Ultimo Aggiornamento:
01 ottobre 2022
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I rendimenti decrescenti degli investimenti sociali

Annuale riflessione del CENSIS volta ad esplorare le prospettive future della società italiana

Francesco Provinciali * - 02.04.2022
Gino Martinoli

IL DIBATTITO

È consuetudine in casa CENSIS fare il punto della situazione sul ‘sistema Italia’, in occasione dell’annuale ricordo di Gino Martìnoli, uno dei fondatori dell’Istituto di ricerca e studio, a lungo presieduto da Giuseppe De Rita. Come descritto nell’annuncio della conferenza “quest’anno viene affrontato il tema dei rendimenti decrescenti degli investimenti sociali. Mentre la tanto attesa uscita dalla pandemia si diluisce nella nuova crisi legata al conflitto armato in Ucraina, la società italiana appare segnata da un disincanto verso la modernità. La crisi di fiducia non è solo la risposta estemporanea ai traumi vissuti di recente, bensì l’esito dell’erosione del lungo ciclo storico-sociale precedente: una fase in cui gli strumenti della ragione proteggevano dalle incertezze e dai rischi esistenziali, e gli investimenti sociali, sia pubblici che privati, favorivano la crescita del benessere individuale e collettivo”. Invitati a discuterne, moderati dal direttore generale dell’Istituto Massimiliano De Valeriis, relatori di livello: Giuseppe De Rita, Presidente CENSIS, Elsa Fornero, Docente di Economia all’Università di Torino, Innocenzo Cipolletta, Presidente FEBAF, Stefano Parisi, imprenditore, Giulio Tremonti, Presidente ASPEN Institute.

Il Presidente De Rita, illustrando i motivi che hanno indotto alla scelta del tema della video conferenza (non senza aver prima ricordato la figura di Gino Martìnoli ,”colonna della sua vita” con cui intensamente ha lavorato al CENSIS e i suoi interessi culturali, economici e sociali, in primis l’automazione e gli investimenti in cultura e formazione, anche in relazione all’innovazione tecnologica del Paese, all’idea del nucleare bocciata da Mattei) passa in rassegna come in una sorte di ‘cahiers de doleances’  le occasioni perse negli anni 50/60, partendo proprio dalle scelte compiute allora, privilegiando la scolarizzazione di massa e la formazione umanistica, espungendo i processi formativi legati proprio all’innovazione tecnologica e agli investimenti nell’energia.

Molto spesso oggi le parole magiche – digitalizzazione, riconversione ecologica ecc- non convincono le persone, manca un retroterra culturale mai metabolizzato nelle scelte politiche: ripercorrendo gli anni di queste decisioni non compiute si può parlare dunque di disinvestimenti sociali.

La Prof.ssa Elsa Maria Fornero riprende nel suo intervento il tema delle trasformazioni mancate del Paese con un certo rammarico, le idee irrealizzate di Martinoli per scarsa propensione della politica verso scelte proiettate nel futuro. Che cosa ha caratterizzato l’inversione di rotta avviata negli anni del boom economico? La crescita del PIL e gli investimenti sociali. Oggi è rimasta la preoccupazione del PIL ma abbiamo perduto di vista gli investimenti sociali. Nel mondo della formazione si è puntato alla scolarizzazione di massa ma si è finito per abbassare il livello qualitativo dell’istruzione,

Concitazione, imbarbarimento di ogni cosa hanno portato ad immaginare il tema dell’egualitarismo dimenticando il perseguimento dell’eccellenza.

Anche in periodo pandemico la DAD è stata un fallimento educativo: questi trascorsi sono due anni persi nel curricolo scolastico dei nostri ragazzi, con un danno economico riverberato sul Paese.

Gli investimenti nel sociale hanno perso rendimento perché hanno perso valore nella società.

Il sistema fiscale è diventato meno progressivo.

La povertà si è radicata nelle generazioni più giovani.

Occorre una scala etica di valori negli investimenti sociali.

Stare in Europa oggi è la nostra salvezza: di questo dobbiamo essere consapevoli: il futuro è autorevolmente dentro l’Europa.

Il PNRR non dà una risposta complessiva sul versante degli investimenti sociali e del welfare, la demografia che si va sviluppando ci spiega il declino di questi anni, l’Italia è davvero diventato il Paese delle culle vuote, come rimarcato dall’ISTAT.

Innocenzo Cipolletta – da parte sua – non condivide la nostalgia per il passato: il miracolo economico non è stato “rose e fiori”. Stavamo male e speravamo nel meglio, oggi stiamo bene e temiamo di cadere nel peggio. Gli anni 50 e 60 erano stati caratterizzati dal grande esodo degli italiani: dal sud al nord e dall’Italia all’estero. Non possiamo rimpiangere un passato che non può tornare. Il cd. “declino” riguarda tutti i Paesi industrializzati: fino al 2006/07 in modo sostenibile, poi però crollato successivamente.

L’Italia ha esportato molto ma ha dovuto tagliare i redditi, creando una carenza di domanda sociale interna.

L’idea che la spesa pubblica fosse una spesa di corruzione ha rallentato la crescita del Paese.

Dovendo ridurre il disavanzo pubblico si è cominciato a ridurre la spesa pubblica: non sono state rimodernate le infrastrutture, non sono stati fatti investimenti mirati ai criteri di efficienza-efficacia, non sono state sostituite le persone che andavano in pensione, si sono degradati i servizi resi al pubblico per scelta soprattutto della destra politica italiana.

Dobbiamo riprendere la strada della valorizzazione dei servizi pubblici: pagare meno tasse ma avere una sanità e una scuola scadenti non è una scelta oculata.

Non bisogna chiedere meno tasse ma sviluppare i servizi pubblici.

L’imprenditore Stefano Parisi, intervenendo nel dibattito allarga lo spazio dell’analisi ad una dimensione culturale, si sono fermati i processi di innovazione anche per colpa di una classe dirigente che non ha saputo rinnovarsi.

I partiti sono stati destrutturati, i corpi intermedi sono scomparsi, il sistema scolastico ha declinato verso un impoverimento della cultura nella società.

In particolare oggi la scuola non è organizzata in modo da creare sbocchi verso professionalità nuove.

Siamo in una situazione di gap – come Occidente – verso Paesi emergenti come la Cina che ha puntato alle nuove tecnologie.

La scuola deve essere per tutti ma di qualità, il drop out è elevatissimo, non siamo stati capaci di tirare fuori l’eccellenza che potenzialmente ciascun alunno possiede.

Tutto è appiattito su un sistema molto formalizzato, le riforme non hanno portato innovazioni significative. Nella logica di un welfare tutto spostato sugli anziani - in primis le pensioni - o sulla politica dei ‘bonus’ non si sono liberate risorse verso le giovani generazioni.

Il futuro riguarda la ricostruzione di valori comuni alle democrazie liberali che vanno riportate al centro del dibattito politico.

Occorre puntare alla qualità dei servizi: la sfiducia nelle istituzioni riguarda le loro inefficienze.

La politica teme l’innovazione e il futuro: esse possono essere invece leve straordinarie per risolvere i nostri problemi.

Ricordando l’anniversario dell’omicidio di Marco Biagi, Parisi punta il dito sulla tutela del lavoro come diritto e sull’incentivazione delle professionalità attraverso la formazione e le politiche attive del lavoro, specie in ordine alle riconversioni occupazionali.

La nostra classe dirigente non ha fondamentalmente fiducia nella società.

Serve un ripensamento collettivo sul modello sociale che va perseguito, eliminando le disuguaglianze valorizzando le potenzialità di ciascuno.

Il Prof Giulio Tremonti – infine – sottolinea l’interconnessione tra eventi politici ed economici. L’Italia fa intensi investimenti sociali, specie nella scuola e nella sanità. L’origine del debito pubblico si radica nel colossale fenomeno – trascurato - dell’emigrazione interna: dal sud al nord, dai piccoli centri alle città. Il fenomeno del debito pubblico ha inoltre avuto cause politiche, a motivo della deriva clientelare ed elettorale.  L’Italia in Europa è l’unico grande Paese duale: nord- sud creano aree diversificate in quanto ai differenziali che vanno considerati, rispetto a PIL, ricchezza, lavoro, scolarizzazione ecc.  La TV commerciale e la pubblicità sono gestite dalle imprese private in misura assai intensa rispetto alla media europea. Tremonti ricorda il periodo 2008/2011: l’Italia aveva il terzo debito pubblico del mondo senza avere la terza economia mondiale. Oggi vediamo gli effetti sociali e generali della crisi, generati dagli effetti della globalizzazione. Il problema della crisi oggi devastante è legato certamente alla pandemia e alla guerra ma è dovuto a problemi preesistenti.

Il debito pubblico contiene la vita delle famiglie, occorre prudenza nella gestione del pubblico bilancio.

Per questo ad esempio riforma delle pensioni, gestione della sanità, impostazione del sistema scolastico devono contenere messaggi rassicuranti di stabilità.

Il mondo è radicalmente cambiato mai come prima nella storia, a causa della globalizzazione: oggi subiamo le conseguenze della sua ingovernabilità.

 

 

 

 

Già dirigente ispettivo MIUR e giudice minorile