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Non è detto che il capo sia un leader

Stefano Zan * - 09.05.2018
Di Maio premier

Nel linguaggio comune si tende ad usare il termine leader come equivalente di capo, segretario, reggente, portavoce di un qualsiasi partito. In realtà la parola leader evoca alcune caratteristiche che non necessariamente un qualsiasi capo politico possiede, soprattutto quando la sua nomina proviene “dall’alto”, dal vero azionista di maggioranza del partito, oppure dal basso, come mediazione tra tante correnti.

 

Vale forse la pena richiamare le caratteristiche principali che fanno di un capo un vero leader, rispetto a un qualsiasi “segretario” o “burocrate”.

Sintetizzando e semplificando al massimo una letteratura vastissima possiamo dire che il leader si distingue per:

 

-          Carisma

-          Sintonia

-          Visione

-          Innovazione

 

Il carisma è l’insieme di quelle doti assolutamente personali che fanno sì, come diceva Max Weber, che gli individui si predispongano all’obbedienza proprio in ragione di queste virtù personali. E’ difficile dire in cosa consista effettivamente il carisma perché la storia è ricca di esempi di leader certamente carismatici ma che avevano e hanno caratteristiche personali profondamente diverse. Il carisma è tale in quanto viene riconosciuto come dote peculiare di una singola persona che in questo modo ottiene la fiducia e il riconoscimento dei suoi accoliti pronti a seguirlo in ogni occasione con scarsissimo senso critico. “C’è scritto ma io vi dico” rende bene l’idea di un leader che, in virtù della sua persona, è in grado di rivoluzionare convinzioni e credenze radicate nel tempo.

 

La sintonia è quella caratteristica in virtù della quale un leader “sente” gli umori del popolo in maniera quasi istintiva senza bisogno di “studiare”, con sondaggi e ricerche sociologiche, gli umori della base. Il leader “conosce i suoi polli” non solo perché li frequenta direttamente ma perché è in grado di “mettersi” nei loro panni e di capire cosa pensano, cosa vogliono, di cosa hanno paura interpretando le loro percezioni anche quando queste sono molto distanti dalla realtà effettiva.

 

La visione è la capacità di un leader di dare una prospettiva di medio lungo termine all’azione politica sulla quale chiede il consenso dei suoi seguaci. Se è vero che sono finite le ideologie totalizzanti del secolo scorso è altrettanto vero che non esiste nessuna organizzazione senza ideologia intesa nel suo significato proprio di “sistema di valori”. Il leader è colui che indica la strada verso un futuro atteso di gran lunga migliore della situazione odierna.

 

Infine il leader è colui che, proprio per perseguire una nuova visione in sintonia con gli umori dei suoi seguaci, propone delle innovazioni più o meno significative tanto sui contenuti dell’azione politica che sui metodi. Il vero leader segna sempre una cesura con il passato (ancora una volta “c’è scritto ma io vi dico”) ed in questo senso l’innovazione rappresenta spesso un valore in sé che vale la pena di essere perseguito senza chiedersi se il “nuovo” sia sempre e comunque migliore del “vecchio” a prescindere da qualsiasi considerazione di merito.  

 

Se carisma, sintonia, visione, innovazione sono le caratteristiche fondamentali di un leader proviamo a vedere in che misura gli attuali “capi” di partito possono essere considerati dei leader oppure no. Partiamo, in ordine crescente dal partito più piccolo (quello che ha preso meno voti alle elezioni) fino al più grande.

 

Le caratteristiche personali di Piero Grasso, così come le modalità della sua ascesa ai vertici di Liberi e Uguali, fanno dubitare che abbia qualsiasi dote carismatica che, per altro, non aveva neanche quando faceva esclusivamente il magistrato. Ha grossi problemi di sintonia perché è stato chiamato a rappresentare un popolo che non ha mai conosciuto direttamente così come ha ampiamente dimostrato in tutti i suoi interventi televisivi. Anche sulla visione l’impressione è sempre stata quella di un vago e generico ritorno ad un passato più studiato si libri e sui giornali che non vissuto di persona, in assenza di qualsiasi ipotesi di innovazione tento di metodo che di sostanza. Il deludente risultato elettorale ottenuto personalmente nella sua terra conferma una debolezza personale e probabilmente rappresenta uno dei tanti errori commessi da Liberi e Uguali.

 

Giorgia Meloni, al contrario, ha dimostrato e dimostra, nell’ambito del suo elettorato di riferimento, discrete caratteristiche carismatiche e una buona conoscenza dei suoi seguaci. Quanto a visione, il suo continuo richiamo al patriottismo e ad un passato che non c’è più da tempo sembra incapace di coinvolgere grandi masse. Sul piano dell’innovazione, anche qui poco evidente, non va però dimenticato che è l’unica donna a capo di un partito che alle ultime elezioni ha più che raddoppiato i suoi voti.

 

Per Berlusconi, che in passato ha incarnato al massimo tutte le caratteristiche fondamentali di un leader, c’è da chiedersi cosa è rimasto di queste caratteristiche dopo ormai circa 25 anni.

Il carisma, come dote personale, gli viene riconosciuto ormai solo da un gruppo ristretto di fedelissimi che spesso sembrano scambiare il riconoscimento del carisma con il culto della personalità. Certamente non è più in sintonia con gran parte dell’elettorato tanto da arrivare ad insultarlo per le scelte compiute. La sua visione della rivoluzione liberale è vecchia e ormai non più credibile visto quanto non ha fatto quand’era al governo e di innovativo nel suo messaggio attuale non c’è proprio nulla.

 

Salvini in questa fase storica è probabilmente il caso più interessante. Indubbiamente con il suo comportamento, linguaggio e look un po' rozzo trasmette però un senso di vicinanza alla gente comune. Ha una straordinaria sintonia con il “popolo” di cui coglie i bisogni principali: meno tasse, sicurezza e pensionamento a una giusta età dopo una vita di lavoro. Propone una visione fondata sul primato del popolo lavoratore (operai, impiegati, artigiani, commercianti, imprenditori) che vuole vivere serenamente in un mondo più tranquillo e “nazionale”. Negli ultimi anni è stato promotore, contro tutto e tutti, di una Lega nazionale che abbandonasse la sua esclusività territoriale. E i risultati gli hanno dato ragione.

 

Martina non si distingue certo per spiccate doti carismatiche e nemmeno, ma questa non è certo colpa sua, per un’autonomia di pensiero capace di creare una svolta in un partito come sempre riottoso. Come tutto il partito ha perso buona parte della sintonia con un elettorato che tradizionalmente li seguiva. Sulla visione c’è tutta la confusione che accomuna il PD a tutti i partiti di sinistra in Europa e dopo alcuni anni di profonde innovazioni di metodo e di sostanza oggi lui stesso, in questo caso in perfetta sintonia con tutto il gruppo dirigente, sembra, a dir poco, disorientato.

 

Anche Di Maio rappresenta un caso interessante. Il tentativo di “routinizzazione del carisma” e cioè il trasferimento del carisma di Grillo al nuovo capo del partito nominato dall’alto non sembra assolutamente riuscito: look, abbigliamento, linguaggio sembrano più quelli di un fedele e attento “segretario” che non di un vero leader. Per quanto riguarda la sintonia, al di là di coglier un generico voto di protesta, non è ancora chiaro a nessuno (nemmeno ai sociologi e ai politologi) in cosa consista il popolo grillino tanto è vero che alcuni osservatori li considerano di destra e altri di sinistra. E’ difficile capire quale sia la sua visione dopo il radicale cambiamento di atteggiamento a seguito dei risultati elettorali per cercare di andare in ogni modo al governo. D’altra parte proporre come visione di lungo termine una decrescita felice e pauperistica come ideologia vincente è compito non facile per nessuno. Viceversa sul piano dell’innovazione si è caratterizzato per una grande disponibilità a seguire percorsi nuovi e diversi come, ad esempio, la nomina di un governo prima delle elezioni.

 

Ovviamente le mie sono considerazioni personali ancorché frutto del massimo distacco possibile da parte di un osservatore abbastanza attento all’evoluzione dei fenomeni politici. Per comodità del lettore propongo una tabella di sintesi che ciascuno può riempire come meglio crede con un punteggio da 0 a 5. Ovviamente l’esercizio può valere per tutti i leader, anche quelli del passato, e, volendo, anche per quelli che si proporranno sulla scena nel prossimo futuro.

 

Tabella sinottica

 

Carisma

Sintonia

Visione

Innovazione

Totale

Grasso

0

0

0

0

0

Meloni

3

3

2

2

10

Berlusconi

3

3

1

0

7

Salvini

4

5

4

5

18

Martina

2

2

1

1

6

Di Maio

2

2

2

5

11

 

 

 

 

 

* E' stato docente universitario di Teoria delle organizzazioni. Il suo blog è ww.stefanozan.it