Ultimo Aggiornamento:
06 marzo 2021
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Il senso della vita nel Paese dei piagnoni

Massimo Nava * - 16.01.2021
Paese smarrito

La prima parola che viene in mente quando si prova a riflettere sulla pandemia che ci affligge ormai da un anno, fra momenti di effimero sollievo e di drammatiche ricadute, è “smarrimento”. Siamo quotidianamente bombardati - da giornali, programmi tv e dirette web -  da cifre e statistiche sull’andamento della pandemia, sul numero di contagi e di decessi, sul rapporto fra la situazione italiana e quella mondiale. Il tutto mescolato a pareri contraddittori di esperti - virologhi e scienziati, alcuni dei quali ormai più famosi di Vasco Rossi e Claudio Baglioni e c’è da scommetterci prossimi a candidature in parlamento - polemiche politiche strumentali, scorrerie mediatiche negli anfratti più bui della vicenda, che amplificano un caso singolo (ad esempio, il decesso o il contagio di una persona appena vaccinata) con il risultato di sollevare dubbi e confusione laddove occorrerebbe una comunicazione chiara, semplice e il più possibile univoca. Leggiamo ogni giorno decine di pagine sulla pandemia (ridotte soltanto il giorno della morte di Maradona e dopo l’assalto a Capitol Hill) che tuttavia non aiutano a trovare la bussola. L’effetto è di un tutto indistinto e quindi dello “smarrimento”. Ciascuno, alla fine, resta della propria opinione, si affida al sentito dire o all’esperienza personale di amici e parenti, si conferma o si perde nella propria sensibilità comportamentale di fronte alla malattia, fino al caso estremo delle correnti “no vax” o complottiste.

La seconda parola che viene in mente è “piagnisteo”. La narrazione corrente è quella degli ultimi in classifica : gli ultimi nella distribuzione dei farmaci, delle mascherine e dei vaccini, gli ultimi a tornare a scuola, gli ultimi nella caduta del Pil, gli ultimi a preparare le batterie per accedere al Recovery Fund. Primi, ovviamente, nelle tristi classifiche dei decessi, dei nuovi poveri, dei disoccupati, delle aziende fallite, dei conflitti fra regioni e istituzioni, della litigiosità politica e in fin dei conti nella speciale graduatoria del ridicolo, per le capriole di Matteo Renzi e l’incomprensibile crisi di governo.

Di conseguenza, un Paese “smarrito” piange su se stesso, guarda la pagliuzza e non vede la trave, accusa genericamente tutto e tutti, non si fida di nessuno, si rinchiude in un ombelico provinciale e autarchico in cui non c’è posto per la lettura critica di situazioni universali e tantomeno per un confronto sereno e obiettivo con le problematiche di altri Paesi e in particolari dei Paesi a noi più vicini. Basterebbe una riflessione semplice e onesta per scoprire che nessun Paese può vantare una gestione della pandemia senza errori, ritardi, polemiche, conflitti. La sola eccezione - relativa-  è la Germania, grazie a un più accurato sistema di protezione e prevenzione collaudato da decenni e sostenuto da una spesa sanitaria che è doppia di quella italiana e molto più alta di altri vicini europei. Ma anche la Germania ha pianto un altissimo numero di decessi, ha fatto i conti con i conflitti fra Laender e alla fine ha prolungato il look down. La Francia registra un’alta percentuale di “no vax”, anche fra i sanitari, ha distribuito un numero esiguo di vaccini e si è persa fra le polemiche sulla scelta della casa fornitrice, che possibilmente - grandeur obligé - doveva essere francese.

Il confronto di cifre e statistiche se scorporato dal contesto storico, sociologico, geografico, demografico di ciascun Paese, rischia di aumentare lo smarrimento e il piagnisteo. Abbiamo uno delle più alte percentuali di decessi al mondo, ma occorre tenere presente che la popolazione italiana è ai primi posti al mondo per anzianità, che i nostri vecchi mediamente vivono più vicini alle famiglie, soprattutto al sud, che le patologie sono molto diffuse e che dovrebbero essere ponderate e registrate fra le cause di morte, oltre al Covid 19. In questa riflessione, si tende a non distinguere i dati sulla letalità della malattia dai dati sulla mortalità generale della popolazione. Di conseguenza, la pandemia ha effetti ancora più devastanti sulla percezione collettiva del pericolo, poiché la paura, l’auto isolamento, la ricerca di capri espiatori, l’accusa generalizzata nei confronti dei poteri pubblici tendono a sostituirsi alla necessaria prudenza, ai comportamenti sociali corretti, a una serena consapevolezza del pericolo e di come affrontarlo, alla necessaria fiducia (da non confondersi con assenza di critiche) a chi ha la responsabilità delle decisioni.

Il piagnisteo di un Paese smarrito può avere nel tempo effetti ancora più devastanti della pandemia. Si tende infatti a sminuire o a non considerare il grande patrimonio di competenze scientifiche e culturali, di resistenza morale e di coraggio dimostrate nei corso del look down, di ricchezza (anche sommersa) e creatività, di rispetto complessivo delle misure di sicurezza e prevenzione (anche in questo caso, vale il confronto con moti di piazza, contestazioni, rav party etc in altri Paesi). E si tende a processare in modo pregiudiziale l’operato di un governo che, pur con ritardi ed errori, ha affrontato per primo l’emergenza (decretando il look down quanto Paesi come Usa e Gran Bretagna blateravano di immunità di gregge e Paesi come la Francia lasciavano correre il virus), ha ottenuto il contributo più alto dal Recovery Fund, ha avviato meglio di altri la vaccinazione di massa. Tutto questo, reggendosi su una maggioranza litigiosa, peraltro nemmeno legittimata dalle urne.

Ovviamente, gli antidoti allo smarrimento e al piagnisteo non sono la propaganda buonista, l’assenza di critiche e di analisi sulle cose che non funzionano e sugli errori che vanno rimediati. Piuttosto una diversa consapevolezza della posta in gioco, della sfida che abbiamo di fronte, della nostra forza come Paese, dei rischi che corriamo in un fase in cui chi governa dovrebbe essere soltanto aiutato, stimolato, sostenuto. I conti si faranno dopo la “guerra”, sia che al timone ci siano Conte o Churchill. Ma in guerra, anche quando i generali commettono errori, non è utile contestare ogni giorno strategie e ordini di servizio.

Smarrimento e piagnisteo rimandano infine a una dimensione filosofica della pandemia e del modo di affrontarla. Benché in ordine sparso, l’Occidente ricco e secolarizzato ha trovato in pochi mesi, grazie alla profusione di energie e investimenti, un antidoto all’infezione di massa. Un antidoto di cui pretendiamo la disponibilità immediata per tutti, non tenendo conto delle inevitabili code organizzative e priorità per categorie e fasce d’età, e facendo finta di non sapere che gran parte dei popoli della terra probabilmente non lo vedranno mai o comunque molto tardi, così come non hanno ancora goduto di fondi e ricerche contro ebola, HIV, malaria, tubercolosi e contro quella terribile e curabilissima malattia chiamata “fame”. Viviamo mediamente più di ottant’anni, la pandemia ha ucciso poche centinaia di giovani  nei Paesi occidentali (comunque meno che per altre cause di decesso), il vaccino ridurrà fortemente la mortalità per Covid 19 e probabilmente servirà come esperienza contro i Covid mutanti prossimi venturi. Eppure non sopportiamo l’idea che la vita abbia comunque un termine. Così l’Occidente ricco e secolarizzato, dando meno credito all’Al di là, si propone di prolungarla all’infinito e se la prende con tutto quanto mette contrasta con questa possibilità. Ma il vaccino non è un elisir e nemmeno un lifting e non è colpa dei governi se prima o poi dobbiamo lasciare questo mondo.

 

 

 

 

* Editorialista de “Il Corriere della Sera” e scrittore, mnava@corriere.it