Ultimo Aggiornamento:
17 aprile 2019
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Per una economia responsabile

Michele Amicucci * - 13.04.2019
Zamagni - Responsabili

Nel suo Responsabili. Come civilizzare il mercato (Il Mulino, 2019) Stefano Zamagni individua nella “responsabilità” l’unica soluzione da opporre ai rischi odierni posti dal mercato globalizzato ed i suoi squilibri, dalla finanza deregolamentata ed oligopolistica, dalla digitalizzazione societaria e dagli avanzamenti, evidenti tanto quanto inquietanti, della tecno-scienza. Nell’attuale contesto globale l’autore specifica come sia facile per l’uomo commettere azioni collettive che suscitano effetti dannosi – non previsti e neppure a volte desiderati – sugli altri, delle quali tuttavia, in quanto individuo non riesce a sentirsi responsabile. Le conseguenze determinate dallo straripare della tecnica nella vita umana minano direttamente le “prospettive di sopravvivenza, nonché le stesse basi biologiche” dell’uomo in quanto tale.

È proprio l’innalzamento valoriale della responsabilità, etica e morale al tempo stesso su base individuale, che l’autore individua come risposta all’empasse odierno. Zamagni infatti pone l’esigenza di una nuova forma di responsabilità, attiva, dal carattere pubblico, legata alla reciprocità. Non è sufficiente “non fare più il male” ed il “rendere conto” (accountability), essere responsabili oggi deve significare “agire per il bene, prendersi cura”.

 

All’interno della sua ricerca, debitrice di una rilevante capacità interdisciplinare, che spazia dagli studi economici a quelli filosofici, l’autore discute la “declinazione” della responsabilità in relazione ai diversi punti critici del “post-moderno”. Anzitutto una responsabilità nuova nel mercato, luogo onnicomprensivo della vita civile e politica odierna così come struttura di riferimento valoriale. Il punto rilevante che l’autore tiene a specificare è che accettare l’economia di mercato non deve tradursi in una strenua credenza che questa sia l’unico modello in cui il mercato può attuarsi. Ancor di più se l’economia di mercato ha evidentemente smentito il suo carattere di libertà nelle azioni, assumendo un connotato oligopolistico. La risposta relativa al mercato offerta da Zamagni è chiara: occorre un comportamento responsabile da parte agenti economici, che dovrebbero scegliere deliberatamente di considerare l’impatto sociale delle proprie azioni. L’impresa potrebbe produrre a costi più elevati per evitare le emissioni dannose all’ambiente, il consumatore potrebbe pagare i beni ad un prezzo più elevato per indurre il produttore ad assumere una linea etica. Tale responsabilità è pienamente compatibile con il mercato.

Il problema resta tuttavia, sulla lezione offerta da Bauman, l’adiaforizzazione (l’esenzione dal giudizio morale) delle azioni umane nello spazio del mercato globale. Un sistema di (non) valori, le cui relative strutture sociali, sono scientemente tenute in piedi dalle organizzazioni di impresa. Proprio in merito a ciò, data la recente diffusione del tema della responsabilità sociale d’impresa, sperimentata nei contesti dall’economia avanzata, l’impresa civilmente responsabile deve prendere obbligatoriamente le mosse dal mito della massimizzazione del valore per l’azionista. L’impresa è civilmente responsabile quando si fa artefice del cambiamento dell’assetto istituzionale vigente, in quanto riconosce l’insostenibilità di un modello di sviluppo che alloca risorse ad attività che generano squilibri sostanziali. L’esigenza posta dall’autore è quella di rendere il mercato ancora compatibile con l’idea di democrazia. Per tale ragione, l’obiettivo a cui tendere sarebbe quello di far nascere mercati dei capitali responsabili, ovvero antispeculativi, attraverso le preferenze etiche degli stakeholders.

Nello stesso spazio dei mercati, quello dei beni finanziari viene visto come il più oligopolistico. Inevitabile conseguenza questa, per l’autore, delle politiche di deregulation dello scorso secolo, miste all’ “ethos” dell’efficienza, la quale alimenta l’avidità, precludendo in maniera definitiva il rapporto tra democrazia e mercato. Alla luce della recente crisi finanziaria, Zamagni prescrive di approntare una finanza etica.

Altro campo di interesse nel quale si rende necessaria una riformulazione è quello relativo agli “avanzamenti” della rivoluzione tecnologica. Gli esiti della quarta rivoluzione industriale rischiano di rivedere le relazioni sociali nonché le radici culturali ed antropologiche della società tutta. La rivoluzione digitale ha divaricato le sorti di economia e politica, favorendo la concentrazione oligopolitistica del capitale, in stretta relazione al lavoro delle nuove grandi tecnologie. Ha avuto altresì effetti distorsivi sulla partecipazione democratica, a partire dalle piattaforme social network.

La tecno-scienza tocca ambiti trasversali: non riguarda solo il potenziamento delle possibilità dell’uomo di agire, ma conduce alla sua “artificializzazione” al cospetto dell’antropomorfizzazione delle macchine; rivede la dimensione del lavoro; rappresenta l’approdo ad un punto morto della conoscenza scientifica stessa. Le nuove smart machines, “ragionando” algoritmicamente per correlazioni, offrono il “verosimile” e non il vero, tendendo pertanto ad intervenire sulla realtà, piuttosto che a conoscerla. L’approccio cosiddetto fisicalista inaugurato dalle neuroscienze pone in discussione il nesso tra libertà e responsabilità con un “preciso piano politico oltre che filosofico”, il trans umanesimo. Come dotare di responsabilità le macchine che potranno prendere decisioni che riguardano la vita degli “esseri non robotici”? Una risposta etica all’intelligenza artificiale è qui più che altrove una necessità per l’autore. Secondo Zamagni, la politica deve dichiarare che la potenza di calcolo di IA venga riconosciuta come uno spazio pubblico che, al di là degli assetti proprietari, “veda nella comunità dei fruitori un soggetto negoziale dotato di potere di indirizzo e di controllo”. L’autore ci segnala un successo in questa direzione. L’iniziativa del 18/12/2018 con la quale l’UE ha pubblicato il Codice etico sull’IA, pone veti ad enti e aziende che si occupano di Intelligenza artificiale. Nello specifico vengono vietate l’identificazione degli individui senza il loro consenso, di profilare categorie di soggetti da parte di forze dell’ordine, di giungere al giudizio mediante algoritmi che calcolano lo spessore etico di una persona, di manipolare gli individui mediante “allucinazioni sociali”. Zamagni intravede in questa iniziativa il primo viatico per la costituzione di nuovi luoghi istituzionali in cui organizzare una “governance del digitale”.

Nella parte conclusiva l’autore si affida al neoumanesimo, quale ancora di salvezza dell’economia. La “sua” disciplina ha infatti dato luogo a presupposti antropologici alquanto limitati, che prescindono dall’esistenza di sentimenti morali all’interno degli uomini – come suggerito dalla lezione di Smith – e dunque dalla possibilità concreta di ragionare anche al di là del calcolo. Al contrario il riduzionismo economico ha condotto, soprattutto a partire dalla svolta neoliberale dello scorso secolo, ad un impiego “a-critico dell’individualismo”, per il quale l’uomo è esclusivamente oeconomicus. L’autore ricorda la necessità di porre al posto dell’individuo la persona, passando da un prospetto individuale ad uno relazionale. In più, ribadisce come l’economia non possa avere un’esistenza scissa dall’etica.

Significativa è la visione “d’insieme” espressa nel bilancio del suo testo, nel quale Zamagni ricorda che, di fronte alle problematiche odierne, ci si può porre “al di sopra” della realtà, in maniera utopica, oppure “al di sotto”, accettando passivamente la distopia. La sua proposta di responsabilità si pone invece nella realtà, con la “pretesa” di poter pensare che tutto ciò che ci aspetta non sia determinato da ciò che ci ha preceduto e nella speranza di poterlo migliorare.

 

 

 

 

* Laureato in Scienze Storiche e orientalistiche (LM) – Università di Bologna