Ultimo Aggiornamento:
15 luglio 2020
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Tra le cause dei conflitti in Africa i nostri cellulari

Donata Frigerio * - 26.03.2016
Conflict Mineral Free

In Africa si contano numerosi conflitti di carattere economico, per lo sfruttamento delle risorse naturali, legnami, terre coltivabili, materie prime come il petrolio e i minerali preziosi. In Sierra Leone è scoppiata nel 1991 una violentissima guerra, terminata nel 1999, per la gestione delle miniere di diamanti. E’ stato coniato allora il termine “diamanti insanguinati” per definire i diamanti provenienti da aree di conflitto. A seguito della guerra nel 2000 il World Diamond Council promulgò il Kimberly Process, approvato dall’ONU, per la certificazione di provenienza dei diamanti.

Ora assistiamo ad una guerra altrettanto devastante per l’accaparramento a buon prezzo di minerali indispensabili alla tecnologia informatica (ma non solo). Nelle regioni dell’Est della Repubblica Democratica del Congo da più di vent’anni si combatte una guerra che ha già provocato almeno 8 milioni di morti (l’Alto Commissariato per i Diritti umani ONU ha pubblicato nel 2010 un Rapporto Mapping sui crimini più gravi commessi tra il 1993 ed il 2003) in grandissima parte civili, donne e bambini compresi.
In quelle regioni lo stupro è arma di guerra, con tutte le conseguenze sanitarie, civili, sociali, che ne conseguono.

Tutto ha avuto inizio con il genocidio del 1994 in Rwanda e con un picco di richieste di tali minerali per la produzione delle prime play station.
Gruppi armati locali, gruppi militari infiltrati dalle regioni vicine, esercito regolare, da allora si battono per la gestione del territorio, laddove ci sono miniere di minerali preziosi, oro, coltan, tungsteno, stagno ed ora anche cobalto, minerali insanguinati indispensabili per il buon funzionamento dei telefoni cellulari, ma anche di computer, automobili, lavatrici, consolle per i video giochi…

Il meccanismo è semplice: ogni gruppo si è accaparrato un territorio, con frequenti incursioni “terroristiche” sulla popolazione, difendendo un’area strategicamente ricca di minerali. La legge è dettata dal gruppo occupante, che organizza il lavoro dei minatori e si assicura i proventi della miniera, con i quali si approvvigiona di armi funzionali a mantenere il potere. Non vi sono fastidiosi osservatori esterni che possano denunciare i soprusi perché la zona è pericolosa e pochi vi si avventurano. I caschi blu dell’ONU presenti non si occupano del commercio dei minerali. Si trattano affari con i centri di acquisto del minerale che lo rivendono all’estero, nel Sudest Asiatico dove viene purificato e trasformato nei microcomponenti che poi le industrie di alta tecnologia acquistano. Il minatore riceve una paga da fame, qualche dollaro al giorno, la corruzione è a livelli elevatissimi e le ricadute economiche sulla regione sono veramente esigue.

Nel 2010 gli Stati Uniti hanno promulgato la Legge Dodd Frank (Dodd Frank Act) che al paragrafo 1502 obbliga le aziende americane quotate in borsa a dichiarare la provenienza di minerali da conflitto contenuti nei loro prodotti (e negli strumenti di produzione), ed a documentarla. I minerali da conflitti sono stagno, tantalio, tungsteno e oro estratti in Congo o nella regione dei grandi laghi in Africa orientale. In base al Dodd Frank Act sono soggette all’obbligo di dichiarazione le aziende americane quotate in borsa ed, indirettamente, i fornitori delle aziende americane.

Il risultato di tale legge è che molti acquirenti americani hanno smesso di approvvigionarsi in Congo, peggiorando ulteriormente le poverissime condizioni di vita della popolazione che vive nei territori minerari.

Lo scorso marzo 2014 anche la Commissione Europea ha presentato una proposta di legge per la tracciabilità dei 4 minerali insanguinati. La proposta europea non circoscrive l’azione ai minerali congolesi, la allarga a qualsiasi zona di conflitto, ma ha alcune carenze che rischiano di inficiarne l’efficacia. Si tratta di una proposta di autocertificazione volontaria che interessa di fatto a 19 fonderie e raffinerie con sede nell’Unione Europea e non copre tutti i prodotti che entrano nel mercato europeo e che potrebbero contenere minerali insanguinati.
Come società civile europea abbiamo chiesto, attraverso il Parlamento Europeo, l’introduzione di due modifiche che rendano obbligatoria a tutti gli importatori l’applicazione della legge e che se ne possa aver traccia fino al distributore finale, perché l’acquirente possa sapere se sta acquistando prodotti conflict mineral free.

Nel maggio 2015, in ambito di approvazione della legge, il Parlamento Europeo ha sostenuto la proposta di modifica richiesta dalla società civile ma, lo scorso dicembre 2015, il Consiglio Europeo ha ribadito l’approccio volontaristico della proposta. Ora si è aperta (a febbraio) la fase finale del negoziato tra il Parlamento, il Consiglio e la Commissione europea. Invitiamo gli Stati membri dell'Unione Europea a considerare seriamente la questione dei minerali di conflitti, piuttosto che sostenere una posizione che antepone il profitto di pochi commercianti di minerali ai diritti umani.

 

 

 

 

* Responsabile della campagna Minerali Clandestini per l'adozione di un regolamento per la trasparenza nel commercio di minerali provenienti dalle aree di conflitto