Ultimo Aggiornamento:
17 luglio 2019
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L’Argentina kirchnerista. Storia di un finale annunciato

Loris Zanatta * - 24.06.2014
Buenos Aires - Palazzo del Congresso nazionale

Sull’Argentina volano gli avvoltoi: le finanziarie che hanno rastrellato il debito argentino ancora pendente dal default del 2001 e pretendono il rimborso dovuto, hanno ottenuto ragione dalla giustizia degli Stati Uniti, che ha giurisdizione sul caso. Poco importa che il governo di Washington avesse speso qualche buona parola per il governo argentino, che nulla ha in realtà fatto per farsi amare: la giustizia ha tirato dritto per la sua strada. Come stupirsi che a Buenos Aires siano suonate campane nazionaliste? Eppure dove volano gli avvoltoi c’è odore di carogna. La verità, insomma, è che ben poco possono ormai fare simili campane per coprire il boato di un ciclo politico – quello kirchnerista – vicino al mesto tramonto e perciò tentato da colpi di coda. L’ultimo, così grottesco da suscitare più ilarità che indignazione,  è la creazione di un sottosegretariato per coordinare e rendere omogeneo il “pensiero nazionale”; roba da far impallidire il vecchio MinCulPop. Con buona pace dei tanti che, ignari che i populismi latinoamericani sono l’eterno e poderoso ritorno di un antico retaggio coloniale, si sono ostinati per anni a venderli come il futuro, il progresso cui la stessa Europa avrebbe dovuto ispirarsi.

La verità è che tocca oggi all’Argentina pagare il salato conto che già il Venezuela sta pagando a quindici anni di chavismo. Era prevedibile ed era previsto. Almeno per chi conosce la parabola di fenomeni simili del passato. Non rimane che sperare in esiti meno drammatici di quelli venezuelani. Cristina Kirchner vanta un “decennio vinto”, dopo quelli perduti in passato. “Fate come noi”: così hanno ripetuto per un decennio lei, il marito e la loro corte di intellettuali rimasti a presidiare la trincea degli anni ’70, a chiunque osasse alzare il dito e obiettare. Nulla; la storia era dalla loro parte, l’unica memoria storica legittima era la loro, la liberazione della Patria era ricominciata, l’avversario era un nemico e un traditore, le istituzioni il sacrosanto bottino di chi annunciava la liberazione del pueblo, tornato come un tempo a tuonare sulla bocca del potere che in suo nome non ammetteva ostacoli di sorta. Ma non ci vuole molto a vedere che il “decennio vinto” è stato un “decennio sprecato” a inseguire ricette già fallite in passato, a inseguire miti, quello di Eva Perón in primis, che sono emblemi di autoritarismo politico e malgoverno economico.

Come gli altri paesi dell’America Latina, l’Argentina ha goduto nell’ultimo decennio di condizioni eccezionali; che in parte continuano: da oltre un secolo non si assisteva a un ciclo così lungo di prezzi stellari delle sue materie prime sul mercato internazionale. La soia è diventata il suo petrolio, il corrispettivo di quello che per Perón fu il grano nel dopoguerra; e le arche pubbliche si sono colmate all’inverosimile. Ce n’era abbastanza per gettare le basi di un solido processo di sviluppo poggiato su conti sani e in ordine. Ma tanta ricchezza s’è perlopiù dissolta in un’orgia di consumi e sussidi, utile a creare vasto consenso e ad alimentare le capillari reti clientelistiche del peronismo; per non dire dell’endemica piaga della corruzione.

Finché è durata, è stata una festa di popolarità e orgoglio nazionalista: l’Argentina era tornata grande. “Dio è argentino”, recita ancora oggi una pubblicità televisiva per evocare l’unità nazionale a sostegno della … nazionale di calcio. E se qualche indicatore iniziava a lampeggiare, bastava usare come un bancomat le ingenti riserve del Banco Central. Il direttore opponeva resistenza? Lo si cacciasse. In nome del pueblo. L’inflazione cresceva a livelli stratosferici? Bastava truccare i dati. Intanto i capitali esteri si tenevano lontano da quel mercato dove il governo faceva il bello e cattivo tempo, dove bastava nulla perché la Presidente annunciasse a reti unificate una nuova nazionalizzazione, dove era consuetudine che i controlli fiscali risparmiati agli amici fossero usati come randelli contro i nemici. Le già antiquate infrastrutture del paese cadevano nel frattempo a pezzi e i morti sui decrepiti treni della capitale giungevano di tanto in tanto a ricordarlo. Bastava poi una trentina di persone decise a bloccare un’arteria centrale di una città o del paese per lasciare in coda per ore migliaia e migliaia di persone: non si possono “reprimere”, i “movimenti sociali”; per loro la legge non valeva. Fosse almeno crollata la povertà e la disuguaglianza! Ma così non è, o almeno non tanto come ci si sarebbe potuti aspettare in un contesto di forte crescita e in comparazione coi paesi vicini, che hanno ottenuto risultati migliori e spesso con meno sprechi: più che combattere la povertà, più che darsi come obiettivo l’uscita dalla miseria in cui vive il 20% della popolazione, si direbbe che il governo kirchnerista l’abbia elevata a virtù, oltre che a capitale elettorale.

A peggiorare le cose c’è che un decennio di violenta offensiva ideologica lascia profonde ferite; che la pretesa di non essere un governo come gli altri bensì il solito regime giunto a redimere la nazione e il pueblo dai suoi atavici mali contro gli onnipresenti nemici, ha seminato odio e minato la fiducia nelle istituzioni dello Stato di diritto. L’Argentina è divisa oggi tra peronisti e antiperonisti come lo è da settant’anni; e i peronisti sono divisi tra peronisti di Perón e peronisti di Eva come lo sono da altrettanto; le famiglie, i quartieri, le generazioni sono spaccate. Dai media alla magistratura, dalle forze armate agli organismi di difesa dei diritti umani, il governo ha preteso di assorbire tutto dentro il suo “pensiero nazionale e popolare”. Ora che s’annuncia una delicata transizione politica, quale personalità o istituzione godrà della sufficiente fiducia e prestigio per pilotarla in modo indolore? Una sola: il Papa. Potrà anche piacere, ma non è sano, per una democrazia che pare camminare all’indietro e non sapere reggersi da sé.

 

 

 

 

* Professore associato confermato presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Coordinatore del Corso di Laurea Magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche