Ultimo Aggiornamento:
03 agosto 2019
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Il declino del M5S e la democrazia virtuale del web

Francesco Provinciali * - 01.06.2019
Antonio Polito

A margine dei risultati delle elezioni europee vorrei riprendere la riflessione avviata tempo fa in una intervista con l’editorialista del Corriere della Sera Antonio Polito in merito alla situazione politica, considerando la domanda e la risposta ad essa più pertinenti.

Domanda. “Nel 1992 Andreotti definì la Lega come un’espressione di protesta, destinata ad una rapida dissoluzione. Visti gli esiti successivi, di segno opposto, possiamo valutare allo stesso modo l’esplosione del Movimento 5 stelle oppure si tratta di un fenomeno destinato a durare e – se mai – ad espandersi, modificando radicalmente la politica italiana?”

          Risposta di Polito. “Direi che è un po’ troppo presto per valutare. La previsione di Andreotti non

          specificava l’entità della durata della Lega.

          Per quanto riguarda Grillo” la mia idea è che si tratti di un fenomeno transeunte, destinato a sparire

          abbastanza rapidamente. La Lega aveva un radicamento territoriale e la mission della politica a favore   

          del Nord. Questo invece è un movimento disarticolato, meno strutturato, con meno radicamento

          territoriale, per esempio non ha sedi o sezioni.

          Tuttavia occorre considerare un aspetto importante.

          Il Movimento 5 stelle porta in politica un’istanza sempre più diffusa nella società, che io trovo anche

          perniciosa: quella di chi ha smesso di credere nel progresso e nella crescita economica e pensa che

         ormai non ci resti altro che spartirci la povertà, perché questo è il destino delle società occidentali, che 

          non mette più in conto il “produrre”, perché non c’è bisogno di comprare e si può vivere con quello

           che ci dà l’orto di casa e che ci porta ad una economia di sussistenza.

           Pensare cioè che una società complessa possa funzionare facendo a meno delle banche, delle istituzioni,

           la politica organizzata: questo nuovo pauperismo, questa “decrescita felice” è assai diffuso nella società    

          e ne distrugge la voglia di fare e di crescere.

           Dovremo fare i conti sempre più con questi movimenti che nascono a sinistra ma che contraddicono

           un’idea essenziale della sinistra che è l’idea del progresso, il riscatto sociale, l’industria, la

           produzione. Temo che assisteremo ad una lenta sparizione della sinistra riformista in Europa, a

           motivo della decrescita dei finanziamenti per l’welfare, che sarà sostituita da questi movimenti

           sparigliati che si fondano sulla ribellione verso il potere organizzato”.

           Se osserviamo alcune dinamiche sociali presenti nei fenomeni di globalizzazione nell’ epoca della post-    

           modernità, possiamo notare come i “self-assembling-networks” – ossia le “reti auto- assemblanti” siano     

           presenti da tempo, specie nei contesti più evoluti del mondo occidentale, in un ambito di rapporti tra    

           offerta politica e domanda della società civile, di cui sono una tipica espressione.

           Mentre in Cina o in Siria il circuito del web alimenta un dissenso “sfuggente” e incontrollabile che  

          preoccupa il potere costituito, negli USA questa forma di movimentazione delle opinioni e la crescita della

          domanda sociale aveva di fatto costituito un forte “endorsement” già alla campagna elettorale di Obama.

           Il fenomeno in sé si esprime mediante la raccolta della partecipazione sociale attraverso la “rete”

           ma si complica nella fase in cui la cultura che circola nel web viene utilizzata come opinione

           prevalente ed espressione forte di critica o di dissenso.

           Conrad Wolfram ha in via generale evidenziato come si ponga in questa fase di circolazione delle

            informazioni e delle istanze sociali il problema della loro metabolizzazione e della loro gestione:

           se – come nel caso del M5S – essa fa capo ad un blog di raccolta emerge il peso che acquisisce la

           proprietà e la regia di queste fonti.

           C’è dunque una fase di transizione tra cultura che usa il web per cercare le notizie e le informazioni

           e cultura che le gestisce e le fa proprie per metabolizzarle e computarle sotto forma di messaggio di

           tipo politico. Ed è ciò che esattamente ha dato forma e sembianze al M5S.

           Forse alla politica tradizionale sfugge la portata di questa svolta, riconducendola tout-court ad una

           mera espressione di protesta che ha preso forma attraverso la rete e le piazze ma è destinata ad

           un possibile ridimensionamento e rientro.

           Una valutazione più accorta e tempestiva consentirebbe alla politica dei partiti tradizionali di

           accorgersi che invece è in atto una fase di passaggio da una democrazia sostanziale ad una virtuale.

           Sarebbe utile capire quanto sia potenzialmente negativo e pericoloso un fenomeno che legittima e

           supporta di fatto un’enclave ristretta di frequentatori del web, che cinguettano su twitter senza

           conoscersi ma da cui resta invece drammaticamente estranea la maggioranza dei cittadini.

           C’è un evidente problema di profilo di identità, anche in una logica di equidistanza a destra e sinistra.     

           Già la misura estremamente riduttiva e povera di significato rappresentativo delle ”parlamentarie” 

           ha consentito al M5S di esprimere candidati avvallati da un numero circoscritto di sostenitori:  

           utilizzando di fatto l’attuale sistema elettorale le autocandidature emerse in rete hanno posizionato

           in cima alle liste persone di cui gli elettori ignoravano identità, visibilità, curricola attendibili e

           programma elettorale.

           Un movimento nato all’insegna della trasparenza e che vuole aprire e scardinare le istituzioni

           finisce per inquadrare rigidamente la propria rappresentanza, vincolandola alla piattaforma Rousseau e    

           al cd. “mandato imperativo”.

           Una cosa non molto dissimile nella pratica – ma anche sotto un profilo di considerazione della

           procedura etica per valutare i meriti, le competenze e le capacità individuali – dalle vituperate e

           detestate liste bloccate dei partiti tradizionali.

           Qualche dissenso è emerso, ci sono state espulsioni e “allontanamenti volontari”, qualche scricchiolio

           sulla tenuta d’insieme si avverte, qualche ripensamento scaturisce dal confronto con la realtà sulle

          scelte utili e su quelle di coscienza.

           Democrazia e partecipazione non si esprimono solo in rete: coinvolgendo idee, passioni, sentimenti,

           concezioni che passano attraverso la coscienza dei singoli parlamentari sembra inevitabile che

           entrambe saranno in misura esponenzialmente crescente e pubblica chiamate a misurarsi rispetto a

           scelte e prese di posizione, per evitare di rimanere imprigionate in una sorta di nichilismo che

           vanificherebbe o ridimensionerebbe il senso stesso di una presenza e delle sue potenzialità finora

           inespresse.

 

 

 

       

* Ex dirigente ispettivo MIUR