Ultimo Aggiornamento:
18 maggio 2024
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La grande ipocrisia della giornata mondiale dei diritti dell'infanzia

Francesco Provinciali * - 18.11.2023
Giornata diritti infanzia

Lo so che non è giornalisticamente ortodosso cominciare un articolo con una domanda ma credo che questa volta si possa fare un’eccezione: con quale faccia, coscienza e coerenza ci accingiamo a celebrare il 20 novembre la Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza”?

Non c’è luogo del pianeta dove questa ricorrenza avrebbe un senso e una valenza di onestà intellettuale e morale. Guerre, catastrofi umanitarie, morte, distruzione, persino stupri e violenze, cosa dico, vilipendio dei cadaveri fanno inorridire il mondo, disperare le madri e i padri, spezzare il cuore di chi può chiamarsi ‘persona’: i social media ci mettono di fronte ad uno spettacolo terrificante e indegno, l’infanzia è violata e la vita negata persino sul nascere. Sono i bambini le vittime più innocenti dell’insensata crudeltà a cui i bombardamenti, i droni, i missili, le armi, le città e le case rase al suolo, le scuole e gli ospedali presi di mira e distrutti sottraggono il diritto di nascere e di crescere in un contesto familiare e sociale di amore, affetto e rispetto.

Un orrore senza fine che l’evidenza di ciò che accade in Ucraina, in Israele, a Gaza ci indigna e ci addolora profondamente, ci fa piangere e pregare che tutto finisca presto, che l’uomo non sia così spietato e insensato da estirpare la pianta della vita e fare scempio di una generazione che nulla sa, nulla può, nulla conosce di quanto cattivo, criminale e dissennato possa essere l’animo umano.

La desolazione accompagna le immagini e i reportage che per quanto spieghino e facciano vedere- non rendono ragione di un eccidio a cui la potenza e la capacità distruttiva delle armi conferiscono l’iconografia della distruzione totale. Migliaia di giovani creature vengono uccise senza alcuna pietà e ciò per un disegno politico delirante di conquista, annientamento e potere e – peggio ancora – in nome di Dio, di un Dio che nella nostra immaginazione non conosciamo perché spietato e vendicatore.  Quando la religione arma la mano di assassini efferati diventa dottrina dell’orrore, dello scempio dell’esistenza terrena, fomenta l’odio viscerale e non lascia certo spazio ad un dialogo possibile: non ci potrà mai essere redenzione per ciò che è premeditato omicidio ma viene chiamato martirio.

La Terra non ha pace, l’olocausto si rinnova e diventa dissoluzione e annientamento del genere umano: di quale dialogo interreligioso si va farneticando, fin dove arriva l’illusione delle diplomazie? In ogni angolo del pianeta i minori subiscono angherie e soprusi di ogni tipo, anche nei Paesi che chiamiamo civili ed evoluti sono vittime di abusi ancor più sofisticati: per strada, persino a scuola, nei luoghi di culto e in famiglia conoscono la doppiezza e l’umiliazione di essere violati da chi dovrebbe proteggerli.

Il quadro – sullo sfondo di una estinzione della vita sul Pianeta adombrato dall’ONU e dagli scienziati per la catastrofe ambientale già innervata in tutti i contesti e incombente senza preavviso – è da cupio dissolvi. E al centro dello sfascio ci sono i minori, vittime della ferocia umana.  Deportati in Siberia, decapitati in Israele, resi ostaggi o massacrati a Gaza, caricati nei barconi dei naufragi, venduti al macello ovunque la miseria, la fame, la povertà, le deprivazioni li rendono merce nel commercio del sesso e della droga, mutilati dalle mine antiuomo, armati per combattere o per imparare a uccidere, analfabeti per restare sudditi, precocemente adultizzati, schiavi dominati dai social, deprivati dell’identità dalle tecnologie, a volte vittime dei carnefici a cui sono affidati per essere educati e cresciuti: che cosa dovremmo celebrare nella giornata dell’infanzia e dell’adolescenza? Diritti che sovente sono calpestati dall’egoismo degli adulti e che rendono questa età della vita il tempo dell’innocenza perduta. E’ una ricorrenza – se mai-  che mette l’umanità al cospetto di quella coscienza collettiva che chiamiamo civiltà.