Ultimo Aggiornamento:
01 agosto 2020
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La condanna del 1 agosto 2013: l’inizio della fine

Maurizio Griffo * - 15.07.2020
Condanna Berlusconi

La recente sentenza del tribunale civile di Milano che ha rimesso in discussione la sentenza della corte di Cassazione con cui, nell’agosto del 2013, Berlusconi venne condannato per frode fiscale, è stata variamente commentata dagli organi di informazione. Commenti che, in un senso o nell’altro, si sono soffermati sulla vicenda personale dell’imprenditore milanese, soprattutto sul fatto se egli sia stato o meno oggetto di una persecuzione giudiziaria. Personalmente propendiamo per il sì ma, più che aggiungere una ulteriore puntata alla infinita telenovela delle disavventure giudiziarie dell’ex presidente del consiglio, in questa sede è opportuno affrontare il problema sotto un’altra angolazione, finora trascurata. Risulta più utile, infatti, provare a svolgere  una riflessione sugli effetti di quella sentenza di condanna rispetto al quadro politico di sette anni addietro, analizzandone le conseguenze esiziali.

Al momento della condanna di Berlusconi, era stato da poco varato un governo di larghe intese presieduto dal vice-segretario del Pd, Enrico Letta. A sua volta quel governo era la via di uscita a una grave crisi politico-istituzionale. Come si ricorderà, le elezioni del febbraio 2013 avevano visto il grande successo di una formazione politica antisistema, il Movimento 5stelle, che raccoglieva ben il 25% dei voti. Un risultato che destrutturava i precari equilibri del nostro sistema politico bipolare rendendo impossibile la formazione di una maggioranza di centro destra o di centro sinistra, come quelle che si erano alternate nei lustri precedenti. Un fenomeno ancora più preoccupante in prospettiva perché, perché nonostante il nome, che rimanda a un presunto spontaneismo, il Movimento non solo presenta un preoccupante concentrato di demagogia e di qualunquismo, ma è ostile alla democrazia rappresentativa ed è animato da un tetragono giustizialismo. Non casualmente il tentativo di dialogo con i pentastellati, voluto dal segretario del Pd Bersani dopo le elezioni, aveva un esito disastroso. La situazione di stallo era stata aggravata dalle vicende legate alla elezione del presidente della repubblica. Il candidato del Pd, Romano Prodi, era stato bruciato dai franchi tiratori del partito che lo aveva proposto. Il presidente uscente, Napolitano, era stato costretto a ricandidarsi ma aveva posto come condizione della propria rielezione la creazione di un governo di larghe intese in grado di approntare una riforma costituzionale condivisa e svolgere un’azione riformatrice. Il governo Letta era un governo in cui in cui esponenti del Partito democratico e del Popolo della libertà sedevano assieme, un fatto che poteva aprire la strada a quella legittimazione reciproca tra i due schieramenti che era sempre mancata dall’inizio della cosiddetta seconda repubblica, nel 1994. Il governo Letta avrebbe formalmente continuato la sua navigazione fino al febbraio 2014, ma la sua ragione di essere, la volontà di riconciliazione nazionale, veniva a mancare proprio da quell’infausto 1 agosto 2013. Le settimane e i mesi che seguirono furono una lenta agonia. Da parte di qualche esponente del Pd fu fatto un timido tentativo per trovare una via di uscita (indulto, grazia), ma prevalsero nettamente le pulsioni giustizialiste (“le sentenze si eseguono”). Anche meno lucida, se possibile, fu la reazione del centro destra. L’imprenditore milanese demoralizzato e avvilito prima tolse il sostegno al governo, provocando la scissione degli alfaniani, poi  archiviò il Popolo delle libertà per tornare a Forza Italia. Ad un errore politico, cancellare la casa comune plurale del centro destra, si sommava una scelta errata sotto il profilo del marketing elettorale, quella che era sempre stata la specialità preferita di Berlusconi.

Da allora parecchia acqua è passata sotto i ponti e, riguardata in prospettiva, la sentenza del 1 agosto 2013 si può considerare l’inizio della fine della seconda repubblica. Una fine in cui ha avuto un ruolo decisivo quello squilibrio tra potere politico e ordine giudiziario che,  negli ultimi decenni, ha sempre impedito un corretto funzionamento del nostro sistema politico.

 

 

 

 

* Insegna presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli