Ultimo Aggiornamento:
19 ottobre 2019
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Perché il populismo deve essere combattuto

Carlo Marsonet * - 02.03.2019
Populismo

Mi si perdonerà se spesso si va a toccare lo stesso argomento, ma, oltre che centrale nel panorama politico attuale, è soprattutto un elemento che, per chi ha a cuore la libertà individuale di scelta e quindi la società aperta, va contrastato sul piano delle idee. Si tratta, come si capisce dal titolo di questo breve commento, del fenomeno populista. Non sono tra quelli che vede populismo dappertutto. Intendiamoci, esso è verosimilmente un elemento significativo – ed è diventata una vera e propria moda parlarne, vista la miriade di analisi più o meno pregnanti dello stesso – della politica dei nostri tempi; tuttavia, spesso si cade nell’errore di tacciare di populismo qualcuno che non la pensa come noi, anziché andare a vedere (e soprattutto comprendere) cosa esso sia davvero. È indubitabile che alcuni fattori tipici dei nostri tempi (si veda i social network e, in generale, la “rete”) favoriscano l’emergere chiassoso e frastornante di aspre critiche (meglio, improperi) che, dal basso, si infrangono contro élite e, in generale, contro chi è percepito “altro” dal “popolo”. In altri termini, questi strumenti, impiegati senza freni ed umiltà, non hanno fatto altro che dare ulteriore corda a quel processo di eguaglianza delle condizioni, allevato dalla democratizzazione, che conduce all’appiattimento generale e, quindi, alla costruzione di una società imbolsita, amorfa e potenzialmente illiberale.

Il populismo, in questo senso, potrebbe anche essere letto come un prodotto che, se non necessario, è perlomeno allevato – in modo latente, ma pronto ad emergere in particolari periodi critici – in seno alla democrazia stessa. D’altro canto, insigni studiosi del fenomeno – Margaret Canovan prima e, successivamente, Yves Meny e Yves Surel, ad esempio – hanno visto come il populismo fosse la manifestazione della preponderanza del lato letterale del principio democratico di sovranità popolare sul suo contrappeso istituzional-liberale. Se non si può fare a meno dell’impasto, imperfettamente amalgamabile, del senso descrittivo (realistico) e di quello prescrittivo (utopistico) della democrazia, come ci ha saggiamente lasciato in eredità Sartori, nondimeno non si può cadere nella trappola del “perfettismo”. In altre parole, si deve evitare di rimanere abbacinati dalle pure e superficiali parole, senza andare a scavare più a fondo e a capire il concetto, e non la parola, cosa indica effettivamente.

Il populismo, lo si voglia o no, si nutre anche della superficialità delle idee dei suoi fautori. Infatti, esso postula l’esistenza del “popolo”, quale entità effettiva che pensa ed agisce. Così, la sovranità popolare altro non sarebbe che il potere che gli spetta necessariamente, in quanto è ciò che l’etimologia della democrazia indicherebbe. Seguitando con il ragionamento, tutto ciò che gli impedirebbe di godere di questo diritto esclusivo e inalienabile, non sarebbe altro che un nemico da annichilire. Com’è evidente per chiunque abbia un minimo di sensibilità liberale, il populismo non può che essere un problema e, ancor di più, uno stravolgimento del reale.

Il popolo, contrariamente alla vocazione unanimistica e granitica tipica del populismo, infatti, altro non è che una somma di individui immersi in contesti e realtà prepolitiche che vivificano e aiutano gli stessi a diventare entità uniche e ineffabili, anziché a divenire particelle amorfe facilmente preda dei primi scaltri agitatori di masse che donano (in apparenza) identità, senso di appartenenza e sicurezza. In questo senso, allora, il potere del popolo non si manifesterà come un grido tonitruante privo di qualsivoglia contropotere o vincolo, bensì andrà a limitare, semmai, proprio l’esercizio di un’autorità potenzialmente assoluta e incontrollabile. E così, la dialettica pluralista, caratterizzante una democrazia almeno un po' liberale, non fa altro che rendere la politica il terreno su cui si scontrano le idee – inevitabilmente diverse in una società variegata e complessa: infatti, società aperta non significa solamente mercato dal punto di vista economico, bensì competizione, e dunque scontro, di molteplici punti di vista e visioni del mondo – e rigetta, invece, la dialettica populista del nemico da abbattere, piuttosto che dell’avversario da battere, propria, questa, di una visione liberale della politica.

Ciò richiederebbe, evidentemente, pure una maggiore responsabilità da parte di chi, da politico, dovrebbe percepire l’importanza del ruolo che va ricoprendo. Purtroppo, come Schumpeter scrisse, «gli uomini politici amano una fraseologia che lusinga le masse e offre una chance unica non solo di sottrarsi a responsabilità effettive, ma di schiacciare in nome del popolo l'avversario». Se la “ribellione della masse” è in atto, dopo tutto, questa, come affermò Ortega y Gasset, è stata quasi sicuramente preceduta dalla «diserzione delle minoranze direttrici».

 

 

 

 

* Studente del corso magistrale in “Scienze internazionali e diplomatiche” presso l’Università di Bologna, sede di Forlì. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi.