Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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Il governo delle divergenze parallele

Francesco Provinciali * - 02.02.2019
Governo del cambiamento

Per Aldo Moro quella delle convergenze democratiche fu un’intuizione che prefigurava un disegno politico lungimirante, per Eugenio Scalfari diventò – in un editoriale del 1960 su L’Espresso divenuto celebre nel glossario dell’epoca – un ossimoro tradotto in una formula giornalistica di successo.

Altri tempi, altra storia, altra politica.

Il “Governo del cambiamento” che avrebbe voluto saltare a piè pari la duplice stagione della democrazia bloccata- quella del monolite democristiano della Prima repubblica e quella del tripartitismo imperfetto succedaneo al bipolarismo precario sinistra/destra del dopo tangentopoli – sta portando i moccoli al cimitero della politica parlamentare come luogo istituzionale del dialogo e del confronto sulle idee e gioca più di tattica che di strategia, in una interminabile partita che è già arrivata ai tempi supplementari.

Sullo sfondo dell’alleanza giallo-verde la campagna elettorale è come il leitmotiv di un monotono spartito musicale, la ricorrente colonna sonora di un film senza trama, specie in vista delle elezioni europee di maggio. Tutto ruota e si muove in funzione di uno scenario più ampio apparentemente disdegnato se non per lungo tempo avversato: gli equilibri e le alleanze dell’Europa che abita a Strasburgo, la guida dell’U.E. e della sua Commissione, insomma il dopo Juncker, un’incognita densa di possibili ibridazioni.

Così mentre Salvini visita i Paesi di Visegrad e stringe alleanze coi governi locali in vista di uno spostamento ideologico ad Est della futura guida dell’Europa, Di Maio nello stesso tempo lusinga i gilet gialli, va con Di Battista in missione a Strasburgo e mitiga attraverso il Premier Conte la politica dei respingimenti via mare cercando soluzioni umanitarie che cooptino il fronte moderato e solidaristico.

Per due formazioni politiche più vocate alla piazza, alla protesta e alle coreografie (si pensi agli ‘urrah!’ dal balcone di Palazzo Chigi per il reddito di cittadinanza o al video dei due Ministri all’arrivo di Cesare Battisti a Ciampino) l’azione di governo- da condividere senza una genetica propensione alla mediazione e alla concertazione – si sta rivelando una salita tortuosa e irta di difficoltà.

Il contratto di governo al quale entrambe le componenti si riportano ora per significare unità di intenti, ora per smorzare e superare le inevitabili divergenze non è un’alleanza vera e propria quanto piuttosto un alibi per mostrare all’esterno il lato positivo delle cose, la tenuta della maggioranza multicolore.

In realtà non sono mancati attriti e distinguo nella faticosa elaborazione del programma mentre la legge di bilancio, tra richiami della Commissione europea, minacce di procedure di infrazione, vincoli oggettivi, limature al rapporto debito/PIL, promesse e redde rationem con la realtà, ha assunto le vaghe sembianze della tela di Penelope agganciata ad un telaio traballante, incerto e soggetto a continui aggiustamenti e tarature.

Insomma questo contratto di governo assomiglia ad una sorta di letto di Procuste, ora angusto, scomodo e imbarazzante ora trionfalmente ospitale ma che non ha e non avrà il respiro di un’alleanza strategica di lungo termine perché troppe “manine” gli rimboccano le coperte.

Considerata la nota difficoltà all’uso dei congiuntivi e dei condizionali la descrizione delle azioni e delle procedure applicative degli enunciati programmatici volge sempre al tempo futuro: vedremo, faremo, verificheremo, valuteremo.

Il richiamo continuo all’applicazione letterale del contratto non esprime tanto la certezza dei convincimenti e il suo seguito consequenziale quanto spesso invece la diffidenza reciproca verso iniziative non preventivamente concertate: eppure i due dioscuri della coalizione non riescono a mascherare la smania di protagonismo, la primazia della decisione, la primogenitura dell’idea sempre con un occhio di riguardo ai sondaggi e al consenso raccolto in itinere.

Ma per quanto entrambe le forze politiche vogliano ostentare concretezza, tempismo e senso pratico, piglio decisionista, messa al bando di ciance e manfrine – naturalmente sempre nel preminente interesse del popolo sovrano – gli umori delle rispettive basi si fanno sentire ed hanno il loro peso.

Circolano mugugni e scontenti, delusione e ripensamenti in entrambe le platee elettorali.

Quella leghista non ha mai visto di buon occhio il reddito di cittadinanza, imposto in via unilaterale dai grillini che l’hanno sempre anteposto al diritto al lavoro. In Padania o altrove gli imprenditori avrebbero preferito incentivi diretti alle imprese anziché dazioni a fondo perduto secondo una procedura che si sta rivelando farraginosa, dai controlli incerti e dalla resa produttiva sociale indefinita.

Così come i pentastellati hanno maldigerito il decreto sicurezza, l’allargare i cordoni della legittima difesa,

la politica dei respingimenti e il blocco dei porti alle navi dei migranti.

Dai tempi di Bossi la Lega aveva nella tutela delle pensioni un suo cavallo di battaglia al punto che Salvini aveva promesso in campagna elettorale “l’abolizione della Fornero”, divenuta poi revisione e suo aggiustamento in itinere, dovendo scendere a più miti pretese.

Ma Di Maio ha sempre promesso sforbiciate alle pensioni d’oro, definizione che circolava da tempo ma che ha preso le sembianze di una persecuzione verso categorie sociali (medici, docenti universitari, presidi, dirigenti) che pure avevano versato regolarmente i loro contributi previdenziali, mentre sulla classificazione del metallo pregiato e sul tetto che stabilisce il ‘privilegio’ ci sarebbe molto da dire.

E poi c’è tutto il resto: le autonomie, i vaccini, le opere pubbliche, le infrastrutture, la Tav, la Tap, la liberalizzazione della cannabis, l’idea di famiglia, la prescrizione dei processi, i gradi di giudizio.

Emerge un malcelato desiderio di monetizzare i rispettivi piatti forti del menu, ovviamente in chiave di consensi elettorali.

I sottoscrittori del contratto non sono alleati di governo, non hanno mai avuto la vocazione ad una visione unitaria delle priorità, un modello sociale coerente e condiviso da proporre, dei punti di convergenza intangibili: era già chiaro nel limbo incerto del dopo voto e nelle ipotesi di governi possibili, numericamente e ideologicamente.

Corrono su due piste parallele fino a quando resteranno tali, nonostante incroci, deviazioni e cambi di passo.

I due vice-ministri ricordano i monsignori di cui scrisse Voltaire: “molto più impegnati a gareggiare nel distinguersi tra di loro che nell’assomigliare a Cristo”. E qui il nome del Signore sia detto in senso laico.

Dalle ampolle alla sorgente del Po ai raduni di Pontida da un lato fino alla piattaforma Rousseau e alla democrazia virtuale del web dall’altro c’è un solco profondo di riferimenti, valori, appartenenze.

Differenze che strideranno fino a quando – al redde rationem di una decisione da affrontare con punti di vista divergenti – prima o poi si arriverà ad una insanabile rottura.

 

 

 

 

* Già dirigente ispettivo del MIUR