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07 dicembre 2019
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Il “doppio binario” della politica che serve alla democrazia

Luca Tentoni * - 25.07.2015
Valore immigrazione

Il dibattito politico nazionale ruota ormai completamente intorno a due temi: l'economia (tasse, euro, lavoro) in primo piano e l'immigrazione in secondo. Il resto, riforme istituzionali comprese, può essere importante sul piano oggettivo ma - in una competizione che è ormai quasi solo mediatica - assume un rilievo marginale per molti. Il peso elettorale ed emotivo dei due argomenti maggiori finisce per caratterizzare le forze politiche quasi soltanto in base alle risposte che danno in materia. Risposte che sono a loro volta influenzate da contingenze (economiche, sociali, elettorali) molto "volatili". Sintomo di una fluidità che tende ad esasperarsi, per esempio, nel continuo mutamento di numero e consistenza dei gruppi parlamentari di Camera e Senato. Abbiamo un elettorato mobile, che - se non supera "steccati" tradizionali - ha però imparato a rifugiarsi (spesso e volentieri) nell'astensione; attraversiamo (in parte subiamo) una congiuntura economica che può essere agevolata o frenata da dinamiche interne, ma che risente molto di fattori esterni (non solo la crisi greca: si pensi al ruolo determinante che ha avuto la politica di Draghi in favore della diminuzione dei tassi e dell'alleggerimento del servizio del nostro debito pubblico); siamo in presenza di tensioni internazionali di diverso genere (migrazioni, conflitti, terrorismo). Sono tutti elementi di incertezza, quelli appena accennati, che dimostrano come sia difficile il compito di tenere assieme il tessuto politico, sociale, economico del Paese. Ancor più complesso, in questo quadro, è il ruolo di una politica che non abbia solo la modesta ambizione di recuperare un po' di affluenza alle urne, ma voglia soprattutto ricreare le condizioni per lo sviluppo di uno "spirito repubblicano" condiviso e fondante. Se la "domanda politica" è quasi solo immediata ed emotiva, legata al bisogno o alla paura, la risposta non può che essere altrettanto di breve o medio respiro. La preoccupazione per le prossime elezioni è tipica di ogni forza politica, ma non ha molto senso se non è accompagnata da una visione di lungo periodo, che sia non solo fattuale ma anche ideale. Non è sufficiente scrivere "liste della spesa" per l'oggi e per il futuro, ma occorre anche avere una visione chiara (anche impopolare, se occorre) dell'approdo, una cultura politica profondamente delineata. Se gli estensori del manifesto di Ventotene avessero dovuto badare alle elezioni successive, le avrebbero certamente perdute: pensare di mettere insieme, in un progetto futuro, popoli allora in guerra fra loro, non sarebbe stato apprezzato dai più. Gli stessi ideali del Partito d'azione, per esempio - al di là delle vicende, pur importanti, di quella formazione politica - condussero il Pd'A a conseguire, alla Costituente, meno di un terzo dei voti (1,45% contro 5,27%) rispetto all'Uomo Qualunque, il movimento antisistema del giornalista e commediografo Guglielmo Giannini. In generale, però, le forze politiche dell'immediato dopoguerra avevano una loro visione dell'Italia (condivisibile o meno che fosse) anche se si trovavano ad affrontare emergenze gravi come la Ricostruzione prima e, due decenni dopo, il terrorismo. Fino a quando lo sguardo verso le generazioni future e la gestione delle necessità presenti hanno trovato un equilibrio, anche le istituzioni e le finanze pubbliche ne hanno risentito positivamente. Quando invece si è preferito cogliere l'uovo del consenso elettorale immediato rinunciando alla gallina della stabilità dei conti, i risultati di breve periodo hanno premiato l'investimento politico ma hanno preparato il baratro per il futuro. Il pericolo che corre la nostra fragile democrazia, esposta a venti non facili da controllare e a spinte che - una volta avviate per calcolo o leggerezza - potrebbe non essere agevole frenare, è che l'affanno per i mesi venturi divenga l'unico marchio distintivo delle diverse forze politiche. Non è opportuno, inoltre, farsi ingannare dalle dimensioni del "non voto", pensando che si tratti soltanto di un grosso serbatoio elettorale calmo e - in certo modo - "acquiescente". Le tensioni che percorrono la società fanno ritenere che buona parte di quel fenomeno sia, in realtà, espressione di un rifiuto che può diventare anche radicale e irreversibile, indebolendo il patto basilare del nostro vivere civile, rappresentato dalla Carta Fondamentale votata dai Padri costituenti nel 1947. Il compito della politica, dunque, non è solo quello di soddisfare le esigenze e le necessità dell'immediato, ma di ricostruire in parallelo le ragioni dello stare insieme e la credibilità delle istituzioni rappresentative e dei corpi intermedi necessari per la vita e lo sviluppo di una democrazia sana. Per assolverlo, tuttavia, non è sufficiente la revisione di meccanismi e istituti (preferibilmente effettuata col più ampio consenso possibile) ma occorre una costante opera di trasparenza, ai vari livelli della vita pubblica, fino alla più remota periferia del Paese. Perchè quella che conta non è solo la qualità della democrazia reale, ma anche di quella percepita, senza la quale la partecipazione e la condivisione di esperienze e progetti per un futuro comune non possono avere speranza di incidere realmente nel tessuto sociale.





* Analista politico e studioso di sistemi elettorali

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