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20 luglio 2019
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L’amica-nemica Scozia ancora alla ribalta della politica inglese

Giulia Guazzaloca - 08.01.2015
Alex Salmond leader SNP

La «riconciliazione» nel discorso di Elisabetta                

 

Indubbiamente per la politica britannica il 2014 è stato l’anno della Scozia: il referendum sull’indipendenza dello scorso settembre ha catalizzato per mesi il dibattito politico interno, creato tensioni fortissime e richiamato l’attenzione degli analisti di tutto il mondo. Il fatto che, in modo piuttosto inaspettato, il 55% degli scozzesi abbia optato per il mantenimento dell’unione, pur suscitando la comprensibile soddisfazione del premier Cameron e degli unionisti, non ha di certo archiviato la questione, tutt’altro che nuova, dell’indipendenza scozzese e neppure quella, ancor più complessa, di come articolare i rapporti tra il governo centrale e le sue varie «periferie»: Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Questioni che sollevano problemi di ordine statuale e istituzionale, ma investono altresì delicati aspetti economici, militari e di geopolitica internazionale.

Non è dunque un caso che la regina Elisabetta, nel suo consueto discorso natalizio, abbia voluto lanciare un appello alla «riconciliazione» a tutti i cittadini britannici e in particolare agli scozzesi. In un messaggio di poco più di 5 minuti ha usato la parola «riconciliazione» ben 7 volte, sottolineando come, storicamente, abbia preso strade e forme diverse: dalla «tregua di Natale» del 1914 lungo le trincee della Grande Guerra ai progressi nella pacificazione dell’Irlanda del Nord, fino all’abnegazione degli operatori sanitari impegnati nella lotta contro l’ebola e nei teatri di guerra di tutto il mondo. Rispetto alla Scozia, dove dopo il referendum molti hanno provato «grande delusione» e altri «grande sollievo», ha detto che per superare gli antichi contrasti ci vorrà tempo, ma la riconciliazione, come la storia dimostra, non è impossibile poiché «la pace e la buona volontà hanno un potere duraturo nel cuore degli uomini e delle donne».

Riferimenti all’attualità e alla storia, ricordi personali e auspici più strettamente politici si sono dunque mescolati anche quest’anno, come da tradizione (ad inaugurare l’usanza fu Giorgio V nel 1932), nel discorso natalizio della regina, che è solita scriverlo di suo pugno senza preventivamente concordarlo con il governo in carica. Anche per questo appaiono di grande rilevanza la sua mano tesa verso gli scozzesi, l’appello alla riappacificazione e le parole cariche di speranza: aspetti che tuttavia non devono far dimenticare i moniti lanciati alla vigilia e all’indomani del referendum, quando Elisabetta aveva invitato gli scozzesi a «riflettere con grande attenzione» sul voto e, dopo la vittoria del «no», aveva insistito sull’unità del popolo britannico. Tutti messaggi che, sebbene privi di potere politico effettivo, conservano una straordinaria forza evocativa tanto agli occhi dei cittadini britannici, per i quali la Corona resta il fondamento dell’identità nazionale, quanto per la classe politica, in fondo ancora persuasa che ai sovrani spetti il diritto di «consigliare» e «mettere in guardia» teorizzato un secolo e mezzo fa da Walter Bagehot.            

 

L’ascesa dello Scottish National Party nei sondaggi

 

Se il discorso sulla «riconciliazione» della regina avrà l’effetto di un balsamo sulle tensioni legate all’indipendenza scozzese, lo diranno solo i prossimi mesi; certo è che, nonostante la sconfitta di settembre, i nazionalisti sono dati dai sondaggi in formidabile ripresa. Il 2014 della politica britannica si è chiuso infatti all’insegna della Scozia anche per un altro motivo: il «Guardian» ha pubblicato un’indagine secondo cui lo Scottish National Party passerebbe dal 20% dei voti del 2010 al 43% nelle elezioni del prossimo maggio.

Una «vittoria storica», se confermata, l’ha definita l’autorevole quotidiano: il partito guidato ora da Nicola Sturgeon passerebbe dagli attuali 6 deputati a 45 dei 59 eletti in Scozia, diventando così un importante ago della bilancia per gli equilibri di Westminster. A rimetterci di più dall’avanzata dello SNP, le cui iscrizioni si sono triplicate dopo il referendum, sarebbe il partito laburista che proprio in Scozia ha una delle sue storiche roccaforti elettorali. Il «Guardian» ha parlato di un vero e proprio «bagno di sangue» per il partito di Ed Miliband, dato in perdita in Scozia di 16 punti percentuali e di 31 deputati (da 41 a 10).

Anche se, a livello nazionale, i sondaggi attestano un leggero vantaggio per il Labour e resta sempre l’incognita dello UKIP di Nigel Farage (eletto dal magazine «Times» il britannico dell’anno), per Miliband la strada appare tutta in salita e non è escluso che Cameron possa rimanere al suo posto guidando nuovamente un governo di coalizione; nel qual caso ha già promesso di indire un referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nella UE (cosa che i laburisti rifiutano categoricamente). La partita, dunque, è ancora tutta aperta, ma è chiaro fin d’ora che a giocarla non saranno solo i due schieramenti «storici»: i nazionalisti scozzesi e gli outsider dello United Kingdom Indipendence Party, più ancora dei liberaldemocratici di cui si prevede la totale disfatta, stanno modificando radicalmente il quadro politico e dell’antico «bipartitismo perfetto» del modello britannico non resta più che una pallida ombra. Basti pensare che il «Financial Times» ha ipotizzato la nascita di una grande coalizione tra laburisti e conservatori come esito delle elezioni del 2015: sarebbe la prima volta dalla fine della Seconda Guerra mondiale.