Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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La sentenza di Palermo ci richiama all’ordine: la ricreazione è finita

Maurizio Griffo * - 28.04.2018
Sansonetti sentenza Palermo

Da alcuni mesi a questa parte la politica italiana sembrava essersi normalizzata. Ovviamente quando diciamo questo intendiamo dire normalizzata in senso relativo, non assoluto. Questo perché a dominare la scena sono due partiti antisistema o,  per  adoperare una formulazione meno tecnica, diciamo singolari. Si tratta, nel caso del Movimento cinque stelle, di un’associazione politica che è proprietà di una società di pubblicità (la Casaleggio e associati), in cui il controllo politico sul movimento si trasmette per via ereditaria. Nel secondo caso siamo di fronte a un partito politico, la Lega, che, dopo aver imposto al paese per un paio di decenni una rovinosa agenda federalista (che ci è costata almeno 4 o 5 punti di PIL), si è improvvisamente convertito a una improbabile, e non meno rovinosa, agenda sovranitaria. In sostanza in primo piano c’erano due forze politiche a vocazione demagogica. Tuttavia, pur scontando questo evidente deficit di democrazia, la politica italiana sembrava muoversi in piena autonomia.

Infatti, nella campagna elettorale per le elezioni del 4 marzo scorso non abbiamo avuto comunicazioni giudiziarie a orologeria, dichiarazioni sopra le righe di pubblici ministeri in servizio, etc. In altre parole, non si sono verificate quelle interferenze da parte di alcuni settori dell’ordine giudiziario che hanno così spesso caratterizzato negativamente la politica italiana negli ultimi decenni. Sul proscenio erano visibili  solo le varie forze politiche che polemizzavano aspramente fra di loro. Poi, una volta chiuse le urne e insediate le camere si sono aperte le consultazioni per la  formazione del governo. Una partita che è apparsa subito difficile se non decisamente problematica. Nessun partito e nessuna coalizione di partiti aveva avuto una maggioranza sufficiente a formare un governo. Così sono cominciate con fatica le trattative per un accordo. Una partita che sembrava riproporre i minuetti della prima repubblica, ma con toni assai più accesi e intransigenti. In sostanza una riproposizione del vecchio gioco del cerino in una situazione molto meno strutturata di un tempo. All’orizzonte era sempre presente non solo la prospettiva di un governo del presidente, ovvero di un governo di scopo, ma anche la possibilità di un ritorno alle urne non è mai scomparsa definitivamente dall’orizzonte.

In questo scenario che appariva foriero di altre settimane di surplace per stancare e mettere alle corde il potenziale avversario o interlocutore è arrivata la sentenza di primo grado per il processo sulla presunta trattativa stato/mafia. Una sentenza che è più che lecito definire perlomeno discutibile. Il principale imputato politico, l’ex ministro degli interni Nicola Mancino, è stato prosciolto. Le condanne (e si tratta di condanne pesanti) sono state invece inflitte, fra l’altro, ad alti ufficiali dei carabinieri che proprio per il ruolo che svolgono non possono essere portatori di decisioni politiche. Peraltro il generale Mori è stato  condannato per un reato da cui era stato assolto mesi prima dalla Corte di Cassazione.

Insomma, dopo alcuni mesi di tregua siamo stati richiamati con fragore alla realtà; la spiacevole realtà di una pesante interferenza della magistratura sulla vita politica. Non sappiamo che esito avranno le consultazioni per il nuovo governo e quale maggioranza verrà fuori (se verrà fuori), ma una cosa è certa: sul prossimo governo peserà in modo assai forte il condizionamento dell’ordine giudiziario o, per essere più precisi, dei settori ideologizzati della magistratura. La sentenza, del processo di Palermo conferma appieno la pesante anomalia italiana, quella di un potere politico debole e sempre sotto ricatto giudiziario. I partiti politici (almeno quelli non giustizialisti) e anche l’opinione pubblica debbono esserne consapevoli: la ricreazione è finita.

 

 

 

 

* Insegna presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli