Ultimo Aggiornamento:
01 ottobre 2022
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Un momento di riflessione sull'Occidente e gli altri

Tiziano Bonazzi * - 09.03.2022
Putin guerra

Si parla molto di una rinnovata unità europea e occidentale nata dall’aggressione di Putin all’Ucraina. È vero, ma si tratta di un'unità dettata dall'emergenza che non risolve le tante divisioni esistenti in Occidente e quelle che nasceranno dalle conseguenze del conflitto. Mi pare che per affrontarle si debba dare il via fin da ora a una pulizia mentale, una vera e propria pulizia etica, di cui desidero schizzare quelli che ritengo siano alcuni tratti.

          A mio avviso occorre partire dalla storia e ricordare che l’Occidente è stato prima europeo, poi euroamericano e anche eurorussoamericano se riandiamo a un grande nemico di Putin, Pietro il Grande, e a un altro suo grandissimo nemico, Lenin, perché entrambi rientrano in pieno nella storia occidentale – dimentichiamo la Guerra fredda e ci accorgeremo che marxismo e bolscevismo ne fanno parte. Il contributo storico di questo variegato, uso un eufemismo, Occidente è stata la costruzione della modernità le cui origini troviamo nella rivoluzione scientifica e nell’Illuminismo. Ottimi entrambi, anche perché si proponevano come valori universali destinati a beneficiare tutti i popoli. Il loro universalismo diede vita a una teleologia storica che si riassunse, fin dal Settecento di Francis Hutcheson e Condorcet, nelle idee di progresso e di liberazione degli individui e dei popoli dalla servitù morale e politica in cui si trovavano da sempre. Rivoluzione americana e Rivoluzione francese, in modi diversi ma concorrenti, esemplificano quelle idee. Il problema, tuttavia, è stato che la teleologia del progresso universale si è storicamente manifestata con la conquista o la subordinazione coloniale o imperialista dei popoli non occidentali. Questa unione di ideali e realtà fra loro contraddittori è stata talmente intima da non essere vista, con poche eccezioni, né dai protagonisti, né dalle generazioni successive fin quasi a ieri. Basti ricordare Alexis de Tocqueville, uno dei massimi esponenti del liberalismo, lo scopritore per l’Europa della democrazia americana, che sostenne - cosa obliterata fino a pochi decenni fa e ancor oggi poco nota e discussa - la conquista francese dell’Algeria avvenuta con una guerra feroce e la sua colonizzazione da parte di cittadini francesi che ebbero uno statuto politico, giuridico e naturalmente anche sociale distinto e superiore rispetto a quello dei nativi arabi. Dobbiamo dimenticare o soltanto deplorare che la conquista, intendo conquista, europea delle Americhe avvenne con la quasi distruzione delle popolazioni native e il trasporto oltreatlantico di 12.000.000 di africani ridotti in schiavitù? Lo zucchero, il cacao, il tabacco, il cotone che trasformarono la vita quotidiana degli europei come erano prodotti? Non sto facendo e non intendo fare una tiritera moralista perché ne ho ribrezzo. Intendo dire che questi sono punti di partenza storici necessari alla pulizia di cui ritengo abbiamo bisogno. Riconosciamo allora che la storia dell’egemonia occidentale si deve esaminare studiando l’intima unione fra la spinta liberatrice della modernità e la sua realizzazione attraverso la conquista e lo sfruttamento, attraverso duecentocinquant'anni di sangue esatto con la frusta come disse Abraham Lincoln a proposito della schiavitù, una frase che riassume tanta parte dell’ascesa occidentale. Riconosciamo anche che quell’ascesa non ha toccato se non superficialmente la maggioranza dei popoli, che la hanno subita e non hanno inteso abbracciare la cultura degli occidentali. I Mamelucchi d’Egitto, stupefatti e sconvolti che la loro armata fosse stata travolta da quella di un barbaro miscredente come Napoleone, presero a chiedersi come innestare la tecnologia occidentale nella verità della Sunna che rimase la loro guida. Così hanno fatto tanti popoli e così fanno Putin e gli etnonazionalisti russi che inseriscono la scienza e la tecnologia della tradizione occidentale nell’idea della madre Russia, eterna e una in quanto espressione dell’anima slava sotto la protezione della Chiesa ortodossa. La loro fede è in un popolo russo al quale il pluralismo fa orrore così come i diritti individuali sostituiti dalla grandezza di essere tutt'uno con la madre Russia - e non sono certo soli in questa fede. Non è un caso se Putin disprezza il modernizzatore, europeizzante Pietro il Grande.

          Rivedere la storia dell’Occidente alla luce di quanto detto consente di individuare un secondo passaggio che consiste nel rendersi conto che gli occidentali vivono ormai in un mondo in cui non hanno più il quasi monopolio della potenza economica, scientifica, militare e debbono coesistere competitivamente con culture e paesi in grado di fronteggiarli con successo. Finora né gli Stati Uniti, né i paesi europei sono usciti dal recinto di una superiorità eticopolitica da sventolare in faccia al resto del mondo senza rendersi conto che la loro perdita di potere e le fratture interne ne obnubilano il richiamo e che il loro soft power funziona soprattutto come richiamo a un capitalismo in grado di creare ricchezza e di poter essere usato dalle classi dirigenti di tanti paesi. Il che porta a un terzo passaggio, forse il più importante. Gli Stati Uniti sono spaccati al loro interno da una frattura sempre più profonda, manifestatasi a partire dagli anni Sessanta, fra chi interpreta i concetti base della cultura statunitense, la libertà e i diritti individuali, come un continuo work in progress da adeguare al mutare della società e chi, invece, ritiene che quei concetti siano ormai pressoché realizzati e vadano difesi da innovazioni che li metterebbero in pericolo. Uno scontro che sotto vari aspetti è uno scontro sull'Illuminismo, che continua ad allargarsi e solleva fantasmi sulla tenuta della società americana in cui sono ormai nati un radicalismo di tipo giacobino e una reazione di tipo sanfedista. Sono tanti quelli che oggi come ieri scommettono sulla saldezza delle istituzioni d'oltreatlantico in grado di superare ogni crisi. Sì, così è stato e può ancora essere, ma i risultati di quella tenuta possono essere regressivi. Occorre allora, mi pare, riprendere nelle varie culture e nei tanto diversi paesi dell'Occidente un ragionamento su libertà e diritti per individuarne i limiti e le possibilità comuni a tutti. Non si tratta di creare una tassonomia immobile, perché libertà e diritti sono concetti storici e quindi mutevoli, ma un quadro di riferimento possibile attorno a cui potersi unire.

          Studiare l'intimo intreccio fra gli ideali liberatori dell'illuminismo e la loro connessione pratica con lo sfruttamento e il dominio. Riconoscerci parte e non domini in un mondo composto da culture e comunità politiche dalle radici profonde sulle quali i popoli non occidentali non hanno mai smesso di ragionare. Non prendere gli ideali della libertà e dei diritti come un dato, né come un illimitato e illimitabile campo di azione e meditare su un quadro di riferimento possibile nell'oggi. Questi sono i campi di un'agenda culturale che mi sembra utile per affrontare l'odierna improvvisa, drammatica sterzata degli eventi.

 

 

 

 

* Professore emerito di Storia americana- Università di Bologna