Ultimo Aggiornamento:
02 luglio 2022
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Il gioco al massacro fra leader deboli

Fulvio Cammarano * - 05.02.2022
King Maker

Concluso il tour de force dell’elezione del Presidente della Repubblica, vale la pena chiedersi come stanno le istituzioni politiche. Molti ritengono che la mancanza di forza o di coraggio, al termine degli ultimi due settennati della Presidenza della Repubblica, nell’individuare nomi nuovi da eleggere alla massima carica dello Stato è probabilmente un segnale di debolezza soprattutto di una classe politica sempre più ripiegata su se stessa. Ognuno di noi può giudicare se la scelta di confermare Sergio Mattarella sia stata una decisione dettata dalla saggezza dei nostri rappresentanti, che hanno interpretato la volontà profonda del Paese, oppure un atto di autodifesa di un corpo politico che, eleggendo un altro Presidente, avrebbe rischiato di sciogliersi. Il fatto certo, però, è che il protagonismo mostrato dai grandi elettori durante le elezioni ha messo in mostra una sostanziale debolezza della leadership politica. Si tratta di un aspetto su cui vale la pena soffermarsi perché, a forza di ripetere che la personalizzazione della politica, avviatasi con la fine del XX secolo, è stato il propellente per l’emersione delle figure dei leader a scapito della tradizionale centralità del partito e delle istituzioni, ci dimentichiamo di dire che tale fenomeno ha avuto degli effetti anche tra i cosiddetti “rank and files” dei partiti. La disponibilità a farsi dettare la linea si rivela, infatti, proporzionale alla forza dei leader e laddove questa risulta debole o contesa sono inevitabili diffusi processi di disobbedienza e ammutinamento tra le “truppe cammellate” sempre meno disponibili a obbedir tacendo, anche in virtù di una crescita di considerazione del sé che la cultura della personalizzazione diffonde a piene mani. Insomma, se si riduce la centralità dell’istituzione-partito, viene meno anche la prospettiva di un’obbedienza perinde ac cadaver a dei leader a cui spesso non si riconosce superiorità politica e intellettuale. In questo modo, dunque, il leader è solo un primus inter pares, una figura con un incarico funzionale privo di quella “sacralità” che, anche per una cultura laica e disincantata come la nostra, dovrebbe alimentare il rapporto comando-obbedienza senza il quale nessuna istituzione politica può funzionare. Il fatto che tale tendenza non riguardi Giorgia Meloni conferma l’ipotesi. Tra i partiti di una certa consistenza, “Fratelli d’Italia” è infatti l’unico che preservi una cultura della disciplina, una fiducia nell’organizzazione il cui senso ultimo si ritrova nella fedeltà al “capo” e ai principi che incarna, almeno sino a quando non emergerà un altro leader in grado di interpretarli con più efficacia. Sia pure con diverse sfumature, invece, Salvini, Conte e Letta appaiono, anche agli occhi dei propri sostenitori, non come veri leader, ma come coordinatori delle diverse e talvolta contrastanti componenti che si agitano all’interno dei rispettivi schieramenti. Tali leadership deboli facilitano i processi di ammutinamento o disobbedienza per cui, individualmente o a piccoli gruppi, deputati e senatori si sentono autorizzati a muoversi autonomamente dalle indicazioni che giungono dal quartier generale. La cosa in sé potrebbe avere un senso se preludesse ad un ritorno alla politica ottocentesca quando i deputati non si ritenevano legati ad alcuna organizzazione, ma si dichiaravano responsabili solo nei confronti degli elettori. Se la tendenza in atto fosse davvero questa avremmo un parlamento certamente più disordinato e meno “governabile” ma decisamente più vivace e creativo. In realtà non c’è alcuna mutazione virtuosa in corso, ma solo la conferma di un guado in cui gli eletti dal popolo, pur non avendo, il più delle volte, strumenti culturali e politici per agire “in proprio”, si sentono autorizzati a farlo proprio dalla presenza di leadership esitanti e posticce.

Tale fragilità ha avuto una plateale conferma proprio in occasione del rito dell’elezione del Capo dello Stato quando tutti i segretari di partito hanno intravisto l’occasione di rafforzare la propria immagine provando a trasformarsi in “King maker”. Si tratta di un “gioco” molto faticoso e rischioso in cui i partecipanti debbono provare a imporre il proprio candidato, intestandoselo, oppure in alternativa, se non riescono, cercano quanto meno di impedire agli altri concorrenti di farlo. Mentre i leader erano impegnati in queste faticose manovre per guadagnarsi un “bonus legittimazione d’immagine”, parti consistenti delle diverse “basi” apparivano costantemente intente a sparigliare le carte e alla fine a imporre una soluzione a cui i vertici non stavano pensando. Risultato: il gioco è finito senza vincitori, perché nessun segretario può dirsi titolare dell’elezione di Mattarella e allo stesso tempo però nessuno tra loro può prendersi il merito di aver neutralizzato i “nemici” di Mattarella. Alla fine, erano tutti appassionatamente uniti in un ipocrita abbraccio che mostrava solo il languore dell’impotenza. Una scena che ha rallegrato i teorici dell’antipolitica i quali tuttavia dovrebbero riflettere sul fatto che quando i partiti sono malati e i leader malconci, anche le istituzioni non si sentono mai troppo bene.

 

 

 

 

* Ordinario di Storia Contemporanea – Università di Bologna