Ultimo Aggiornamento:
22 gennaio 2022
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A congelare tutto non si risolve nulla

Paolo Pombeni - 01.12.2021
Mattarella Draghi

È singolare questo vasto consenso nel voler congelare tutto. A parte Giorgia Meloni, tutti gli altri leader politici si proclamano granitici nel voler tenere Draghi a Palazzo Chigi. Si sprecano i riconoscimenti alla sua statura, gli avvertimenti sulla delicatezza del momento tanto sul piano della lotta alla pandemia quanto su quello dell’avvio del PNRR. Poi si va a vedere come questi partiti che così tanto amano il premier collaborano a gestire l’attuale passaggio delicato e lì non è che si trovino le conferme che uno si aspetterebbe.

La legge di bilancio è una cartina di tornasole piuttosto eloquente. Nessun partito rinuncia alle sue bandierine, ma soprattutto in generale ognuno spinge per incrementare la spesa pubblica secondo una logica antica per cui quella è un pozzo senza fondo. Del resto se il rapporto deficit/Pil nel 1993 era al livello, all’epoca registrato come terribilmente preoccupante, del 118,6% ed oggi sfioriamo senza particolari allarmi il 130% qualcosa vorrà pur dire.

In un clima del genere immaginarsi che mantenere Draghi alla testa del governo significhi una vera convergenza su una linea politica condivisa ci pare esercizio arduo. Non si dica neppure che evitare un cambio alla testa dell’esecutivo significa portare la legislatura alla scadenza naturale del marzo 2023, perché nessuno può dare garanzie di questo tipo, visto che un anno e alcuni mesi sono un tempo lungo durante il quale può succedere di tutto. Del resto Draghi non ci pare il tipo che si accontenterebbe di tirare a campare, in quanto, come diceva Andreotti, è meglio che tirare le cuoia. Non si vede perché dovrebbe bruciare una rilevante carriera di uomo delle istituzioni giusto per aiutare i partiti a continuare nel gioco di passarsi di mano in mano il cerino per vedere chi sarà a bruciarsi le dita. Banalmente di questo si tratta.

Fra il resto non è chiarissimo come si connetta la soluzione del congelamento di Draghi come premier con la vicenda dell’elezione del successore di Mattarella. Naturalmente una quota assolutamente maggioritaria dei fan di Draghi a Palazzo Chigi si schiera per il bis dell’attuale inquilino del Colle. Sarebbe il perfezionamento del congelamento della situazione: rinviamo tutto alla svolta delle prossime elezioni nazionali, intanto ogni partito cercherà di ricompattare le sue fila. Non è però detto, soprattutto perché alla fine si dovrebbe anche tenere conto della volontà del Presidente della Repubblica, il quale se va continuamente ripetendo che quella soluzione non la ritiene possibile ha le sue buone ragioni.

Un secondo bis per “emergenza” finisce per essere una regola (tanto qualche emergenza a cui appellarsi si può sempre inventare anche in futuro) e la soluzione di far passare nel frattempo una riforma costituzionale che dal 2023 in poi renderebbe il presidente non rieleggibile è un pasticcetto dell’ultima ora (ammesso che sia approvata). Mantenere Mattarella al Quirinale per un altro tratto non lungo è una soluzione di modesta levatura, che renderebbe certificata agli occhi del mondo la nostra situazione di democrazia in grave crisi. In più si tratterebbe di fatto di un mandato vincolato a tenere in piedi la situazione attuale, anche se questa non reggesse più: inaccettabile oltre che pericoloso.

Fra il resto una conferma di Mattarella per essere un minimo accettabile, richiederebbe di passare a larghissima maggioranza al primo scrutinio. La replica del pastrocchio a cui fu sottoposto Napolitano, bruciare candidati illustri per poi usare la conferma del presidente in scadenza come un cerotto da apporre all’inconcludenza del sistema dei partiti non sarebbe proprio un bel vedere. Ne uscirebbe indebolito anche Draghi, che non potrebbe certo contare in queste condizioni su una solida sponda quirinalizia.

È sconfortante vedere il nostro sistema politico ridotto in queste condizioni. Si può ovviamente pensare che si potrebbe anche mantenere Draghi al governo e accedere alla nomina di un successore di Mattarella. Qui però la questione diventa come trovare anziché il bis di Mattarella, un Mattarella bis, cioè una figura che possa gestire adeguatamente il ruolo delicatissimo del traghettatore di una crisi di sistema.

Non crediamo che sia una figura impossibile da trovare, perché ammetterlo significherebbe riconoscere che il nostro sistema di produzione di classi dirigenti è davvero alla frutta. Ciò che è difficile da trovare è la capacità del sistema dei partiti di convergere su una figura con queste caratteristiche, non fosse altro perché ciò implicherebbe pescare fuori delle loro nomenklature, visto che dubitiamo che ci sia una disponibilità degli uni a dare la preminenza agli altri. Ma i partiti temiamo che abbiano grosse difficoltà a scegliere una figura autorevole che sanno di non poter controllare secondo i loro schemi, perché quel presidente sarà colui che di necessità, l’anno prossimo o quello seguente, gestirà la formazione del governo post elettorale in una situazione che non si sa quanto potrà essere complessa.

Di qui la tendenza di tutti a baloccarsi al momento con la fantasia del congelamento della situazione: una soluzione che in politica è pessima quando la si sceglie per evitare di fare i conti con un decadimento di sistema. In questi casi fermare tutto non serve per ripartire, ma solo per far fare un passo avanti al decadimento.