Ultimo Aggiornamento:
03 agosto 2019
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Il rancore e l'insicurezza come fattori di discontinuità

Francesco Provinciali * - 13.07.2019
Giuseppe De Rita

In un agile volumetto fuori commercio (“Il cimento del continuismo nelle turbolenze della discontinuità”), scritto per “gli amici della cultura Censis” il sociologo Giuseppe De Rita, fondatore, Direttore e ora Presidente dell’Istituto di ricerche sociali, ripercorre con rapidi fotogrammi il susseguirsi delle derive di discontinuità e delle fratture che hanno accompagnato il Paese nel secondo dopoguerra e le riassume in rapida sintesi: la stretta monetaria del 62, il fiammeggiante 68, il terrorismo degli anni 70, la vicenda di Tangentopoli, la crisi economica del 2008, il governo del cambiamento del 2018.

Ricercatore capace di analisi profondissime ed ermeneutiche nello scandaglio dei fenomeni macro economici e sociali sempre legati alla guida o al traino della politica, ma soprattutto ineguagliabile nel riassumerne i tratti connotativi e denotativi, attraverso sintesi vigorose e definizioni descrittive, persino iconografiche, per fermo-immagine,  il Prof. De Rita finisce per riscoprirsi cucita addosso la nomea dell’inguaribile continuista, di colui che con determinazione e fede nell’uomo non perde di vista la necessità di saper guardare oltre, verso le soluzioni delle fasi critiche, cercando sempre di esprimere coerenza interpretativa e visione prospettica, affinché si possa dire che c’è un domani ad ogni problema, un dopo che andrà gestito e guidato e che il primo dovere dell’analista sociale è quello di evitare le secche del presentismo asfittico e inconcludente.

La traccia descrittiva della sua ricerca è a un tempo ciò che De Rita definisce il “corpaccione sociale”, privilegiando la macro analisi ma non disdegnando i dettagli rivelatori di nuove tendenze e in esso il flusso degli eventi, l’abbozzo dei disegni riformatori e la loro sovente autoreferenziale caducità.

Questa attitudine innata nel personaggio finisce per indirizzare la linea di ricerca sociale del Censis, i temi, le tracce, le piste di indirizzo ma soprattutto per guidare il suo Istituto verso un obiettivo intrinsecamente ambizioso: quello di distinguersi nel superare gli altri approcci conoscitivi della realtà troppo spesso impantanati tra rimozione del passato, ingestibilità del presente e indecifrabilità del futuro.

Per chi ha letto e seguito le tracce di lettura della realtà dei Rapporti Censis dalla sua fondazione ai giorni nostri, diventa quasi impossibile prescindere dalle logiche argomentative, dal frasario, dalle invenzioni lessicali, dalle ambiziose visioni prospettiche che l’Istituto ha via via proposto come chiavi di lettura della realtà: tocca umilmente a me sottolinearlo e nel farlo ammettere di essere cresciuto culturalmente a “pane e De Rita”.

L’abito di “cocciuto continuista” che De Rita si cuce addosso ha quasi il senso di un riassunto, di una rivisitazione delle fasi critiche del Paese e della Repubblica, per dimostrare che nel “panta rei” della vita e delle cose tutto ha una spiegazione e un superamento.

Miglior dono il Presidente De Rita non poteva farci: possiamo ragionevolmente ammettere che la nostra società, sfilacciata, molecolare, frammentata, liquida direbbe Zygmunt Bauman, merita “un impegno congiunto di vigore e di fede”.

La lettura del presente è fotografica: ascensore sociale fermo, volatilità del lavoro, insicurezza al limite della paura, egoismo dilagante, assenza di una idea di prossimità, invidia e rancore come motori delle azioni umane.

De Rita si concentra soprattutto sulle due derive da lui ritenute più pregnantemente negative di questa epoca: l’insicurezza individuale e sociale e il rancore verso le istituzioni, la politica, persino verso il nostro prossimo.

Potremmo dire che la nuova ignavia di questo inizio di secolo e di millennio consiste nel sentirsi paradossalmente più gratificati dalla sofferenza altrui che da un benessere personale che tarda ad arrivare o pare sfuggito per sempre.

Questi sentimenti negativi offrono una chiave di lettura indicativa di una condizione antropologica di precarietà e incertezza.

Eppure De Rita, scrutando oltra la siepe, cerca di vedere oltre.

Riponendo fiducia ad esempio nel ricostruire quel tessuto di enti, organismi, associazioni, rappresentanze intermedie che rimettano in collegamento le persone con le istituzioni, che superino le disuguaglianze sociali e restituiscano fiducia e dignità al ceto medio, che frenino l’esodo dei talenti e valorizzino il merito senza cordate di appartenenza.

La stessa discontinuità politica sancita nelle elezioni politiche del 4 marzo 2018 - è forse il fattore di potenziale cambiamento più eclatante e radicale del primo ventennio del secolo - nella proliferazione di soggetti nuovi e potenzialmente discontinui rispetto al passato. Resta il fatto che proprio qui si avverte l’assenza di una progettualità, di un modello sociale che coniughi crescita e sostenibilità, diritti soggettivi e bisogni collettivi e tutto si traduca in una rapsodia di interventi potenzialmente innovativi ma slegati tra loro, fatti di bonus e provvedimenti a pioggia, mentre il governare si declina più istintivamente nel comandare.

Ma la tenacia di De Rita e il suo bagaglio di esperienza culturale e professionale trasudano tra le righe di questo volumetto, indicandoci la via di un continuismo tenace che sappia vincere le frammentazioni del presente e le discontinuità continuamente emergenti nel seno di una società magmatica, sfaldata e molecolare ma sostanzialmente ricomponibile se lo sguardo si volge, finalmente, al futuro.

 

 

 

 

*Ex dirigente ispettivo MIUR