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Obama e Dallas

Tiziano Bonazzi * - 16.07.2016
Barack Obama a Dallas

A Dallas, nella cerimonia in memoria dei cinque agenti uccisi da Micah Johnson per vendicare i neri uccisi dalla polizia, il Presidente Obama ha fatto quel che doveva: rassicurare il paese, calmare i toni violenti dello scontro su razzismo e arbìtri della polizia, elogiare gli agenti per il loro durissimo e pericoloso lavoro  e al tempo stesso ricordare che il razzismo esiste ancora. Risultati? Zero, come se avesse parlato al muro, Obama non è parso in grado di far molto contro la furia che divora l’America. Senza dubbio la campagna elettorale anomala e destabilizzante di quest’anno ha contribuito a rendere impossibile il suo compito; ma se la campagna si svolge in questi termini è anche perché nel paese c’è rivolta.

Parlo di rivolta, non di rivoluzione, termine otto-novecentesco adatto a società complesse, ma compatte in cui le classi potevano essere viste muoversi “come un sol uomo”. Gli Stati Uniti non sono stati mai analizzabili davvero in questi termini. Non che siano alternativi ai paesi europei; ma sono stati l’esempio di avanguardia, quindi difficile da inquadrare, della modernizzazione che anche nel Vecchio Mondo - più lentamente - ha eroso dal di dentro, frammentandole, le classi sociali che aveva creato con la rivoluzione industriale. Una “nazione di immigrati”, una “nazione senza storia”, in questi e altri simili modi gli stessi americani hanno descritto gli Stati Uniti facendo di tali definizioni, negative a orecchie europee, una bandiera, la dimostrazione della loro capacità di puntare al futuro lasciandosi alle spalle, con il Vecchio mondo, tutte le sue disperazioni. Questa narrazione raggiunse il suo apice negli anni da F.D. Roosevelt a Kennedy, quando la pacificazione sociale del New Deal e il successivo scontro globale con i fascismi e il comunismo sovietico consentirono di presentare al mondo un’immagine di coesione sociale e di consenso politico attorno ai valori della libertà e della democrazia. Un’America compatta, da odiare o amare in toto, che nell’Europa occidentale fu amata o odiata in toto in parte per convenienza ideologica, in parte perché non vi era un’altra narrazione a cui aggrapparsi. Negli anni ’60, quando con le lotte dei neri e con il New Left un’alternativa apparve, dalle nostre parti si continuò a leggere gli Stati Uniti come un tutto, come il luogo di una rivoluzione in atto che avrebbe portato il capitalismo alla sconfitta o come una momentanea anomalia che si sarebbe riassorbita nel nome di un rassicurante consenso. Non è stato così e da mezzo secolo la scena americana è tutta un susseguirsi di battaglie sociali, guerre culturali, animosità religiose spesso poco comprensibili ai nostri occhi fino alla rivolta degli ultimi anni e a questa estate di sangue e di una campagna elettorale basata sulla delegittimazione degli avversari.

Conviene, allora, lasciarsi alle spalle ogni immagine totalizzante e parlare di un paese cresciuto sommando frammento a frammento di popolazioni europee, africane, asiatiche, annettendo una dopo l’altra diversissime aree geografiche, facendo nascere uno stato - politicamente modernissimo - prima di far nascere una nazione. Un paese sempre tormentato dal timore della disunion, la frattura, che a metà Ottocento si manifestò con ferocia in una guerra civile che fece 650.000 morti e che lasciò un Sud abbarbicato a se stesso, allontanato dallo sviluppo nazionale, incarognito dalla segregazione razziale. La storia statunitense è stata una storia di enorme successo che non si può separare da una di continui scontri sociali, economici, etnici, razziali, culturali che hanno lasciato sul terreno grandi numeri di sconfitti e di esclusi. Una storia aspra, senza respiro in cui il successo dei singoli e della nazione è stato conquistato con il coltello fra i denti, anche se l’aspirazione concreta dei cittadini era giungere a quel “sogno americano” di abbondanza che significava autonomia e autorealizzazione in una patria vincente e perfetta da amare senza alcuna recriminazione. Un sogno, però, da inseguire attraverso trasformazioni continue, con un gusto adrenalinico per il cambiamento, per la competizione e l’innovazione a ogni costo: una vita dei singoli e del paese senza tregua e senza respiro, l’espressione più pura della fede nella libertà come élan vital. E sempre, però, quel senso di insicurezza, quel timore di sprofondare, quell’aggirarsi alla ricerca di cospirazioni interne ed esterne volte alla distruzione dell’America: gli Stati Uniti come il luogo dell’eterna lotta fra bene e male che assume dimensioni cosmiche perché il destino del paese ha dimensioni cosmiche. Quando Reagan parlava di “impero del male” non faceva retorica, esprimeva tutto lo slancio  e tutta l’ansia di un paese che si sente sempre in bilico fra vittoria finale e sconfitta totale.

Gli Stati Uniti hanno vinto la Guerra fredda e hanno creato la globalizzazione; ma al loro interno hanno vissuto un mutamento tanto veloce da diventare pressoché ingovernabile. Gli anni Sessanta del Potere nero e delle rivoluzioni femministe e sessuali sconvolsero i punti di riferimento morali e culturali di una classe operaia e piccolo-borghese bianca che aveva raggiunto da poco la stabilità economica e la lanciarono, assieme al Sud tradizionalista, nelle braccia di un neoconservatorismo che diede fiato a una destra religiosa evangelica e fondamentalista nascosta da decenni nelle pieghe dell’America più profonda. La crisi economica degli anni Settanta, causata in buona parte dalla guerra in Vietnam e dai primi vagiti della globalizzazione, portò nel decennio successivo a ridurre lo spazio dei sindacati e del welfare state sbilanciando l’asse del potere economico tutto a favore del mondo imprenditoriale. Negli anni Novanta  globalizzazione e finanziarizzazione consentirono un’ipertrofia dei consumi che nascose la crescente impotenza politica ed economica delle fasce inferiori della popolazione e diede il via a quella crisi della classe media - il collante sociale e ideale degli Stati Uniti - che si manifestò in tutta la sua virulenza dopo il 2000. Quando si giunse al 11 settembre l’America era già spaccata al suo interno da due decenni di “guerre culturali”, dall’incertezza sul suo ruolo nel mondo post Guerra fredda, da un’immigrazione latina che creava  fenditure non solo fra latinos e bianchi, ma anche fra latinos e neri che lottavano per gli stessi posti di lavoro e per il welfare disponibile.

Nel frattempo non solo la piramide sociale si allungava e quella dei redditi si allargava con la crescita abnorme e incontrollata dei redditi di ristrette élite economiche; ma la classe politica federale e locale si imbarbariva, legata a un intreccio di lobby di ogni genere che le impediva di muoversi e la corrompeva. Era nata intanto una nuova “élite della conoscenza”, indispensabile all’economia postindustriale e globale, composta da manager, professionisti, tecnici tutti altamente specializzati, educati nelle grandi università e tanto liberal in materia di riconoscimento dei diritti di genere, sessuali e razziali quanto conservatori in campo economico, nemici dei sindacati e spregiatori di ogni gruppo sociale a loro inferiore. La società americana degli anni 2000 è una società di grande efficienza tecnologica e scientifica, capace di un soft power enorme nel campo della comunicazione e della cultura di massa e di un altrettanto enorme hard power militare; ma rabbiosa e apparentemente incapace di organizzare in modo coerente i suoi tanti, spesso sconnessi gruppi sociali.  Tea Party e Occupy Wall Street sono stati l’icona di una frustrazione e di una rabbia che hanno portato alla rivolta di quest’anno. Una rivolta che ha virato nel sangue di neri e di poliziotti non per un razzismo istituzionale ormai quasi del tutto scomparso; ma per un razzismo ancora diffuso a livello sociale che ha trovato espressione nel comportamento di poliziotti bianchi a loro volta spaventati dalla violenza nei suburbi degradati e, cosa fondamentale perché rispecchia l’ossessione per la sicurezza del paese, addestrati ad agire in modo militare. Un razzismo e una paura che hanno portato al nascere di un movimento nero diffuso e disomogeneo, ma con aspetti violenti e anche a tratti razzisti, “Black lives matter”. 

Una rivolta, tuttavia, ancora soprattutto politica che ha trovato espressione in una campagna elettorale dai tratti di jacquerie o di movimento savonaroliano, che con Trump ha travolto la classe dirigente Repubblicana e sta rosolando a fuoco lento Hillary Clinton, la rappresentante più pura dei politici pofessionisti. Il “Trumpismo” non è un’ideologia, è una sensazione, un salto nel buio sentito come purificatore da milioni di americani senza più riferimenti e certezze, una terra incognita che in certo senso fa rivivere il mito della frontiera - ed è questo che conta perché riporta a idee primigenie della cultura americana. “Va a ovest ragazzo” si diceva tanto tempo fa, buttati, purificati rischiando perché il presente non ti fa respirare. Paradossale, ma Trump è questo, un urlo sentito come una promessa, tutto il resto non conta e attorno al Trumpismo tanti frammenti di una nazione in bilico paiono ritrovare un senso. Barack Obama non può farsi sentire, il suo intellettualismo liberal non ispira e non unifica. La Clinton appare come un vecchio arnese bugiardo e corrotto. Sanders il radicale esprime la frattura, non l’unione. Tanti americani vogliono la rude sincerità, l’aspra volontà di spazzar via ogni problema con atti di forza, il volto clownesco ma popolano di Donald Trump e tutto il resto vada al diavolo. È l’immagine rischiosa di un paese “che non è per vecchi” e che oggi si trova a uno dei tanti bivi che hanno punteggiato la sua storia tumultuosa.

 

 

 

 

Professore Emerito. Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali. Università di Bologna