Ultimo Aggiornamento:
24 settembre 2022
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Il paradosso di Achille e la tartaruga

Francesco Domenico Capizzi * - 12.02.2022
Achille e la tartaruga

In Italia ogni anno vengono diagnosticati oltre 377.000 nuovi casi di tumore, esclusi quelli d’origine cutanea: nel complesso una persona di sesso maschile su due e una femminile su tre ne risultano affetti nel corso della vita; di questi, il 10% in persone con età sotto i quarantanove anni, il 39% dai cinquanta ai sessantanove anni, il 51% negli ultrasettantenni. La sopravvivenza media, considerando tutta la “platea neoplastica”, si attesta sul 60% entro i cinque anni dalla diagnosi, con una tendenza a lievi miglioramenti delle prognosi nell’ultimo decennio per merito di screening, che favoriscono la diagnosi precoce, esistenza del Servizio sanitario universalistico e disponibilità di terapie e tecnologie specifiche indirizzate al controllo delle oltre 40 differenti tipologie di neoplasia.

Non è casuale che in questo campo l’Italia si attesti al primo posto in Europa con  i 1.300 prodotti antineoplastici in fase di sviluppo clinico, il numero elevato di sperimentazioni cliniche autorizzate e per l’ammontare di investimenti in innovazioni farmacologiche e tecnologiche, tante e tali da tenere fronte alla crisi economica contribuendo all’economia nazionale con circa il 10% del PIL (AIFA 2020). Non è neppure casuale che la spesa per i soli farmaci oncologici sia passata, nell’ultimo decennio, da 1 miliardo a 4,5 miliardi di euro e che il costo oncologico complessivo, a carico del Servizio Sanitario, abbia superato i 20 miliardi di euro per anno.

I tumori in Europa rappresentano la seconda causa di morte e la prima per i bambini dopo l’anno di vita. A livello mondiale, in 185 Paesi esaminati, una persona su cinque sviluppa un tumore nel corso della vita raggiungendo il totale di oltre 19 milioni per anno con un incremento di 2,3 milioni di nuovi casi rispetto al 2019 e con circa 10 milioni di decessi che costituiscono 1/6 della mortalità generale (OMS 2021).

Si prevede, permanendo l’andamento attuale, che nel 2040 i nuovi casi di tumore nel Mondo subiranno un incremento del 47% rispetto al 2020, cioè il 2.35% in più per anno solare.  (American Cancer Society e International Agency for Research on Cancer, A Cancer Journal for Clinicians, 2020; OMS 2020).

l dati, di cui s’è appena fatto cenno, rendono evidente che i tumori sono molto più diffusi nei Paesi ricchi - e si qualificano come malattie del progresso, del secolo del progresso e suo corollario - seguiti dai meno sviluppati, poi da quelli in via di sviluppo e, in ultimo, dai maggiormente poveri, senza considerare che eventi imprevisti, quali pandemie ed altre  avversità naturali e socio-economiche, potrebbero aggravare la situazione assistenziale. E’ quanto accaduto in questo periodo nei Paesi “ricchi”, fra cui il nostro, durante il quale un malato neoplastico su cinque non ha ricevuto il trattamento chirurgico o adiuvante adeguato per ritardi diagnostici, rallentamenti degli screening e posticipazioni dei percorsi clinici: nel 2020 le diagnosi di neoplasia hanno subito riduzioni dell'11% rispetto al 2019, i trattamenti farmacologici del 13%, gli interventi chirurgici del 18%, gli screening di mammella, utero e colon-retto hanno registrato una mancanza di 2 milioni e mezzo di esami e l’assistenza domiciliare oncologica si è resa attuabile nel 68% dei centri oncologici (Associazione Italiana di Oncologia Medica 202; Società Italiana di Chirurgia 2021).

Per fronteggiare questo disastro socio-sanitario in corso, e ancor più annunciato che, oltretutto, creerebbe un sovradimensionamento delle attività ospedaliere e dei relativi costi, il report di Evaluate Pharma, World Preview 2020, Outlook to 2026, prevede che il settore farmaceutico a livello globale investa, in ricerca e sviluppo, 1.600 miliardi di dollari, di cui larga parte nell’area oncologica per:

-         “potenziare il sequenziamento genico adatto a terapie personalizzate e creare sistemi di diagnosi predittiva per identificare possibili biomarcatori pre-clinici”;

-         “digitalizzare genomi della popolazione per comprendere i determinanti delle malattie e poter così intervenire più efficacemente su di esse”;

-        “uso di big-data e intelligenze artificiali, allo scopo di migliorare le capacità di individuazione di target molecolari specifici in breve tempo e a costi inferiori, e di digital therapeutics, software per potenziare l’azione dei farmaci tradizionali”.

Dunque si prospettano, e siano le ben venute, terapie geniche, nucleotidiche, immunologiche e di ingegneria biologica che promettono di contrastare e annullare la crescita di cellule tumorali. Quest’orientamento, dominante sul piano politico-gestionale, basato quasi esclusivamente su attività diagnostico-terapeutiche dei tumori, rischia di creare, involontariamente, un cono d’ombra sulla necessità di rimuovere le cause che in larga parte determinano l’insorgenza neoplastica: cancerogeni, inquinanti e sostanze nocive di vario genere in abbondanza sparsi nell’ambiente e nei prodotti alimentari, scarsità di informazioni su danni che possono derivare da certi stili di vita: tabagismi, eccessi nei consumi di alcolici, zuccheri, proteine e grassi d’origine animale, poca attività fisica, ecc…

E’ necessario, finalmente, che Scienza e Medicina, Istituzioni e Politica, in ogni loro articolazione, meditino su una perentoria conclusione basata su dati scientifici: “la battaglia contro il cancro è ben lungi dall’essere vinta perché la strategia è solo incentrata su diagnosi, tecnologie sofisticate e terapie, non su ricerche etiologico-preventive (Nature: Change on the cancer conversation, 2017).

In caso contrario potrebbe realizzarsi l’antico e mai risolto paradosso di “Achille e la Tartaruga” mentre è augurabile che lo sviluppo bio-tecnologico venga coniugato con il progresso sociale incentrato sul Bene comune prescritto dalla nostra Carta costituzionale.

 

 

 

 

* Già docente di Chirurgia generale nell’Università di Bologna e direttore delle Chirurgie generali degli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna