Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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L’introduzione del salario minimo in Germania: svolta epocale o minaccia per la ripresa economica?

Maurizio Cau - 12.07.2014
IAB

Il 3 luglio, dopo mesi di trattative e modifiche significative proposte dalle forze politiche conservatrici, il parlamento tedesco ha approvato ad amplissima maggioranza (535 voti a favore, 61 astenuti, 5 contrari) l’istituzione di un salario minimo garantito di 8,50 euro lordi l’ora. Secondo le stime ufficiali la misura riguarderà circa 3,7 milioni di lavoratori, da cui sono esclusi i giovani di età inferiore ai 18 anni, i lavoratori stagionali e i venditori di giornali. La norma entrerà in vigore il 1 gennaio del 2015, ma per alcuni settori è previsto un biennio di transizione.

Secondo il prestigioso IAB (Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung), il bilancio pubblico potrebbe venire sgravato di una cifra compresa tra i 2,2 e i 3 miliardi di euro, sempre che l’occupazione non cali. Le sole entrate legate all’assicurazione sociale dovrebbero crescere tra i 2,9 e i 4,5 miliardi di euro, mentre il fisco dovrebbe recuperare più di un miliardo di euro dalle imposte sul reddito.      

 

Un successo politico

 

Si tratta di un successo politico per le forze socialdemocratiche, che intorno a questo tema hanno costruito una parte significativa della campagna elettorale del 2013, e che lo hanno voluto inserire nel patto di coalizione stretto a dicembre con la CDU, a segnare il superamento delle politiche del lavoro incentrate sulla sola flessibilità.

Che per la SPD di Sigmar Gabriel e Peer Steinbrück si tratti di un traguardo importante, raggiunto dopo un decennio di animato confronto con le altre forze politiche, lo si comprende dalla piena ed enfatica soddisfazione espressa dai vertici del partito e dal ministro del Lavoro, la socialdemocratica Andrea Nahles, che hanno parlato di «svolta epocale», «decisione spartiacque per il progresso sociale», «passo rivoluzionario». Per un paese in cui la politica salariale è storicamente il risultato dell’autonoma negoziazione tra le parti sociali, l’stituzione di un salario minimo rappresenta senz’altro una novità significativa, ma il carattere epocale di tale misura resta tutto da dimostrare. E le reazioni che hanno accompagnato l’approvazione del disegno di legge sembrano confermarlo.

 

L’altra faccia dell’entusiamo

 

Economisti e imprenditori hanno sottolineato il rischio che le nuove misure comportino la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro, in particolare quelli a basso tasso di specializzazione, e che una parte delle imprese tedesche possano essere spinte a delocalizzare la produzione in paesi in cui il costo del salario minimo è inferiore (la gran parte dei 22 paesi europei che hanno introdotto il salario minimo, con l’eccezione di Olanda, Belgio, Francia e Lussemburgo, dove la paga oraria risulta superiore a quella stabilita dal Bundestag). Uno studio della Commerzbank anticipa che l’aumento del costo del lavoro in seguito all’approvazione della legge sarà dell’1%, mentre un rapporto della Deutsche Bank stima che saranno a rischio tra i 450.000 e il milione di posti di lavoro. “Anche se le esperienze di altri paesi non fanno pensare che il salario minimo sia direttamente legato all’aumento della disoccupazione, minaccia di turbare la dinamica occupazionale”, ha inoltre dichiarato il presidente della Deutsche Bundesbank Jens Weidmann a poche ore dall’approvazione del disegno di legge.

Qualche preoccupazione sembra montare anche all’interno della coalizione, in particolare tra quelle componenti della CDU che manifestano più di un’insofferenza per un’agenda di governo finora assai sensibile alle istanze socialdemocratiche (oltre alla battaglia per il salario minimo, si conta anche il progetto di riordino del sistema pensionistico). Un’insofferenza che traspare in forme molto nette dalle parole pronunciate da Kurt Lauk, presidente del consiglio economico del partito, il quale ha osservato che “se la collaborazione coi riformisti dell’Agenda 2010 (Steinmeier, Schröder e Müntefering) era stata positiva, così come lo è stata la coabitazione coi liberali fino al 2013, adesso ammettiamo che in quest’alleanza ci sentiamo particolarmente a disagio”. Angela Merkel si trova così a dover gestire un passaggio delicato, legato all’armonizzazione tra le istanze delle forze socialdemocratiche (non solo tedesche) che spingono per un superamento del modello del rigore, e le componenti più conservatrici preoccupate che in un sistema economico ancora così precario, e nel quale le luci della ripresa si mescolano a scenari a tinte ancora fosche, l’attenzione riservata alle misure garantiste sia una possibile causa di strozzatura o di ritardo della ripresa economica.

 

Al di qua delle Alpi

 

E in Italia? Il nostro paese è uno dei sei che, a livello europeo, non hanno stabilito un salario minimo orario. La contrattazione collettiva stabilisce settore per settore soglie base di retribuzione (dai 6,60 degli operai del comparto industriale agli 11,44 per i quadri) e al momento non è prevista una regolamentazione omogeneizzante come quella di recente approvata in Germania. Non stupisce, così, che reazioni critiche alla riforma tedesca siano venute nel nostro paese anzitutto dalle forze sindacali, preoccupate più di garantire le rendite di posizione legate alle battaglie condotte nel tempo che non a valutare la possibilità che l’introduzione di una soglia minima di salario possa andare a vantaggio di chi, è il caso degli assunti con contratto di co.co.co. e co.co.pro., non è pienamente coperto dalle garanzie della contrattazione collettiva.