per una certa "appetibilità" se vogliono essere visti, il che talvolta va a scapito di ciò che è davvero scritto nel testo) sono frequentemente letti e commentati on line indipendentemente dal contenuto degli articoli. Si tratta di un fenomeno che riguarda le democrazie che vivono di decisioni rapide, nelle quali l’opinione pubblica è soggetta alle emozioni collettive del momento: ciò non lascia spazio, se non per categorie minoritarie di cittadini, ad approfondimenti ponderati e critici. Così, le classi politiche di molti paesi (e i soggetti nuovi che si richiamano ad un'indefinita, ma mediaticamente ed elettoralmente efficace, "voce del popolo") continuano ad adottare le proprie decisioni, a stilare i propri programmi preoccupandosi principalmente del breve periodo, allo scopo di mantenere o accrescere il consenso. I partiti sono molto meno forti, meno strutturati e meno presenti di un tempo nei contesti sociali, ma anche l’opinione pubblica appare sempre più divisa, disorientata e debole. Quanto affermato fin qui non equivale a dire che la democrazia degli anni Sessanta era più « compiuta » dell'attuale. Non vogliamo cadere della trappola dell'attribuzione di giudizi di merito (il "migliore" sistema politico o sociale, i "tempi d'oro"), perchè ricordiamo che la democrazia ha sempre affrontato, in passato, crisi molto gravi: negli anni Trenta, per esempio, così come negli anni Settanta. Piuttosto, formuliamo un auspicio: che coloro i quali, in Europa come altrove, hanno maggior responsabilità politiche, sociali ed economiche sappiano trovare risposte efficaci per dare un futuro alla democrazia e risollevarne le sorti, invece di lasciare che si avvii verso una lenta e inconsapevole eutanasia.