Ultimo Aggiornamento:
03 dicembre 2022
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Fra speranze e paure

Francesco Domenico Capizzi * - 09.11.2022
San Petronio

Intelligenze artificiali “allenate grazie al dataset”, robot che si comportano come “esseri umani“, che imparano dai propri errori” e si allenano per migliorare le proprie prestazioni” e “formulano specifiche previsioni, anche “aggiustando il tiro in caso di errori fino a trovare la relazione giusta fra dati emersi e dati reali… fino a lavorare correttamente in modo autonomo raggiungendo affidabilità vicine al 100%” per guidare automobili e complessi industriali, istruire economia e finanza, formulare diagnosi ed eseguire terapie e interventi chirurgici, assistere malati ed anziani, indirizzare il mondo della finanza e del commercio, ideare e comminare intrecci e disastri geopolitici e poi… nei teatri di guerra…tutto secondo algoritmi…

Oggi parlare di innovazione tecnologica appare riduttivo, rispetto ai cicli di crescita progressivi ed impetuosi, più debitamente definibile “rivoluzione tecnologica”, non soltanto a causa della sua espansione, ma per l’uso di apparati sistemici tali da rendere i nostri più prossimi antenati, per la semplicità dei mezzi adoperati, più vicini ai secoli medioevali che a quelli della “rivoluzione industriale”.

Le rapide evoluzioni tecnologiche e tecnocratiche, che constatiamo estendersi in tutte le fasi del giorno e della vita quotidiana, verificandone l’efficacia e l’utilità, sono da apprezzare, ma comportano rischi per l’influsso epistemologico bifronte, come già accaduto in molte conquiste umane. L’esaltazione totalizzante acritica di tecnica e tecnocrazia, coniugata alla conseguente egemonia se riposta nel solo pensiero positivista e scientista, condurrebbe a scambiare crescita tecnologica e scientifica con progressi culturali e sociali, cioè si realizzerebbe la sovrapposizione dei mezzi, con il loro cono d’ombra, sui fini. La egemonica pervasiva forza ecumenica della tecnologia, addirittura autoriflessiva e dalle capacità propulsive e autorigeneranti, sopravanzerebbero i processi che regolano le società civili e le stesse comunità scientifiche.

C’è, dunque, da chiedersi: tecnologia e tecnocrazia possiedono una loro autonoma progettualità? Salveranno oppure danneranno l’esistenza umana?

Intanto, non dobbiamo limitarci a prendere atto delle trasformazioni e neppure dividerci fra apologeti e catastrofisti, appunto: a mio parere il sistema tecnologico manca di un proprio progetto di salvezza  ma neppure  di  perdizione, il suo agire appartiene a noi stessi e dipende da noi e dalla nostra storia, anzi dalla Storia resta inseparabile.

A donne e uomini di buona volontà spetta il suo governo mediante l’etica della responsabilità, non testimoniale basata sulle sole buone intenzioni, ma su conoscenza ed efficacia delle azioni da dedicare all’altro e alla Comunità rifiutando tentazioni utilitaristiche e mercantili.

Quest’epoca dalle trasformazioni grandiose e repentine, sebbene dagli esiti imprevedibili non per difetti di conoscenza, può, come è avvenuto nella lunga storia umana, aprire nuovi orizzonti scientifici, sociali e perfino antropologici con potenzialità e interconnessioni inesauribili.

La via maestra da seguire appare “l’attenzione pura” (S. Weil, Quaderni, a cura di G. Gaeta, Adelphi 1982), coscienza compassionevole e speranza universale, Bene Comune espresso nelle Costituzioni democratiche, nella Dichiarazione universale dei Diritti umani, nelle Organizzazioni internazionali…si tratta però di trasferire e applicare i principi condivisi, scritti nelle Carte, nella realtà della vita quotidiana… per davvero e con urgenza!

 

 

 

 

* Già docente di Chirurgia generale nell’Università di Bologna e direttore delle Chirurgie generali degli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna