Ultimo Aggiornamento:
16 giugno 2021
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Il suicidio assistito del governo Conte

Massimo Nava * - 30.01.2021
Dimissioni di Conte

Se l’opinione pubblica osservasse la realtà tenendo il binocolo con la lente d’ingrandimento puntata su un quadro più ampio, avrebbe una diversa consapevolezza della nostra “salute” sociale, economica e persino politica e del modo con cui il Paese ha affrontato nel suo complesso la pandemia.

Negli Stati Uniti (un quarto dei contagi del mondo e record di decessi, davanti a Brasile, India, Messico) la pandemia è fuori controllo, mentre Biden cerca di rimediare i guasti del “seminegazionismo” di Trump. Il virologo Fauci ha detto di essere stato considerato come “una puzzola in un pic nic”. L’assalto a Capitol Hill ci dice quanto il Paese sia diviso e quanto siano impregnate di fanatismo ideologico, razziale, religioso le trame sotterranee della violenza. Qualche cosa di molto peggio dei vari populismi e negazionismi nelle nostre case italiane ed europee.

In Gran Bretagna, la gestione ondivaga dell’emergenza sanitaria ha per conseguenza il record europeo di decessi, oltre centomila. La Brexit - scelta populista che i britannici pagheranno per anni - ha ulteriormente complicato le cose.

 La Francia si appresta a decretare un altro lockdown pesante. La presunta efficienza dello Stato è stata messa a dura prova dalla somministrazione a rilento dei vaccini, mentre si pagano errori di misure contraddittorie, come il coprifuoco dalle 18 (peraltro rispettato a singhiozzo) ma con negozi e grandi magazzini affollati, anche di domenica, per i saldi. L’orgoglio nazionale si è un po’ ridimensionato quando il vaccino della francese Sanofis non si è mai visto e l’istituto Pasteur ha interrotto le sperimentazioni. Se i contagi crescono ancora, è anche perché i francesi hanno mostrato fin dall’inizio una forte insofferenza alle regole anti Covid. Nonostante l’emergenza, c’è una Francia poco raccontata sui giornali che continua a manifestare nelle strade, che vede tante categorie rabbiose e protestatarie, con aree di profondo disagio sociale, anticamera di violenze che, dopo la devastante fiammata dei gilet gialli, potrebbero ripetersi. Certo, il presidenzialismo francese garantisce la stabilità dell’esecutivo e la camera di regia dell’Eliseo ha ampi margini decisionali, ma fra il potere centrale e la piazza c’è un vacuum di rappresentanze intermedie non certo salubre per la democrazia.

L’Olanda, con premier dimissionario dopo la scoperta di una truffa dell’assistenza pubblica, è alle prese con le violente contestazioni delle misure di contenimento, scoppiate in varie città : scontri con la polizia e decine di arresti. Si potrebbe continuare con la controversa gestione della pandemia in tanti Paesi a noi più vicini, per non parlare dei Paesi dell’Est o dei Balcani.  Limitiamoci ad un’ultima osservazione riguardo la virtuosa Germania, di sicuro il governo che ha gestito l’emergenza con misure coerenti, forte anche di un sistema di prevenzione e di un paracadute finanziario non comparabile alle potenzialità di altri Paesi, compreso il nostro. Ma anche in Germania le due P - problemi e polemiche -  pesano sulla coesione del governo di Angela Merkel. La prossima uscita di scena della Cancelliera e la campagna elettorale condizionano la tenuta della “grande coalizione”. A questo si aggiungono i conflitti fra Laender e governo centrale, oltre a quella che la Sueddeutsche Zeitung ha definito “stanchezza pandemica”, ossia l’insofferenza verso le misure di contenimento e la diffidenza verso i vaccini. Nei giorni scorsi, si sono superati i mille morti quotidiani, cifra che consiglia lockdown più restrittivi.

Se infine allarghiamo l’orizzonte di osservazione, scopriamo che anche i trionfalismi della Cina per la sconfitta del virus andrebbe ridimensionati dopo la scoperta di nuovi focolai e l’imposizione di altri divieti, peraltro applicati con metodologie non sempre compatibili con lo Stato di diritto.

Questa carrellata meriterebbe un più ampio approfondimento che tenesse conto di numerose variabili territoriali, economiche, sociali, demografiche per potere elaborare comparazioni scientifiche e statistiche più esatte. Ma c’è un dato politico oggettivo, al di là delle cifre e delle differenze. Tutti i Paesi, così come le organizzazioni internazionali, cominciando dall’OMS, sono stati presi in contropiede dalla pandemia, nonostante previsioni allarmistiche che circolavano sotto traccia da anni. Le misure di contenimento, che l’Italia ha peraltro adottato subito dopo la Cina, sono state decise ovunque a singhiozzo, in ritardo, dentro un traumatico dibattito fra allarmisti e negazionisti che ha trascinato nel baratro persino un Paese campione di welfare e democrazia come la Svezia. Gli svedesi hanno scommesso sull’immunità di gregge, salvo pentirsi in corsa per l’altissimo numero di vittime fra le persone anziane.

Queste osservazioni non hanno una funzione consolatoria. Il banale « mal comune mezzo gaudio » non serve a nessuno, tanto meno ai diretti interessati, ossia al nostro sistema Paese, tutt’ora ai primi posti nella triste classifica mondiale dei decessi e da troppo tempo afflitto da pesanti questioni irrisolte : burocrazia, sistema giudiziario, demografia, produttività, modernizzazione, per citare le più importanti, anche in relazione all’utilizzo del Recovery Fund.

 E’ tuttavia utile una riflessione sulla nostra attesa miracolistica di soluzioni, su un’antica tendenza a considerare gli altri sempre migliori, più efficienti, più solidi, più onesti e a sottovalutare, fino al nichilismo, qualità etiche e intellettuali, risorse e competenze in molti campi, senso civico e solidale della maggioranza dei cittadini, impegno e risultati persino nelle bistrattate pubblica amministrazione e sfera politica. L’incomprensibile crisi di governo è in fondo il distruttivo atteggiamento di quanti, purtroppo numerosi, hanno ancora una volta buttato via il bambino con l’acqua sporca. La crisi non è soltanto la conseguenza di errori, ritardi, perdita di coesione e dinamicità della fragile compagine di Giuseppe Conte, è anche il prodotto di un’antica gara a menare colpi di piccone su tutto e su tutti, condizionando inevitabilmente la percezione collettiva del mondo politico. Una gara a chi arriva prima sull’orlo del burrone in cui hanno primeggiato, come ovvio, le opposizioni, ma anche componenti interni della fragile maggioranza con Renzi in prima fila, i media con rare eccezioni e parte di una classe dirigente che continua ad aspettare una taumaturgica rivoluzione, forse tecnocratica, senza mai provare a guardarsi allo specchio per scoprire di non essere la prima della classe. Per queste ragioni, la crisi del governo ricorda un suicidio assistito, nella convinzione che il malato fosse a uno stadio terminale, salvo ora perdere tempo a resuscitarlo. Ma così il Paese continua a ripassare dal via, con il suo fardello di frustrazione e autocommiserazione.

 

 

 

 

* mnava@corriere.it Scrittore, editorialista Corriere della Sera.