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03 agosto 2019
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A proposito di «DOV’È CHE IL NOSTRO POPOLO È STATO CREATIVO?» Conversazioni di papa Francesco con i gesuiti del Cile e del Perù

Sabina Pavone * - 24.02.2018
Papa Francesco in Cile e Perù

Quello che immediatamente colpisce nelle interviste rilasciate da papa Francesco ai gesuiti cileni e peruviani in occasione del suo ultimo viaggio è, ancora una volta, il linguaggio franco e diretto. Il papa parla utilizzando un registro assai poco consueto nella storia dei pontificati precedenti, pur se l’apparente semplicità di approccio sembra ricordare talvolta quella di papa Giovanni. Ma Francesco è solo apparentemente semplice, il suo stile è frutto di un dono, la capacità di scegliere un eloquio piano e comprensibile ai più ma, come d’altronde è stato ricordato, non si tratta di spontaneità, piuttosto di uno studio secolare che ha portato la Compagnia di Gesù a privilegiare sin dalla sua fondazione l’uso di canali comunicativi differenti a seconda del contesto di riferimento.

Delle due interviste – pubblicate dalla Civiltà Cattolica– la stampa ha messo in risalto soprattutto i passaggi laddove papa Francesco in merito alle critiche a lui rivolte, risponde che la sua reazione è quella di non leggerle, soprattutto quelle che vengono riportate online, per preservare la sua «salute mentale». Fermarsi a queste parole – che denotano, peraltro, una lucidità nel comprendere l’importanza della rete oggi come luogo di comunicazione – sarebbe sbagliato. Poco dopo il papa scrive ben altro e cioè che chi lo critica – accusato di «tomismo decadente» - non ha capito come egli sia l’autentico interprete del Concilio Vaticano II e il suo impegno volto a portare a termine il concilio su una strada che non prevede battute di arresto né ritorni indietro: «alcune resistenze vengono da persone che credono di possedere la vera dottrina e ti accusano di essere eretico. Quando in queste persone, per quel che dicono o scrivono, non trovo bontà spirituale, io semplicemente prego per loro». D’altro canto il papa ribadisce la centralità del battesimo limitando il ruolo del clero come intermediario tra Dio e l’uomo, suggerendo ai suoi detrattori potenziali derive luterane. In realtà a me sembra che Francesco sia anche in questo profondamente gesuita, di quel gesuitismo delle origini oggi al centro di tanta storiografia, che vede la centralità dell’esperienza del discernimento ignaziano, motore primo degli Esercizi spirituali. Il richiamo alla tradizione gesuitica – che si spiega anche con gli interlocutori – è continuo. In relazione al passato remoto – su cui torneremo – ma anche al passato prossimo. Francesco infatti si richiama a una stagione tra più radicali nel governo della Compagnia,quella del generalato di Pedro Arrupe (poi commissariato da Giovanni Paolo II) che vide prevalere la giustizia sociale e l’opzione per i poveri e il riconoscimento del ruolo fondamentale delle donne nella comunità ecclesiale in seno alla 32° Congregazione Generale (1975), in continuità con il consiglio episcopale latino-americano di Medellin (1968). Esclama Francesco: «Una Chiesa povera per i poveri! I poveri non sono una formula teorica del partito comunista. I poveri sono il centro del Vangelo. Sono il centro del Vangelo!»

Da un punto di vista politico papa Francesco non sfugge peraltro a confrontarsi con la delicatezza della fase attuale della politica latino-americana affermando come la parola “riconciliazione” sia una parola «bruciata» e di come non si tratti di una vera riconciliazione profonda, ma di un negoziato: «Va bene: l’arte della guida politica implica anche la capacità di negoziare. Il problema però riguarda che cosa si negozia quando si negozia. Se tu nel mucchio delle cose che porti al negoziato metti anche i tuoi interessi personali, allora è finita … Non possiamo parlare neanche di un negoziato. È un’altra cosa …»

Per chi conosca un po’ la bibliografia di Francesco precedente all’ascesa al soglio pontificio non è sorprendente che in una delle due interviste egli richiami le lettere di Lorenzo Ricci - il generale della Compagnia imprigionato a Castel Sant’Angelo al quale toccò in sorte di vedere la soppressione dell’ordine da parte di papa Clemente XIV (1773) - e di Jan Roothaan - generale della rifondazione ottocentesca e grande promotore della ripresa missionaria dell’ordine. Lorenzo Ricci èfigura assai bistrattata dalla storiografia, considerato spesso debole, cieco, incapace di rendersi conto del mutato contesto politico e culturale che alla fine del Settecento rendeva impossibile la sopravvivenza di un ordine come quello dei gesuiti. Quanto a Roothaan fu anch’egli un conservatore, ispirato nella sua azione dal noviziato compiuto in Russia negli anni in cui la Compagnia sopravvisse solo nell’impero degli zar.  Eppure Francesco, così diverso da loro, è sempre stato legato a queste due figure al punto da introdurre proprio una raccolta delle loro Lettere. Nella sua introduzione Bergoglio accomuna i due generali in quanto la Compagnia «subiva persecuzioni. […] in entrambi i casi, in quello del P. Ricci e in quello del P. Roothaan, la Compagnia era attaccata soprattutto per la sua devozione alla Sede Apostolica» e le lettere erano dunque «un trattato sulla persecuzione e il modo di superarla» (p. 9).  (L. Ricci S.J.-J. Roothaan S.J., Las Cartas de la Tribulación, trad. E. Dann Obregon S.J., intr. di J.M. Bergoglio, Buenos Aires 1988, pp. 8 e 9). Bergoglio, nel pieno della crisi argentina, non priva di ambiguità sul coinvolgimento di apparati della Chiesa, invitava i suoi confratelli a «farsi carico della sua propria vocazione» (ivi, p. 11) proprio grazie al buon uso del discernimento. Oggi sembra che il papa debba fare altrettanto, nonostante dica di non leggere chi lo critica.  Di fronte alle difficoltà non si arretra, ma le si affronta.

Nelle sue Regole per sentire con la Chiesa Ignazio di Loyola affermava che se la Chiesa vede una cosa nera anche se la si ritiene bianca la si deve considerare nera. Oggi nelle parole del papa ritorna il concetto del «sentire con la Chiesa e nella Chiesa» ma declinato quasi in una sorta di finale ricomposizione tra il sentire della Compagnia e il sentire della Chiesa – rappresentate entrambe dalla sua persona, il primo papa gesuita.

Per concludere, ritornando allo stile dal quale eravamo partiti, papa Francesco utilizza in maniera assai consapevole lo strumento dell’intervista per ribadire con determinazione alcuni dei punti centrali del suo pensiero ma soprattutto, ispirandosi ai suoi confratelli gesuiti, per confermare una volta di più la volontà di andare avanti nella sua missione. 

 

 

 

 

* Professore associato di Storia moderna, Università di Macerata