Ultimo Aggiornamento:
20 aprile 2024
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Meloni è un fenomeno da valutare seriamente

Tiziano Bonazzi * - 28.09.2022
Meloni premier

Non mi scaldano molto i dibattiti su quanti angeli possono stare sulla punta di un ago ovvero, in termini contemporanei, se Giorgia Meloni sia fascista o meno. Una frase polemica la prima, che pare sia stata ideata fra Cinque e Seicento nella letteratura anticattolica dei protestanti inglesi, e un quesito altrettanto polemico il secondo su cui si può dipingere con tutte le tavolozze del mondo e che dice soprattutto una cosa, che l'Italia non è ancora riuscita a superare il trauma del fascismo storico. Il fascismo fu la catastrofe di un sogno di grandezza basato sull'ignoranza italiana, sia popolare che colta, della storia occidentale e della geopolitica degli anni Venti e Trenta. Lo sfracellarsi dell'arretratezza italiana. E dal momento che il dopoguerra non ha potuto ovviare che in parte a quell'arretratezza, per ragioni legate innanzi tutto alla Guerra fredda e ai suoi “impedimenta”, eccoci ancora a dibattere sul fascismo come indicano, ad esempio, i tanti documentari su Mussolini, la Marcia su Roma, l'alleanza con Hitler ecc. che riciclano le stesse immagini e gli stessi concetti ormai più tralatizi che profondi. E tutti cambiano canale non per desiderio di una migliore conoscenza, ma perché si annoiano. Finita la Guerra fredda e sia la “conventio ad excludendum” dei comunisti al governo che dei missini fuori dall'arco costituzionale la “camicia insanguinata” del ventennio entusiasma sempre meno. La “camicia insanguinata” era l'accusa contro i secessionisti della Confederazione colpevoli della Guerra civile americana che nel dopoguerra veniva agitata dai nordisti contro il Sud; ma la “camicia insanguinata” finì nel dimenticatoio. Non si batte FdI sventolando il fascismo che in un'età e una società fluida senza ideologie né partiti appare ai più un'ombra lontana quando non fa, addirittura, venire in mente la stabilità, ed è la stabilità che oggi si sogna. La stabilità e la sicurezza. In un paese che ha sempre odiato il rischio la stabilità e la sicurezza sono, non senza ragione, virtù molto amate. Chi pare meglio incarnarle ha un vantaggio, così è stato per la Lega, così è oggi per FdI.

          Torniamo a Giorgia Meloni. Io faccio il mio mestiere che è quello dell'antico docente universitario e non del politico, di quello che sa maneggiare un po' le idee e la storia e non è chiamato a metterle in pratica però una funzione civile ce l'ha; quella di trasmettere, in competizione con altri ricercatori, qualcosa che possa essere utile agli altri. Eccomi qui, un po' scassaminchia, forse, e pronto a sentirmi dire di aver torto perché questo è il metodo della scienza. Eccomi a dire che quel che temo di Giorgia Meloni non è qualcosa di vago come il fascismo; ma altre cose. La prima è il suo non detto, ma del tutto chiaro attacco alla tradizione illuminista, al “sapere aude” di Kant e ancor di più all'illuminismo delle rivoluzioni francese e americana. Certo, più lontano dalla concretezza di così non potrei essere; ma è il mio mestiere e se oggi siamo un po' più moderni dei pur grandi liberali italiani di Otto Novecento è proprio da quanto dico che si può prendere a pensare anche in pratica. Verso la fine del Novecento l'illuminismo è stato decostruito e attaccato da grandi menti e con molte ragioni; ma quelle menti non vedevano che il pericolo non era solo il neoliberalismo, bensì anche il tramestio che si cominciava a sentire dal basso, quello di chi vedeva fermarsi l'ascensore sociale e al tempo stesso vedeva stravolti, all'improvviso e con poche spiegazioni, i valori della sua democrazia, quella per cui si era battuto contro il fascismo vero e che, invece, tanti decostruttori volevano falsa. Falsa lo posso dire anch'io; ma non gli operai e gli agricoltori padani per i quali quella democrazia era un orizzonte certo, maschilista sì e con valori che affondavano le radici addirittura nella tradizione cristiana, ma degna di essere vissuta. Sono storie antiche che vanno più indietro di fine Novecento. Un episodio che non è la prima volta che racconto perché mi sembra esemplare. Mio nonno materno, mezzadro e sindaco socialista di Ozzano vicino a Bologna, che dopo il 1922 perse tutto per il suo antifascismo, quando vide arrivare i compagni della Federazione socialista di Bologna che venivano a propagandare il divorzio li cacciò via al grido: “La mia donna è mia”, urlato in dialetto naturalmente. Occorre tempo, occorre tempo per mutare le culture e così anche per portare avanti l'Illuminismo che è mutamento. Non si possono sparare idee culturalmente rivoluzionarie in faccia a chi, come ho detto, vede restringersi l'ascensore sociale. E allora ecco arrivare la Presidente Meloni che promette stabilità e certezza, che crede poco nelle costituzioni che pongono limiti precisi al governo bilanciando i poteri e non molto alla libertà della magistratura e della stampa, che ama le politiche sociali, ma non quelle che nascono da lotte dal basso e che crede sì ai diritti, però nell'ambito della tradizione. Questo è antiilluminismo ed è anche la democrazia illiberale di Orbàn che non è vero rispetti la sovranità popolare perché si fonda su elezioni. La democrazia ha bisogno di ben di più delle elezioni. Oggi, lo sappiamo bene, la democrazia di origine illuminista è sotto attacco dall'esterno, da parte di paesi antidemocratici che si sono dati la bandiera, una volta progressista, dell'attacco all'ordine mondiale occidentale. Lo è purtroppo anche dall'interno, da chi vuole bloccare le trasformazioni di natura illuminista che intendono ampliare i diritti e la libertà. E le risposte sono deboli perché si ritiene di superare l'illuminismo a picconate senza voler capire che esistono i sanfedisti e che i sanfedisti sono popolo come il popolo rivoluzionario. In politica è necessario essere montessoriani, non decostruttori proprio perché siamo tutti uguali. Come noi docenti non sappiamo usare la vecchia falce e il vecchio martello, altri non sanno usare le idee con la differenza che noi possiamo non saperli usare e prendiamo da chi sa i prodotti di cui abbiamo bisogno, nella politica democratica, invece, occorre attivare le persone, insegnare loro il “sapere aude” senza strapparli con violenza dalla cultura che hanno o si rischia la reazione. Occorre pazienza e per dare a loro e a noi tempo e pazienza bisogna guardarle negli occhi alla pari, occorre dare e ricevere, far capire che in quanto il sapere amplia la libertà è proprio il mutamento a dare sicurezza e stabilità. Non è il fascismo della Meloni a far paura, è il suo tradizionalismo, il suo non essere più un albero che cresce, ma un palo che sbarra. Quel che fa paura è la sua modernità senza mutamento che dà al ristagno il sapore della stabilità.

 

 

 

 

* Professore emerito di Storia americana – Università di Bologna