Ultimo Aggiornamento:
02 luglio 2022
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Pier Paolo Pasolini: così lontano così vicino

Raffaella Gherardi * - 19.02.2022
Pier Paolo Pasolini

In concomitanza con la ricorrenza del centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922) si moltiplicano le iniziative che in Italia e all’estero sono volte a ricordare la sua figura di scrittore, poeta, regista, pittore, intellettuale sommo della cultura italiana e della coscienza critica del Novecento. Mostre, convegni, pubblicazioni, rassegne cinematografiche, incontri culturali a differenti livelli, che si protrarranno per tutto il 2022 e oltre nel segno di Pasolini, daranno certamente un significativo contributo all’approfondimento della sua opera e a mettere in luce l’importanza della sua viva eredità ideale nel XXI secolo. Anche quando scrive dalle testate di riviste e giornali italiani, a partire dal commento di fatti politici nostrani (e in tal senso la raccolta di articoli degli anni 1973-1975 dei suoi “Scritti corsari” è più che mai emblematica) spesso egli  tocca vette di alta vena letteraria e poetica pur nella sua veste di osservatore attento ed efficacemente critico delle vorticose trasformazioni delle società contemporanee, legate al trionfo della società dei consumi e a un inarrestabile processo di distruttiva “omologazione culturale” potentemente in atto. «Il consumismo consiste in un vero e proprio cataclisma antropologico – scrive dalle colonne de “Il Corriere della sera” del 30 gennaio 1975 – e io vivo, esistenzialmente, tale cataclisma che, almeno per ora, è pura degradazione: lo vivo nei miei giorni, nelle forme della mia esistenza, nel mio corpo.» Nelle brevi affermazioni/confessione appena riportate, in cui l’analisi di un problema si intreccia inscindibilmente con la sua personale esperienza di vita vissuta, risuona una delle molteplici importanti lezioni che Pasolini sa dare non solo al suo ma al nostro tempo, contro ogni facile e presuntuosa semplificazione tendente a presentare una falsa e neutrale oggettivizzazione.  In primo luogo, per quanto riguarda il nostro presente, si tratta della lezione alta di un grande della cultura contemporanea (profondamente convinto della misteriosa sacralità del mondo e della sua irriducibilità entro facili e pregiudiziali schematismi) contro le affollate schiere di tutti coloro che sono sempre pronti a pontificare su qualsiasi cosa secondo presunti canoni di oggettività da calare asetticamente dall’alto. In quel «io vivo, esistenzialmente… almeno per ora» c’è il profondo rispetto non solo per il suo lettore (e più in generale per chi si accosta alla sua opera nella sua complessità, a partire dai differenti canoni espressivi che egli ha attraversato), ma per altri possibili punti di vista. Nessuna spocchia intellettualistica da parte sua. «La quantità di cose che non sappiamo è immensa, praticamente illimitata. – scrive Pasolini per “Il Tempo” del 22 febbraio 1974 – Su questa usiamo ritagliare un piccolo quantitativo di conoscenze e informazioni che crediamo essere la nostra cultura.» Di qui e dalla convinzione che realismo e mito si leghino l’uno con l’altro da vicino, nella prospettiva di una ragione che rifiuta di identificare sé stessa nel mero calcolo e che non si percepisce affatto come alternativa al sentimento, Pasolini sembra lanciare la sua sfida a un presente quale testa di ponte fra passato e futuro, per comprendere il quale non basta ricorrere ai canoni consolidati della mera ragionevolezza e occorre mettere sé stessi in gioco a tutto campo in un confronto aperto con gli altri e con altre culture, ivi comprese quelle di cui un onnivoro e consumistico presente ha fatto strage.  Così egli titola L’odore dell’India (1962) il libro tratto da una serie di articoli, una sorta di diario, in cui, per “Il Giorno”, egli aveva dato conto del suo viaggio in India insieme con gli amici Alberto Moravia ed Elsa Morante. E la scelta del titolo appare immediatamente chiara a tutti quelli che, ieri e oggi, al di là di ogni specialismo, incontrano e amano le sue opere e ne percepiscono e condividono il messaggio di umana, profonda (a volte disperata) comprensione degli uni nei confronti degli altri e, soprattutto, per i più deboli. Non si tratta di mettere in rilievo ciò che il senso della vista permette, un senso cioè che non crea concreta e reciproca interazione, ma tiene l’osservatore a distanza rispetto a quanto egli vede. No, non è questo che Pasolini si propone ed eccolo mettere invece in risalto l’odore che vuole immediatamente cogliere di uomini, di culture che egli non conosce e con i quali vorrebbe interagire e quasi, attraverso il respiro, farli entrare dentro di sé nelle loro concrete realtà e singolarità, per capire/comprendere e non da semplice e asettico spettatore esterno.

Nelle prime pagine del suo libro Pasolini descrive con partecipe stupore il canto di un gruppo di giovani sotto la Porta dell’India:

«Il tono, il significato, la semplicità sono quelli di un qualsiasi canto di giovani che si può ascoltare in Italia o in Europa: ma questi sono indiani, la melodia è indiana. Sembra la prima volta che qualcuno canti al mondo. Per me: che sento la vita di un altro continente come un’altra vita, senza relazioni con quella che io conosco, con altre sue leggi interne, vergini.

Mi pare che ascoltare quel canto di ragazzi di Bombay, sotto la Porta dell’India, rivesta un significato ineffabile e complice, una conversione alla vita.»

Splendida sarà poi la descrizione dell’incontro casuale con una scolaresca accompagnata dai suoi insegnanti e di sguardi che si spingono ben oltre la semplice esteriorità delle apparenze, fino a raggiungere i lidi di una dolce e “silenziosa simpatia”:

«Andammo a sederci anche noi sulla gradinata davanti a loro, e abbiamo cominciato a guardarci, un po’ timidamente. Che differenza con i nostri studenti! Questi se ne stavano buoni buoni, quasi in silenzio, chiacchierando tra loro o coi professori quasi con un sussurro….Guardavano me e Moravia, ora appena sbirciandoci, ora posando su di noi l’intero sorriso. Ma non osavano parlarci, e anche noi tacevamo, quasi per timore di interrompere quella corrente di simpatia che, pur muta, era così piena, Parevano averlo capito anch’essi, maestri e ragazzi, che la cosa migliore era guardarci e sorriderci così, in silenzio.»

 

 

 

 

* Professore dell’Alma Mater – Università di Bologna