Ultimo Aggiornamento:
20 ottobre 2021
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Io cosiddetta “fragile”: gli odierni stucchevoli dibattiti su un concetto di libertà che non considera le persone

Raffaella Gherardi * - 15.09.2021
Persone fragili

Non è stato e non è tuttora facile continuare a sentirsi considerati come persone, portatrici del diritto fondamentale dell’uguaglianza, da parte di tutti coloro che vengono sbrigativamente definiti “fragili” dalla comunicazione, a vari livelli, dell’era di covid 19. Anche il dibattito politico “alto”, da parte di più o meno noti intellettuali, tutti presi a discettare sulla minaccia alla libertà dei singoli di contro al Moloch dello statalismo di cui si renderebbe artefice ogni misura tesa a difendere la vita degli individui e della collettività  nel suo insieme dal dramma della pandemia, ha largamente eluso la considerazione delle persone vere, quelle che mai e poi mai debbono essere perse di vista, nelle loro molteplici appartenenze e relazioni, in una civiltà che aspiri veramente a meritare tale definizione.  Voci e a volte vere e proprie grida di dolore a difesa delle persone bisognose di cure e in primo luogo della loro dignità si sono levate da più parti in questo ormai lungo periodo da medici, chirurghi che operano negli ospedali e che ogni giorno ne curano le più svariate patologie. Sarà forse perché essi hanno ben presenti non solo gli individui come entità numeriche da immaginare in astratto o da incasellare in facili categorie di appartenenza di età o di salute (i vecchi, i giovani, i “fragili” ecc..) ma pazienti che sono innanzitutto persone con le quali essi hanno a che fare, nelle loro specifiche individualità, da trattare come tali nella loro interezza e non soltanto secondo preconfezionate e asettiche ricette medico-scientifiche che vanno bene per tutti e in ogni caso. A differenza di quanto è avvenuto per alcuni loro colleghi virologi, nessuna luce della ribalta mediatica si è accesa per i medici e per il personale sanitario che, ai tempi di covid 19, sono impegnati in condizioni assai difficili, in cui ricoveri ospedalieri programmati e anche interventi chirurgici spesso hanno di necessità dovuto essere rinviati a causa della saturazione dei reparti di terapia intensiva con ammalati colpiti dalla attuale pandemia. A loro è spesso toccato l’ingrato compito di dover comunicare a tanti pazienti/persone che proprio non era possibile in alcuni drammatici momenti attuare terapie e interventi chirurgici pur necessari ma che non prevedessero una improcrastinabile urgenza. Sono loro che, particolarmente nelle fasi più acute della attuale pandemia, hanno dovuto guardare singolarmente in faccia giovani, meno giovani, vecchi, appartenenti alle più svariate costellazioni culturali, portatori tutti delle più diverse patologie,  che no, non era possibile rispettare il calendario di ricoveri ospedalieri, interventi chirurgici e che anche esami clinici di routine ritenuti importanti  “prima di covid 19” avrebbero dovuto essere fatti con grande attenzione e parsimonia dato che il virus era in pericoloso agguato anche all’interno delle stesse strutture mediche e ospedaliere. Tanti hanno anche visto molti di loro morire non solo a causa di covid 19, ma proprio per l’impossibilità di tenerne sotto controllo, come in precedenza, le diverse patologie. Chi scrive appartiene a sua volta alla cosiddetta categoria dei “fragili”, e in particolare di quelli cardiologici, avendo subìto un grave arresto cardiaco circa tre anni fa ed essendo tuttora monitorata dall’Ospedale pubblico del Sant’Orsola della mia città, che davvero, fin dal momento del mio primo urgente ricovero e negli anni a seguire, ha messo in atto ogni misura non solo dal punto di vista clinico ma per riportarmi a tutto campo a una vita “normale”. E così in effetti è stato e tale mi sono sentita, al di là della patologia di cui sono portatrice, fino al momento della pandemia, quando non solo ho vissuto in prima persona tutte le difficoltà dei cosiddetti “fragili” ma anche di coloro che se ne prendono cura. Recentemente poi ho dovuto subire un difficile e urgente intervento al cuore, svoltosi nella settimana di ferragosto e lì in ospedale quanti medici e chirurghi di altissima competenza scientifica e personale sanitario a ogni livello ho visto ogni giorno prodigarsi non solo in merito alla risoluzione dei vari problemi clinici ma anche più in generale nella considerazione  degli  ammalati come persone a tutto campo: il miglior modo affinché gli ammalati stessi ritrovino la volontà di guarire o comunque di ristabilirsi al meglio. Non è facile per me scrivere di tutto quanto mi è successo negli ultimi anni a livello personale, ma sento un imperativo forte a raccontarlo da vicino a testimonianza vissuta in prima persona di una vita salvata dall’impegno di tanti (medici, istituzioni sanitarie, personale che ne fa parte a vari livelli ecc.)  e della buona sanità che rappresentano, nello sforzo congiunto di continuare a garantire, pur nella temperie covid, la salute, la vita, la dignità a tutto campo dei cosiddetti “fragili” che certi dibattiti nei media e persino certa pubblicistica che si diverte a discettare su un mal inteso concetto di libertà, sembrano considerare, (così come le persone anziane del resto), quasi una sorta di zavorra, di peso per la società nel suo insieme, di cui non vale davvero la pena parlare da vicino.  Uguaglianza, dignità delle persone, solidarietà: ma dove stanno di casa? Per i politicanti assatanati di sondaggi meglio proporre ai cittadini, anche nel bel mezzo della pandemia, slogan semplificati e orientati a ottenerne un immediato “like”, piuttosto che adoperarsi a promuovere gli obiettivi appena richiamati, che dovrebbero essere propri delle odierne democrazie e tanto più mentre imperversa il flagello covid 19. E il dibattito “alto” fra quegli intellettuali che denunciano la riduzione degli spazi di libertà individuale a seguito di misure che, a loro avviso, vedrebbero profilarsi una sorta di “dittatura sanitaria”? La domanda che viene immediatamente da porre loro è a quali individui/cittadini essi pensino da tradurre effettivamente nella difficile realtà che stiamo tutti attraversando. Forse si scoprirebbe che il modello ideal-tipico di cittadino che molti di loro hanno in mente è quello che ha alla base un concetto di individui ritenuti sempre uguali in ogni tempo e in ogni luogo, centrati esclusivamente su se stessi, che ovviamente sono forti, perfettamente “normali” e aitanti e del tutto in grado di badare ai propri esclusivi interessi sempre e comunque anche nell’era della pandemia.  E le relazioni fra le persone? I loro problemi? Le loro sofferenze? La loro morte? Ma cosa importano….

 

 

 

 

* Già professore ordinario di Storia delle Dottrine Politiche – Università di Bologna