Ultimo Aggiornamento:
18 ottobre 2017
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Un presidente arcobaleno, in bianco e nero: Trump e i diritti della comunità LGBTQ negli Stati Uniti

Dario Fazzi * - 10.06.2017
Comunità LGBTQ

Poco meno di un anno fa,al pari diquanto recentemente occorso a Manchester e Londra,un attentato colpì nel modo forse più odioso gli Stati Uniti, mettendo cioè a repentaglio la capacità stessa di una società complessa e plurale di perseguire appieno la propriafelicità. Quel mix di fanatismo, ignoranza e intolleranza troppo spesso ridotto a fenomeno terrorista si scagliò allora contro dei giovani riuniti in un gay bar di Orlando, in Florida, mietendo in tutto una cinquantina di vittime. La reazione del paese, che in quel momentosi apprestava ad entrare nel vivo di una delle più controverse campagne elettorali presidenziali della propria storia, fu di condanna pressoché unanime. Persino l’allora candidato repubblicano e oggi presidente Donald Trump tenne a presentarsi all’opinione pubblica, brandendo sorridente una bandiera arcobaleno tra le mani, come un baluardo dei diritti della comunità LGBTQ.

 

Eppure, in perfetta linea con il personaggio,i trascorsi di Trump in materia sonostati spesso altalenanti e contradditori. All’inizio degli anni 2000, ad esempio, Trump si era schierato apertamente in favore di una modifica di quel Civil Rights Act che negli anni Sessanta aveva posto fine alla segregazione razziale. Secondo il tycoon una revisione del testo che potesse estendere il godimento di numerosi diritti civili a minoranze definite non solo su basi etniche ma anchesulla base dell’orientamento sessualeera auspicabile. Nello specifico, Trump aveva individuato nell’eccessiva burocratizzazione e nell’ampiezza dell’apparato federale gli ostacoli principali che impedivano alle coppie omosessuali negli Stati Uniti il godimento dei medesimi diritti e doveri conferiti alle coppie eterosessuali.

 

Successivamente, Trump aveva criticato con forza la cosiddetta legge2, un provvedimento dell’assemblea statale del North Carolina che costringeva i transgender all’uso dei bagni e degli spogliatoi pubblici corrispondenti al proprio sesso di nascita e, tradendo in parte una recondita tendenza all’estremismo, aveva proposto l’istituzione di controlli psicologici come barriera all’immigrazione, per fare in modo che a persone con inclinazioni omofobe potesse essere impedito l’accesso in territorio statunitense.

 

Allo stesso tempo, però, Trump, che si è sempredefinito come un tradizionalista, non ha mancato di pronunciarsi in favore dell’abolizione delle nozze omosessuali, di proporre un emendamento costituzionale apertamente discriminatorio nei confronti della comunità LGBTQ su basi religiose edi sostenere un’agenda marcatamente anti-liberale e conservatrice in materia,che ha nel suo vice presidente Mike Pence il principale esponente e punto di riferimento. Da tempo si rincorrono voci secondo le quali lo staff presidenziale stia mettendo a punto un decreto esecutivo mirato a discriminare la comunità LGBTQ, limitandone le possibilità di accesso all’impiego attraverso pratiche in tutto simili a quelle vigenti in Indiana, lo stato di Pence. Inoltre, la Casa Bianca ha mostrato una quasi totale indifferenza nei confronti dello stallo in cui versa il cosiddetto Equality Act in Congresso, sebbene tale legge,che dovrebbe garantire una maggiore tutela alla comunità LGBTQ, sia sostenuta da buona parte della popolazione e goda di un ampio riconoscimento bipartisan in parlamento.

 

Politicamente, dunque, le relazioni tra Trump e la comunità LGBTQ statunitense sono abbastanza complesse. Le ultime dichiarazioni pubbliche di Ivanka Trump a riguardo, che alla vigilia delle celebrazioni dell’orgoglio omosessuale e transessuale negli Stati Uniti ha rivolto via Twitter gli auguri alla comunità LGBTQ, non hanno fatto altro che gettare benzina sul foco e complicare ulteriormente il quadro. Le numerose reazioni al tweet hanno al meglio ritenuto l’augurio inopportuno e poco sostanziato da azioni politicamente rilevanti e al peggio hanno considerato quello di Ivanka un disdicevole esercizio retorico, fortemente ipocrita e vagamente inteso alla capitalizzazione della pubblicità accordata dai media alla comunità LGBTQ in questo periodo.

 

La polemica sulle dichiarazioni della first daughter ha riportato sotto i riflettori le tendenze discriminatorie nei confronti della comunità LGBTQ che caratterizzano l’operato politico dell’amministrazione Trump. Il tentativo più o meno palese dei repubblicani di smantellare il fragile e risicato sistema di welfare statunitense passa, infatti, anche attraverso la limitazione di tutta una serie di benefici, o affermative actions, che sono cruciali per la tutela di minoranze quali quella LGBTQ.  In tal senso, ad esempio, il fatto che l’amministrazione abbia bloccato l’inserimento di alcune domande relative all’orientamento sessuale nel prossimo censimento, che negli USA si terrà nel 2020, potrebbe avere ripercussioni profonde e drammatiche per milioni di persone.

 

La principale conseguenza di una mossa del genere, infatti, vedrà l’esclusione della categoria LGBTQ dalle liste che definiscono queste minoranze come target groups. Questo significa che l’accesso a fondi federali specificatamente orientati alla tutela e alla soddisfazione dei bisogni di queste minoranze, dalle borse di studio all’edilizia a equo canone, verrà precluso. Fatto ancora più preoccupante, se letto in parallelo alla riforma sanitaria che l’amministrazione Trump e il Congresso repubblicano stanno mettendo a punto, questo potrebbe significare sia un aumento esponenziale dei premi assicurativi per persone LGBTQ affette da condizioni croniche (basti pensare, ad esempio, che la generazione LGBTQ che sta invecchiando in questi anni è stata quella più esposta all’epidemia di AIDS della metà degli ani Ottanta) che la totale esclusione dalla copertura sanitaria per milioni di persone.

 

Fortunatamente, oltre ad esprimere il proprio rancore via Twitter, buona parte degli esponenti della comunità LGBTQ negli Stati Uniti hanno deciso di manifestare il proprio dissenso convogliando le proprie risorse ed energie attraverso gruppi di pressione molto attivi a Washington e con forti legami in entrambi gli schieramenti. A fronte di un establishment ormai quasi del tutto appiattito su visioni ultraconservatrici, i difensori dei diritti della comunitàLGBTQsono tuttavia costretti a moltiplicare i propri sforzi per garantire le proprie conquiste civili e difenderle da attacchi deliberatamente discriminatori. Su una cosa però concordano: l’impeachment, al momento, e la principale conseguenza che da esso deriverebbe, l’ascesa alla presidenza di Mike Pence, sembra essere l’opzione peggiore.

 

 

 

 

* Dario Fazzi, ricercatore di storia degli Stati Uniti presso il Roosevelt Study Center di Middelburg, Olanda. Si occupa di politica e società statunitensi e in particolare di guerra fredda e relazioni transatlantiche.