Ultimo Aggiornamento:
14 aprile 2021
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Lei mi parla ancora

Omaggio a Pupi Avati

Francesco Provinciali * - 27.02.2021
Pupi Avati

Il regista Pupi Avati ci affascina sempre con le sue ambientazioni intimiste.

Nel Suo ultimo film “Lei mi parla ancora”, racconta (evocando il libro di memorie scritto dal farmacista Giuseppe Sgarbi, padre di Vittorio ed Elisabetta) la storia di una coppia che si è amata ed è stata insieme tutta la vita. Lei viene a mancare improvvisamente per prima e nella mente del marito riaffiora la memoria del tempo trascorso insieme, per 65 lunghi anni. In particolare dal giorno del matrimonio, quando lei aveva scritto e consegnato a lui una lettera che era un patto d’amore che li avrebbe resi immortali, come in un gioco di rimandi: lei per lui e lui per lei.

Nell’immedesimazione dell’epoca, per quella generazione i matrimoni erano legami intensi, fatti di quotidianità che rinnovava la promessa del primo giorno. Direi che, osservando l’immagine dello scorrere lento del Po (e l’esondazione nel Polesine a rimarcare le alterne vicende della vita), proposta con studiata intensità, con scorci che danno la visione di ampi spazi e di un contesto ambientale con una fisionomia ben nota, quelle unioni seguivano un ritmo che li rendeva parte della natura e dei suoi tempi, e forse celavano davvero un senso di appartenenza e di immortalità.

Il tutto con la consueta naturalezza di ambientazione, dove i dettagli e le pause fanno la differenza,  in cui ciascuno occupa un posto che gli pare dipinto addosso, dove le scene domestiche valorizzano le tradizioni, i vissuti generazionali, che attingono spesso a ricordi personali e immedesimazioni nascoste del grande Maestro del cinema italiano.

Prestando orecchio a questa lunga storia d’amore suggellata dal matrimonio viene da chiedersi che cosa è cambiato nei legami sentimentali del nostro tempo.

Per questo nei film di Pupi Avati il filone narrativo predilige con cura i ritmi di un tempo andato dove i ricordi sono sempre protagonisti. La trama propone l’intensità rievocativa nostalgica del  protagonista,  un grande Renato Pozzetto , con cui si rivolge al passato mentre vorrebbe fermare lo scorrere del tempo, per renderlo addomesticabile, come se l’amata Rina fosse ancora accanto a lui.

Per ricostruire una lunga storia d’amore  vorrebbe trasferire gli avvenimenti che riaffiorano alla memoria e farli rivivere come contenuto di un libro che uno scrittore di mezza età è chiamato a comporre: la promessa di immortalità giustifica allora il titolo del film, perché il legame che li univa in vita va oltre la morte e resta nel cuore come una consolazione. Rina parla ancora a Lui specie quando la sua assenza diventa lacerante, dolorosa, inaccettabile. Torna alla mente questa sensazione inspiegabile di assenza e di presenza nei versi di Attilio Bertolucci, in una delle più belle poesie del 900 che sembra fatta apposta per descrivere un legame d’amore che dura oltre l’esistenza e la ricompone in una garbata dignità: “Assenza, più acuta presenza….. il petto ti porta come una pietra leggera”.

Una della chiavi interpretative che aiuta Nino a superare ciò che nella realtà separa la vita dalla morte  la si scopre quando il farmacista rimasto solo ricorda le parole scritte da Cesare Pavese nel suoi dialoghi con Leucò “L’uomo mortale non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia” , aforisma che spiega che il senso della trama consiste nella narrazione di una lunga esistenza a due: nella sua intimità in parte spiegabile e in parte inesprimibile.

Il transito terreno è il cammino dei ricordi che uno porta con sé e di quelli che lascia.

Nel momento in cui anche lui poco tempo dopo viene a mancare si accorge che la vita non può stare in un libro, ci sono sensazioni e stati d’animo che appartengono a ciò che resta imperscrutabile, “l’essenziale diventa invisibile agli occhi”, anche nell’impegno narrativo dello scrittore  perché l’esistenza è una esperienza che ogni volta rinasce ma si esprime in forme diverse, singolari, interiori, che non possono essere esportate se non sotto forma di apparenze.

E’ questo dunque  il “tesoro” dei ricordi da cui quell’uomo rimasto solo attinge la forza di vivere?

E la sua repentina scomparsa, prima che il libro venga finito, oltre alla difficoltà di sopravvivere all’assenza di lei, significa forse un ultimo privilegio che non può essere raccontato: quello di conservare e portare via per sempre le sensazioni più intime e indescrivibili? Anche i silenzi riempiono la memoria di ciò che non è compiutamente narrabile, il riemergere di quegli spazi apparentemente vuoti tra le parole e tra i gesti, gli intervalli tra le presenze: pure il silenzio ha una sua dignità, c’era allora e si rinnova ogni volta che Nino lo fa riemergere nei ricordi del suo passato. E’ come se il silenzio fosse silenzio due volte: per come era e per come lo ripensa riportandolo al presente. Viene da chiedersi se esista forse qualcosa di più struggente per chi non può rivivere il proprio passato, delle “parole non dette”, quelle parole che  riecheggiano nella  mente insieme agli abbracci non dati (“le persone anziane non si abbracciano più”, una constatazione, forse un rimpianto di Nino) e si avvertono come se fossero state pronunciate, perché bussano con insistenza alla porte del nostro cuore e della nostra coscienza. 

Più che un atto di volontà o lo sforzo di una ricerca retrospettiva sembra che siano le parole,  gli oggetti, le immagini, i contesti di vita che come una illuminata folgorazione fanno attraversare a Nino in un lampo il ricordo del passato che gli  appartiene per il tempo che gli resta,  per rivisitarlo  come se un raggio di luce inondasse improvvisamente la sua esistenza.

Ogni cosa gli parla di lei e lui le risponde.

Se è vero che la vita è narrazione vale allora la pena di fermare il tempo andato nelle pagine di un libro: anche Nino ricorda e racconta ma esprime un’ampiezza di sensazioni tale per cui non tutto può essere spiegato perché dagli altri non tutto potrebbe essere capito.

Infatti quel libro che lo scrittore avrebbe dovuto completare resta senza un finale.

Possiamo forse affermare che il vero senso delle cose a volte si fa leggere con più spontaneità, emerge da solo, ci viene a cercare e ha radici lontane.

La vita di coppia è stata talmente intensa e colma di amore che vale la pena di guardare a ritroso, per ricomporla affinché nulla vada perduto.

La tenacia nell’attesa di un ritorno di lei, quel continuare il discorso tra loro che in realtà è un suo monologo dell’anima, vuole forse esprimere la fedeltà ad un patto di amore che va oltre la vita e giustifica la promessa dell’immortalità, che è racchiusa in quella lettera che Nino  porta via con sé per sempre, nell’accomiatarsi dal mondo terreno.

Un patto troppo forte che suggella un ricordo lontano ma forse anche la speranza che la loro storia d’amore li faccia ritrovare in “quel campo immenso” che - oltre a ciò che di giusto o sbagliato c’è nell’esistenza umana -   ci aspetta dopo la morte.

Come ci ha insegnato il poeta londinese William Blake: “non ci sono morti ma solo anime, sulle due rive”. Ciascuna lascia un ricordo e ne porta un altro con sé.





* Già dirigente ispettivo MIUR