Ultimo Aggiornamento:
27 ottobre 2021
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Le fondamenta per una nuova Asia? Il caso della Asia Infrastructure International Bank

Aurelio Insisa * - 11.04.2015
AIIB

È passato ormai quasi un decennio dall’inizio della charm offensive cinese che prese il via durante il secondo mandato dell’ex Presidente Hu Jintao, durante la quale la Repubblica Popolare aumentò esponenzialmente il proprio peso politico e culturale del paese all’estero. Fu l’inizio di una fascinazione, in parte tutt’ora in corso, di accademici e giornalisti europei e nordamericani per il nuovo soft power di Pechino. Il termine, coniato dal politologo americano Joseph Nye nei primi anni Novanta, indica la capacità di uno stato di esercitare il proprio potere politico principalmente tramite mezzi non coercitivi, in particolare tramite l’influenza culturale, il prestigio delle proprie istituzioni sociali e politiche, ed il controllo indiretto di istituzioni multilaterali.

Prendendo a pietra di paragone il soft power degli Stati Uniti, si può notare come al di là della capillarità dei prodotti della sua industria culturale, e della capacità delle università e delle sue aziende di attirare i migliori talenti mondali, Washington proietta il proprio potere a livello internazionale soprattutto tramite una serie istituzioni multilaterali, quali il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale o l’Organizzazione Mondiale per il Commercio nelle quali ha un enorme potere decisionale.

Da questo punto di vista si può capire perché il soft power cinese sia al momento sostanzialmente monco: Pechino è sì diventata nell’ultimo decennio un attore fondamentale nel panorama politico ed economico globale, ma continua comunque ad operare all’interno di istituzioni di matrice occidentale. L’ultimo anno però sembra aver aperto una nuova fase per la diplomazia economica cinese.

 

NDB e AIIB: i nuovi acronimi del potere economico cinese

 

A luglio dello scorso anno è stata fondata la Cina ha fondato la Nuova Banca di Sviluppo (New Development Bank – NDB) con gli altri membri del gruppo BRICS (Brasile, Russia, India e Sud Africa), con sede a Shanghai e un capitale iniziale di 50 miliardi di US$. L’obiettivo della banca è finanziare progetti di “sviluppo sostenibile” ed infrastrutture nel sud del mondo, creando fonti di credito alternativo alla BM e al FMI. Tuttavia è stata la recente fondazione della Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), a ottobre dello scorso anno, a dare un segnale ancora più forte sulle intenzioni cinesi di creare delle nuove istituzioni internazionali alternative a quelle emerse nel secondo dopo guerra. Similmente alla NDB, la AIIB si pone l’obiettivo di finanziare infrastrutture e progetti di sviluppo, anche se esclusivamente per il continente asiatico. A differenza della NDB, retta da un precario equilibrio tra gli interessi nazionali e le diverse capacità economiche dei paesi BRICS, la AIIB, pur perseguendo obiettivi simili, si differenzia per due aspetti cruciali: l’assoluta predominanza di Pechino all’interno del progetto, e la spaccatura che ha creato all’interno del sistema di alleanze americano.

Washington si è infatti fin da subito opposta alla creazione dell’organizzazione, adducendo (legittimi) dubbi sulla sua trasparenza e sulla qualità dei suoi standard; ma si tratta di dubbi che mascherano a fatica le reali motivazioni del rifiuto americano. L’amministrazione Obama è infatti convinta che la AIIB possa diventare uno strumento per l’egemonia politica ed economica della Cina in Asia Orientale nel futuro prossimo, ed è a partire da questa considerazione che si è prodigata negli scorsi mesi nel dissuadere i propri alleati (tra cui Roma) a rispondere alle sirene di Pechino. Il risultato, con la prevista eccezione del Giappone di Shinzo Abe, è stato un quasi totale fallimento: Regno Unito, Germania, Francia, Italia hanno ottenuto lo status di prospective founding members tra la fine di marzo e la scorsa settimana; nello stesso periodo Corea del Sud e Australia hanno ottenuto lo status di applicant countries e il Canada ha avviato le procedure di adesione. Senza ombra di dubbio si tratta di una delle più grandi vittorie diplomatiche di Pechino negli ultimi anni.

 

Facili entusiasmi?

 

Come già avvenuto nel caso della NDB, la fondazione della AIIB contribuisce ad alimentare la “narrazione” di un nuovo ordine mondiale dominato dalla Cina o dai BRICS. È sicuramente una prospettiva affascinante, che trova una forte risonanza tra i media generalisti (e sensazionalisti) del nostro paese, e certamente eventi quali l’acquisizione di Pirelli da parte del gigante industriale ChemChina non fanno che rinforzarla.

Eppure questa narrazione, tende ad offuscare le enormi difficoltà di carattere economico, politico e sociale che i paesi BRICS devono fin da adesso fronteggiare con grandi difficoltà. Brasile e Russia devono ancora riadattare le proprie economie adesso che la “bonanza” derivante dal boom dei prezzi dei beni indifferenziati è terminata, mentre Sud Africa e India rimangono ancora impantanate nelle enormi sperequazioni sociali ed economiche che lo sviluppo dell’ultimo decennio non ha ancora risolto. La Cina stessa, il paese più ricco e potente tra i BRICS, ha davanti sé sfide quasi insormontabili da superare nei prossimi anni: l’invecchiamento della popolazione e la sua ripercussione sulla struttura della sua forza lavoro, lo spettro di una middle income trap alle porte, il credito dei governi locali fuori controllo, e soprattutto l‘incerto esito della lotta alla corruzione lanciata dal Presidente Xi Jinping all’interno del proprio partito.

E tornando ai progetti istituzionali cinesi, come ha ripetutamente sottolineato l’Economist, una serie di fattori impediranno alla Cina di convertire la NDB e la AIIB in strumenti della politica estera di Pechino nell’immediato futuro. I limiti imposti alle capacità finanziarie della NDB (a causa soprattutto delle difficoltà economiche di Brasile e Sud Africa); la partecipazione dei paesi europei alla AIIB (che ne avvicinerà necessariamente l’operato agli standard della Banca Mondiale); le dimensioni stesse degli investimenti in infrastrutture necessari nei paesi in via di sviluppo, nell’ordine di svariati trilioni di US$ – un mercato talmente vasto da permettere la coesistenza della Banca Mondiale, della NDB e della AIIB, senza assicurare a nessuna di esse il predominio. Tali fattori fanno sì che le prospettive di un’egemonia cinese in Asia Orientale rimangano ancora lontane, ma certo rimane difficile scacciare la sensazione che in qualche modo il fatidico dado sia già stato tratto.

 

 

 

 

* Dottorando presso il Dipartimento di Storia della University of Hong Kong