Ultimo Aggiornamento:
12 giugno 2021
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Le donne, le istituzioni, la cultura politica europea: note a margine del decimo anniversario della Convenzione di Istanbul

Raffaella Gherardi * - 08.05.2021
Convenzione di Istanbul

In data 11 maggio 2021 cade il decimo compleanno della Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica); la prima sottoscrizione avvenne da parte della Turchia, lo stesso paese che poco più di un mese fa ha revocato la sua partecipazione alla Convenzione suddetta. Quest’ultima riconosce la violenza sulle donne come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione, dal che consegue che gli Stati vengono ritenuti responsabili se non garantiscono misure adeguate ai fini della prevenzione di tale violenza. Ora, se appare a tutti chiaro che le finalità appena richiamate non vanno molto d’accordo con un regime come quello di Erdogan, non certo modello dal punto di vista dei princìpi cardine dello Stato di diritto e tanto meno dei diritti delle donne, occorre forse interrogarsi da vicino sullo stato in cui versa attualmente la Convenzione di Istanbul all’interno dei quarantasette paesi appartenenti al Consiglio d’Europa, innanzitutto a partire  dalla stessa Unione Europea e dai ventisette Stati che ne sono membri. È del giugno 2017 la sottoscrizione da parte della UE della Convenzione in oggetto, seguita poi, nel novembre 2019, da una risoluzione del Parlamento europeo in cui viene chiesto a tutti i paesi membri di aderirvi, esortando inoltre gli Stati che l’avessero già firmata ma non ancora ratificata a provvedere al più presto in tal senso. E in effetti a tutt’oggi sono ancora sei gli Stati che non hanno ottemperato a tale invito; si tratta di Bulgaria, Repubblica ceca, Ungheria, Lituania, Lettonia, Slovacchia. Lo scorso anno, per esempio, l’Ungheria ha rifiutato di ratificare la Convenzione, pur avendola sottoscritta nel 2014. Sul tappeto c’è ora anche il caso della Polonia che, dopo aver ratificato la Convenzione nel 2015, ha recentemente intrapreso un processo formale di ritiro dalla stessa. E l’Italia? È del giugno 2013 la ratifica in questione. Nello stesso anno si situa la ratifica da parte di paesi quali il Portogallo e l’Austria e nell’anno successivo di altri Stati membri della UE quali Francia, Spagna, Danimarca (la Germania seguirà soltanto nel 2017). A proposito del complicato percorso della Convenzione di Istanbul in particolare relativamente ad alcuni paesi membri della UE, alcuni osservatori non mancano di mettere in luce anche il conflitto che si sarebbe creato in tal senso all’interno della UE stessa e tra le sue più alte istituzioni: così se da una parte Commissione e Parlamento si schierano senz’altro a favore della ratifica di cui sopra, dall’altra molto “più morbida”  risulterebbe la volontà del Consiglio della UE di operare in analoga direzione, dato che il Consiglio dei Ministri in questione è rappresentativo dei governi degli Stati membri. Al di là di considerazioni su possibili conflitti che possano segnare le stesse istituzioni europee, compromettendone l’efficacia e la legittimazione da parte dei cittadini, il tortuoso itinerario della Convenzione di Istanbul sopra richiamato può essere considerato significativo anche di un’ ulteriore difficoltà dell’Europa: quella di riuscire effettivamente a costruire un percorso comune fatto di valori e di una cultura politica in cui i paesi membri della UE possano davvero riconoscersi e  costituire la base di un saldo legame reciproco, in grado di affrontare ogni sfida. Un problema grave a cui sarebbe necessario rispondere adeguatamente, nel caso la direzione imboccata vada effettivamente in porto, è quello sopra richiamato della Polonia. Poche settimane fa il parlamento polacco ha inviato all’esame delle commissioni un disegno di legge volto a ritirare il paese dalla Convenzione di Istanbul: come reagirà la UE se tale disegno verrà approvato? Sarebbe bene per tutti coloro che hanno veramente a cuore l’Europa che tale eventualità fosse fin da subito seriamente considerata perché nel caso avvenisse effettivamente, non basterebbe più semplicemente innalzare qua e là cori di indignazione, come è stato fatto per la Turchia di Erdogan da parte delle istituzioni e dei cittadini europei, dato che la Convenzione di Istanbul verrebbe addirittura rinnegata da un paese membro della UE (e limitarsi a qualche formale rimbrotto per un paese che ne fa parte sarebbe davvero un gran brutto segnale e darebbe fiato alle trombe di tutti i soggetti per i quali la debolezza dell’Europa rappresenta un comodo vessillo di marca sovranista…).

 

 

 

 

* Già professore ordinario di Storia delle Dottrine Politiche Università di Bologna