Ultimo Aggiornamento:
13 luglio 2019
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Il costitutivo legame tra pluralismo e democrazia

Carlo Marsonet * - 11.05.2019
Mill On Liberty

La democrazia è un regime politico instabile e precario. Si tratta di una considerazione banale, è pacifico, ma non per questo va data per scontata. Sembra, infatti, che essa, come i tanti traguardi raggiunti dalla civiltà, sia vista quasi come un orpello, un risultato dato per acquisito in modo definitivo. In virtù di ciò, non vale la pena fortificarla giorno per giorno, giacché essa è ineluttabile.

Ebbene, la sua intrinseca gracilità sembra dimostrare il contrario. Essendo costituita da uomini, non può che risultare una creazione imperfetta e passibile di rivolgimenti interni. Ciò che scrisse Tocqueville a proposito della democrazia è risultato in gran parte vero. Essa si è dimostrata essere un fatto provvidenziale che ha abbracciato gran parte del mondo moderno. Nondimeno, aggiungeva il pensatore francese, essa poteva assumere forme assai divergenti: una connotazione liberale, da un lato, una connotazione dispotica, dall’altro. Ciò che è importante, allora, è considerare la democrazia come un’istituzione che dipende in larga misura dalla qualità dei suoi componenti. Efficace, in tal senso, la metafora popperiana: «le istituzioni sono come le fortezze, resistono se è buona la guarnigione». L’elemento umano, dunque, è la base della democrazia e la sua qualità dona al regime politico la linfa vitale necessaria. L’eccessiva massificazione, lo si è già sostenuto in precedenti interventi, è una delle cause che portano all’indebolimento democratico, benché sia una conseguenza in buona misura coltivata dalla logica democratica medesima. Massificazione significa, infatti, conformismo, atrofia mentale, appiattimento del pensiero, ma soprattutto servilismo dovuto alla richiesta crescente di diritti octroyés dal potere pubblico. La democrazia, in altre parole, diventa una straordinaria macchina di diritti sociali, senza vedere che più diritti comportano verosimilmente meno libertà. In questo modo, il versante liberale della democrazia non può che risentirne, a vantaggio di una fisionomia deresponsabilizzante e paternalistica dello Stato. Su questi temi imprescindibili per capire parte del malfunzionamento democratico si era soffermato ad esempio Kenneth Minogue, prima con “The Liberal Mind” e successivamente con “The Servile Mind”.

Tuttavia, questo non è l’unico pericolo che corre la democrazia. La massificazione, di fatto, incentiva il conformismo, come poc’anzi asserito. E le tendenze conformistiche sono un periglio per uno dei costitutivi elementi di una democrazia che si considera effettivamente liberale: il pluralismo. Basti pensare a ciò che scrisse un pensatore – che pure conobbe una parziale virata socialisteggiante – come John Stuart Mill nel suo “On Liberty”. Ma anche Hans Kelsen vide nell’impossibilità di fondare una verità superiore un sostegno imprescindibile alla democrazia. L’insegnamento di Hume – l’impossibilità di stabilire la assoluta superiorità di un valore su un altro – è uno dei baluardi del versante liberale del regime politico oggetto di discussione. «Chi ritiene inaccessibili alla conoscenza umana la verità assoluta e i valori assoluti – scrisse infatti il pensatore austriaco in “Essenza e valore della democrazia” – non deve considerare come possibile soltanto la propria opinione, ma anche l’opinione altrui. Perciò il relativismo è quella concezione del mondo che l’idea democratica suppone». Il razionalismo critico o scettico, in altre parole, non è nemico della verità. Essa va cercata attraverso il proprio sforzo riflessivo e mediante la discussione. Nondimeno, esso presuppone la tolleranza e la consapevolezza che ciascuno ha la libertà di pensare in modo autonomamente discordante.

Raymond Aron, proprio in virtù di ciò, definì la democrazia come regime “costituzional-pluralista”. Un ordinamento politico di questo tipo non può prescindere, infatti, dalla constatazione humeana del fatto che i valori non possono essere razionalmente fondati, ma solamente scelti. In questo senso, le “regole del gioco” democratico non possono che essere basate sul pari rispetto delle differenti posizioni politiche sostenute dai contendenti.

«Civiltà vuol dire, innanzi tutto, volontà di convivenza», sostenne Ortega y Gasset. E, ancora con le parole del filosofo spagnolo, «la forma che ha rappresentato in politica la più alta volontà di convivenza è la democrazia liberale». Il lato liberale e pluralistico della democrazia, in altri termini, è ciò che la rende così preziosa, perché è l’istituzionalizzazione del dissenso, dello spirito critico e, in definitiva, dell’individualismo moderno. Purtroppo, il pluralismo, soprattutto in Italia, è difeso a targhe alterne. Questa contraddizione fa male alla stessa democrazia perché il doppiopesismo mal si concilia con l’eguale trattamento di persone caratterizzate da pensieri contrastanti. La democrazia liberale è l’istituzionalizzazione del conflitto. Tentare di eliminarlo, e dunque di scardinare il pluralismo istituzionalizzato, significa regredire a un livello inferiore di civiltà.

 

 

 

 

Studente del corso magistrale in “Scienze internazionali e diplomatiche” presso l’Università di Bologna, sede di Forlì. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi.