Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
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Aspettando Aleppo

Nell’autunno del 2015 l’offensiva dell’esercito siriano, delle forze lealiste di Damasco con il sostegno massiccio di Iran, Russia e dei libanesi di Hizb’allah ha ri-equilibrato una situazione militare che vedeva sul campo il regime di Damasco in forte difficoltà. Le offensive dei ribelli nel nord-ovest del Paese, nella provincia di Idlib ai confini con la Turchia, a sud ai confini con la Giordania, ad est con l’avanzata dell’Organizzazione dello stato islamico che era giunto fino alla città di Tadmur/Palmira e la costante guerriglia nelle montagne che ad ovest dividono la Siria dal Libano avevano messo a serio repentaglio il potere di Damasco. Il coinvolgimento massiccio dell’aviazione russa e di suoi reparti sul campo ha permesso a Damasco di recuperare molto del terreno perduto nel 2015, mettendo in seria difficoltà le forze dei ribelli. Hanno messo in sicurezza la zona strategica della costa del Mediterraneo, hanno quasi cinto d’assedio le forze ribelli nella grande città di Aleppo minacciando le loro linee di rifornimento, e di fuga per la popolazione con la Turchia. Infine hanno ripreso la città di Tadmur/Palmira facendone un trofeo tanto reale quanto propagandistico. Nel nord, le forze curde espandono le aree sotto il controllo della cosiddetta rivoluzione della Rojava, contando sull’appoggio sia della Russia quanto sia Stati Uniti d’America, e una convergenza tattica con Damasco contro lo stato islamico e altri gruppi islamisti-jihadisti. leggi tutto

Missione compiuta. Ma quale missione?

Mosca, Damasco, Aleppo.

 

L’annuncio del ritiro del grosso del contingente militare russo dalla Siria ha preso di sorpresa la maggior parte delle diplomazie e dei commentatori internazionali. Nella stessa Russia la decisione è giunta inaspettata e ha lasciato spazio a sollievo come a perplessità. In Siria le reazioni pubbliche variano dal sollievo, alla preoccupazione allo scetticismo.

Il dispiegamento iniziale come questo ritiro parziale mostrano bene come l’obiettivo reale dell’intervento militare di Putin in Siria fosse quello di riportare il governo di Damasco e l’esercito siriano su posizioni di forza, e dunque respingere le offensive delle forze di opposizione che minacciavano al Assad fino a Settembre 2015. Secondo Mosca, il ri-equilibrio delle forze in campo e la messa in sicurezza del proprio alleato devono portare comunque ad una soluzione negoziata e di compromesso tra le parti: l’importante, però, è negoziare da una posizione di forza relativa, se non assoluta.

Mosca non cercava una vittoria totale di Damasco sulle opposizioni, che sarebbe sancita dalla riconquista dell’intera città di Aleppo. Del resto, i militari russi ne hanno constatato la difficoltà: i loro attacchi siano stati sì efficaci per la riconquista di villaggi, territori e rotte strategiche; si pensi all’entroterra vicino a Lattakia, al nord di Aleppo che collega i ribelli direttamente con la Turchia. leggi tutto

Ancora una volta.

Aleppo. Le notizie che giungono dalla Siria nelle ultime settimane mostrano un quadro militare in veloce trasformazione a fronte dell'immobilità sostanziale del quadro politico. Il governo di Damasco sta cercando di cingere d'assedio Aleppo, la seconda città della Siria e una volta centro economico e produttivo del Paese. I soldati dell'esercito siriano, assieme alle truppe iraniane e altre formazioni paramilitari alleate, sfruttano la potenza di fuoco dell'aviazione russa che da settembre attacca senza sosta principalmente le forze di opposizione armate: laici, islamisti. Ovviamente, a farne le spese sono principalmente i civili. Negli ultimi mesi sono riusciti a riconquistare e "mettere in sicurezza" le roccaforti governative sulla costa mediterranea. Successivamente, negli ultimi dieci giorni sono riusciti ad avanzare nelle campagne a ovest, sud ed est della città di Aleppo, riconquistando terreno tanto alle opposizioni armate quanto all'Organizzazione dello stato islamico. In questo modo, hanno tagliato una delle due linee di comunicazione e rifornimento della città di Aleppo con il confine turco. I portavoce del governo di Damasco tornano a parlare di vittoria, militare.

 

Il successo della controffensiva del fronte Damasco-Mosca-Teheran mostra la potenza, e finora l'efficacia, dell'integrazione tra aviazione e intelligence russa e truppe iraniane e siriane. Da un punto di visto organizzativo, e politico, riporta in auge il primato delle forze armate regolari rispetto alle milizie paramilitari, qui spesso comunitarie e confessionali, che dal 2014 all'autunno leggi tutto

La trappola dell’escalation

Ryad, Teheran

 

Lo scontro politico in corso tra Arabia Saudita e Iran è un passaggio importante e pericoloso della più grande trasformazione delle relazioni internazionali del Medio Oriente.

Dagli anni Settanta, la ricchezza del petrolio ha contribuito a spostare l’asse politico, militare e ideologico della regione dalle coste orientali del Mediterraneo e dal conflitto arabo-israeliano verso il Golfo (persico o arabo dipende da dove lo si osserva) e verso il conflitto politico tra tre Paesi e modelli: l’Iraq baathista del nazionalismo arabo e laico, la Monarchia saudita bastione del radicalismo musulmano-sunnita e la Repubblica islamica d’Iran, bastione del radicalismo musulmano-sciita. Dopo oltre due decenni di guerre, l’Iraq da attore politico è diventato terreno di battaglia tra forze che in modo diverso si richiamano ai modelli ideologici e statuali dell’Iran o dell’Arabia Saudita. Dunque, in una sorta di “guerra fredda” a base confessionale è il conflitto tra diverse correnti dell’Islam politico a prevalere nel Medio oriente di oggi.

 

Dallo sviluppo trainato dal consumo di massa di petrolio negli anni Trenta e dalla Guerra fredda negli anni Cinquanta nacque l’alleanza strategica prima tra USA e Arabia Saudita, e poi tra USA e Iran. La Rivoluzione islamica del 1979 in Iran recise questa alleanza ponendo Washington e Teheran su fronti opposti e consolidando i legami tra Washington e Ryad. leggi tutto

Convergenze e resistenze

La guerra non è di per sé la "levatrice della storia" oppure un evento che trasforma in modo totale le società che ne sono coinvolte. Piuttosto la guerra e i conflitti armati sono dei potenti e drammatici acceleratori di processi di trasformazione già in corso. In Siria, la guerra ha accelerato i conflitti tra città e campagna, tra centri urbani e provinciali del Paese arabo; ha accelerato il disfacimento del vecchio regime ba'thista e riconfigurato le relazioni tra forze armate, stato e Partito, probabilmente a scapito di quest'ultimo; ha accelerato l'ascesa pubblica dell'Islam politico, dimostrando però la carica di divisione che questo porta nelle società secolarizzate o comunque plurali come quella siriana, irachena, tunisina o egiziana; ha accelerato la connessione politica tra due territori affini come Siria e Iraq; ha accelerato la politica di potenza tra Iran, Arabia Saudita, Turchia e Israele, offrendo un terreno di battaglia in cui scontrarsi "per procura"; ha accelerato la crisi delle politiche migratorie europee aggiungendo ai flussi "normali" quelli derivanti da conflitti armati; ha accelerato la crisi delle politiche migratorie europee, fomentando paure e xenofobie a favore di forze nazionaliste.

Ad oltre una settimana di distanza, possiamo chiederci se gli attacchi di Parigi hanno contribuito anche loro ad accelerare i processi in corso: la risposta sembra positiva. Le ripercussioni all’interno dell’Europa non sono qui oggetto di analisi, ma sembra che purtroppo aumenti il giro di vite sostanziale sulle libertà nello spazio pubblico e privato, se non addirittura tramite una modifica costituzionale come in Francia. leggi tutto

Raqqa-Parigi-Raqqa

Le informazioni sulla dinamica degli attentati che hanno colpito Parigi ricostruiscono un’operazione tanto complessa nel suo coordinamento quanto semplice nella sua logica criminale: colpire tre spazi che contraddistinguono la socialità pubblica di Parigi, colpire tutte le persone che le frequentano, indipendentemente da religione, lingua o provenienza, perché “colpevoli” di partecipare ad una socialità che gli attentatori ritengono simbolizzi il nemico. Per l’organizzazione dello Stato islamico (Daesh, acronimo arabo) ora la Francia rappresenta un nemico, come altri Paesi europei.

Sebbene vi siano state delle incongruenze iniziali tra la rivendicazione di Daesh e altri sui canali “ufficiali” di comunicazione, non stupisce che sia l’organizzazione ad esserne il mandante. Dall’estate del 2015, infatti, Daesh è sotto pressione: quelle forze regionali ed internazionali che per anni hanno lasciato che l'organizzazione combattesse prima in Iraq e poi in Siria in funzione anti-iraniana non ne controllano più le azioni e le ambizioni; alcune decidono di "contenerla", e ne subiscono gli attacchi.

Nell’estate del 2015 Daesh ha conquistato Ramadi, il capoluogo della provincia irachena di al Anbar, fulcro e luogo originario dell’organizzazione; si volge poi ad ovest e conquista la città siriana di Tadmur, Palmira, fino a lambire la grande arteria che lega da nord a sud Damasco e Aleppo. In tutti questi casi, leggi tutto

Le sfide dei negoziati sulla Siria.

Nella capitale austriaca, Vienna, si svolgono i nuovi incontri tra gli Stati che sono maggiormente coinvolti nella guerra di Siria. Negli scorsi anni, a Ginevra, si erano svolti incontri simili, con obiettivi simili: mettere fine al conflitti armato che da cinque anni dilania il Paese medio-orientale e che ha causato almeno 300mila morti, sette milioni di siriani costretti a lasciare la propria casa (uno su tre), e una serie di violenze individuali e collettive che hanno lacerato il tessuto sociale e politico del Paese. Se non irrimediabilmente, quantomeno in modo durevole.

Rispetto agli incontri passati, due sono le differenze: una presenza e un'assenza. La nuova presenza riguarda l'Iran, che dopo l'accordo sul nucleare dello scorso luglio, ritorna finalmente ad essere riconosciuto come interlocutore legittimo anche dai suoi rivali statunitensi e, obtorto collo, arabi. Del resto, chiunque abbia mai avuto minima consapevolezza dei rapporti di forza politici e militari in Siria sapeva che senza il coinvolgimento dell'Iran non si può giungere ad alcuna soluzione né militare né negoziata. In questo senso, la diplomazia italiana si era sempre espressa per l'inclusione di Teheran, dovendo però attendere l'esito della questione nucleare. Il coinvolgimento dell'Iran è espressione della situazione sul campo: l'iniziativa militare e diplomatica della Russia vuole accelerare leggi tutto