Ultimo Aggiornamento:
17 luglio 2019
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La stranezza che ho nella testa: il racconto polifonico di Orhan Pamuk

Francesca Del Vecchio * - 02.02.2016
Orhan Pamuk

«Ciò che voleva dire alla città, che voleva scrivere sui muri, gli era appena venuto in mente. Proveniva da dentro di lui, ed era tutto intorno a lui, era un’intenzione sia del cuore che delle labbra: ‘Ho amato Rayiha più di ogni altra cosa al mondo’». Si chiude così La stranezza che ho nella testa (traduzione di Barbara La Rosa Salim, Einaudi), ultimo lavoro del Nobel per la letteratura 2006, Orhan Pamuk. Il protagonista, Mevlut Karataş, è un povero mercante di boza -bevanda ottomana a base di cereali- nato in periferia e trasferitosi a Istanbul per sposare una donna di nome Rayiha. Il tono malinconico del narratore accompagna lo sviluppo della storia. Gli innamorati si raccontano. Al loro fianco, altri personaggi si svelano, tessendo la trama fitta del romanzo: una polifonia che dà vita a un componimento corale di insolita potenza. Il resoconto personale s’interseca con il racconto della nazione e la cronaca delle fedi politiche che cambiano. L’intento di Pamuk è chiaro già dal frontespizio: «La stranezza che ho nella testa ovvero la vita, le avventure, i sogni, gli amici e i nemici di Mevlut Karataş, venditore di boza, nonché una panoramica della vita di Istanbul tra il 1969 e il 2012, raccontata dal punto di vista dei suoi cittadini». Mai sazio delle pagine a “lei” dedicate, Pamuk non smette di consacrare lunghe riflessioni al luogo in cui nacque: «A Istanbul, a differenza di quanto succede nelle città occidentali con le vestigia dei grandi imperi del passato, i monumenti storici non sono reliquie protette ed esposte come in un museo. Qui le rovine convivono con la città». La descriveva così nel saggio autobiografico Istanbul. Ne La Stranezza che ho nella testa torna a rivolgersi a lei: il romanzo è un inno d’amore alla città, non più vista con gli occhi dei borghesi de Il museo dell’Innocenza o de Il signor Cedvet e i suoi figli, ma con quelli popolari degli ambulanti. È dentro ogni storia, personaggio prediletto: i vicoli e i serragli, i minareti e i palazzi, il Bosforo e il Corno d'oro. E ancora Mecidiyekӧy, Duttepe e Sultanhamet: una danza tra i quartieri, lenta e malinconica, che il giovane ambulante compie ogni sera.   

«Fu in quell'istante che Mevlut riconobbe chiaramente la verità che a livello inconscio conosceva da tutto quel tempo: girovagare per le strade di notte faceva nascere in lui la sensazione di aggirarsi nei meandri della propria mente». Pamuk non è nuovo ai «monologhi interiori», per dirla con Schnitzler. Così, alla fine della storia, Mevlut si accorge di aver viaggiato dentro se stesso. Un cammino doloroso, che gli conferisce la consapevolezza di ciò che è stata la sua vita, in una città in preda al cambiamento. La cifra narrativa di Pamuk è una fenomenologia della nostalgia attraverso gli oggetti. Per questo i suoi romanzi sono cataloghi di cose attraverso cui leggere le storie. L’efficacia di questo espediente era già chiara ne Il museo dell’innocenza, opera inquieta e morbosa sull’amore impossibile di un uomo per la donna di cui colleziona ogni souvenir. Da un’antologia di ammennicoli nasce un memoriale incantevole, col quale Pamuk accompagna il lettore alla fine del libro. Quando fu la volta di Istanbul, collezionò 20 mila scatti della Città. La stranezza non poteva essere diverso. Mevlut raccoglie oggetti simbolici: articoli di giornale per ricordarsi della sua parentesi al negozio di boza, immagini di lapidi e cipressi ritagliate dal quotidiano islamico Irşad.

Le sfumature scure dello sfondo fanno da teatro all’elemento catalizzatore: l’amore tra Mevlut e Rayiha. Pamuk se ne serve per descrivere i costumi -ancora rigide negli anni ‘70- relativi al matrimonio: le unioni combinate -sostenute dalla tradizione- si scontrano con progetti di fuga e rapimenti dei giovani innamorati. Mevlut e Rayiha non sono diversi. Le vicende del venditore di boza hanno il sapore amaro del neorealismo italiano di Ladri di bicicletta e dell’esistenzialismo di Camus: una storia a metà tra realtà e invenzione, tra epos nazionale e deriva sentimentale. Attraverso le avventure di Mevlut e dei suoi parenti, Pamuk narra l’epopea delle diaspore interne alla Turchia e dei suoi migranti. Più che in altri suoi romanzi, in questo domina, nella rappresentazione della scena politica, il puntiglio pittorico. Ne compone la trama con gli spunti forniti dall’attualità: «Gli sviluppi politici fuori dalle mura scolastiche, però, mandarono in fumo i suoi sogni politici all’interno di quelle mura. Nel marzo 1971 ci fu il colpo di stato militare e Demirel, l’allora primo ministro, fu destituito». Pamuk non rinuncia neppure al tema della libertà di stampa, diritto al quale tiene particolarmente, ma riesce a trattarlo con finezza, en passant. Le pagine de La stranezza sono puntellate di rimandi alle uccisioni di giornalisti e attivisti: l’assassinio del reporter del Milliyet, Celal Salik nel ’79, l’omicidio del giornalista armeno Hrant Dink, nel 2007. Ne risulta un romanzo profondamente segnato dalla realtà, e per questo saldamente consapevole del ruolo di cui è investito.

Ma non è tutto. L’attenzione per la veste grafica e la cura editoriale sono per Pamuk elementi imprescindibili, quasi quanto il contenuto: un albero genealogico accoglie il lettore, anticipando gli intrecci familiari dei personaggi. Ancor più raffinata la scelta dell’ultima pagina: lo scatto del fotografo turco Ara Güler, che immortala un giovane venditore di boza con giogo e bidoni. Quella di Pamuk è un’attenzione ai dettagli che lascia il segno in ogni suo componimento. La stessa abnegazione per il particolare che trasmette ai suoi protagonisti: Mevlut è l’altro Orhan, un uomo che stenta a riconoscere la città nelle sue nuove fattezze, che seguita a rimpiangerne i riti ancestrali. Testardamente, in quella moltitudine cittadina di palazzi e grattacieli, Mevlut continua a vendere la sua boza: «’Non smettere mai bozaci. Non chiederti mai chi la comprerà fra questi palazzi e questo cemento. Tu gira per le strade’. E Mevlut risponde: ‘Non smetterò mai di vendere la boza, io’».

 

 

 

 

* Francesca Del Vecchio, praticante giornalista. Collabora con Prima Comunicazione e ha collaborato con il canale all news Tg Com 24.