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24 luglio 2021
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L'analisi del sabato. Il “partito del 2018”

Luca Tentoni * - 01.08.2015
Matteo Renzi

Durante l'estate, com'è noto, il dibattito politico si riduce a temi di scarso peso, che si rivelano sovente effimeri una volta ripresi i lavori parlamentari. Tuttavia, le voci sull'esistenza di un "partito del 2018", cioè di un gruppo - più o meno vasto - che, soprattutto in Senato, sarebbe disposto ad assicurare un sostegno al governo per evitare elezioni anticipate prima della scadenza naturale della legislatura, non appaiono del tutto infondate. Ad oggi, abbiamo tre "finestre elettorali" possibili: 2016, 2017, 2018. La prima (2016) escluderebbe il voto con l'Italicum (a meno di una "leggina" o comunque di una norma ad hoc) perchè la nuova normativa elettorale entrerà in vigore nella seconda parte dell'anno. La terza (2018) coinciderebbe con la conclusione naturale della legislatura, che sarebbe verosimilmente preceduta (di un anno e mezzo o due anni) dal referendum confermativo della legge di revisione costituzionale (la quale, fra l'altro, cambia il sistema bicamerale). La seconda, invece, è forse la più agevole per le forze politiche, perchè permetterebbe di votare con l'Italicum avendo, nel frattempo, riorganizzato alleanze e verificato (alle amministrative 2016) i rapporti di forza fra i partiti. Inoltre, in quest'ultimo caso, se prevalessero i sì al referendum confermativo costituzionale, il vincitore alla Camera potrebbe governare col margine assicuratogli dal premio dell'Italicum (l'unico ramo del Parlamento titolare del rapporto fiduciario col governo sarebbe, infatti, quello di Montecitorio). Ad oggi, il voto politico nella primavera 2016 (la prima ipotesi) appare poco probabile, a meno che il Pd di Renzi non reputi conveniente andare alle urne col "Consultellum". Tuttavia, in tal caso, si rinnoverebbe anche il Senato non ancora trasformato in "Camera delle Autonomie" (a meno che non si voglia far svolgere il referendum prima dello scioglimento anticipato dell'Assemblea di Montecitorio, ma nell'evenienza si andrebbe troppo in avanti col tempo e si finirebbe per votare a ottobre, con l'Italicum: a quel punto, meglio rimandare alla primavera 2017). Il voto col Consultellum (proporzionale con soglia) ci restituirebbe verosimilmente una Camera dei deputati senza maggioranza precostituita, perciò si aprirebbe sicuramente una stagione di trattative e di intese più o meno ampie. Si tratterebbe di una soluzione da adottare solo in caso di estrema urgenza, a meno che non servisse al Pd per approfittare delle divisioni nel centrodestra. Il voto col sistema della Consulta, infatti, non attribuisce premi di coalizione, perciò ogni partito andrebbe per conto proprio: Berlusconi e Salvini potrebbero evitare compromessi sul programma e correre separati, ma successivamente forse anche i destini al governo o all'opposizione di FI e Lega resterebbero distinti. Andare alle urne nella prima metà del 2016 per trovarsi a dover trattare con altri partiti per un nuovo governo sarebbe, per Renzi, un'insensatezza. Tanto più che - se si fosse di fronte a gravi necessità - si potrebbe arrivare allo stesso risultato senza dover sciogliere l'attuale Parlamento. Anche il M5S, che potrebbe avere - stando ai sondaggi attuali - un interesse a votare nel 2016, converrebbe forse più attendere l'entrata in vigore dell'Italicum e tentare la vittoria al ballottaggio nel 2017, anzichè andare alle urne col Consultellum ritrovandosi con pochi seggi in più rispetto al 2013 e comunque fuori da ipotesi di alleanze governative. Le "finestre" più accreditate per il voto, dunque, diventano due, a meno di clamorose sorprese: 2017 e 2018. In entrambi i casi, i poli avrebbero tempo per riorganizzarsi. Il governo e l'opinione pubblica potrebbero verificare l'effetto degli sgravi fiscali promessi da Renzi per il triennio, ma è probabile che un riscontro molto attendibile possa giungere già con le amministrative del 2016. Un'affermazione del Pd rafforzerebbe il governo, lasciando al presidente del Consiglio la scelta se capitalizzare il successo andando alle urne già nella primavera 2017 o se proseguire fino al 2018. Certo, con l'attuazione della riforma costituzionale (che si avrà solo dopo lo scioglimento della Camera) sarebbe più facile governare senza doversi preoccupare di avere la fiducia del Senato, mentre – restando “viva” questa legislatura – in un'Assemblea di Palazzo Madama destinata a cambiare funzioni (ma ancora pari, fino all'ultimo giorno delle “vecchie” Camere, a Montecitorio) certe turbolenze potrebbero diventare non gestibili, rendendo inevitabile il voto anticipato. Per contro, tuttavia, proprio la precarietà di Palazzo Madama potrebbe spingere alcuni senatori a non creare troppi impacci alla maggioranza pur di evitare un repentino e prematuro ritorno a casa. L'alternativa fra le elezioni nel 2017 o nel 2018 si porrebbe anche in caso di insuccesso del Pd alle amministrative del 2016: Renzi potrebbe decidere di arroccarsi fino all'ultimo tentando il rilancio per vincere nel 2018 o giocarsi il tutto per tutto subito. Che esista o meno, insomma, il "partito del 2018" può dirsi tranquillo: al massimo, il voto sarà anticipato di un anno o di pochi mesi. Tutte le ipotesi restano dunque aperte, ma le probabilità si concentrano sul biennio finale della legislatura. C’è però un fatto che potrebbe provocare un effetto simile all'uscita dello zero alla roulette: il mancato raggiungimento dei 161 voti favorevoli per licenziare, in seconda lettura, la riforma costituzionale in Senato. In quel caso, le conseguenze politiche sarebbero difficilmente prevedibili e comunque non di poco conto. Per questa ragione, se un "partito del 2018" esiste davvero, è a quello che si dovrà guardare quando arriverà il momento della verità sul ddl di revisione della Carta Fondamentale repubblicana.

 

 

 

 

* Analista politico e studioso di sistemi elettorali

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