Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2020
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Effetti collaterali

Comportamenti ed etica pubblica

Francesco Provinciali * - 11.07.2020
Zygmut Bauman

Non so se nei nostri comportamenti sociali, nel nostro dire e nel nostro fare in rapporto al prossimo, valga di più la motivazione o l’esempio, se si agisca più consapevolmente di propria iniziativa o se contino di più i condizionamenti diretti o indiretti che riceviamo dall’agire altrui.

Penso che l’avvento della tecnologia e la sua contestualizzazione nella nostra quotidianità abbiano favorito l’omologazione e la standardizzazione dei modi di essere della gente, ormai tutto ciò che passa attraverso i canali dei mezzi di comunicazione e di informazione viene metabolizzato molto in fretta, entra nelle nostre case, incide sulle nostre abitudini, cambia i nostri stili di vita e modifica profondamente il nostro modo di essere.

Per questo, pur godendo di una serie di tutele formali un tempo impensabili semplicemente perché non necessarie, finiamo per essere meno indipendenti e meno capaci di compiere scelte autonome, trovo infatti che i condizionamenti esterni costituiscano ormai una rete, una sorta di involucro che ci avvolge e ci costringe, lasciandoci solo l’apparente illusione della libertà.

E’ evidente allora che in un mondo dove prevalgono le logiche computazionali, cioè i criteri di efficienza, di efficacia e di interesse – che a loro volta producono modelli sociali pedagogicamente devastanti come il valore dell’apparenza, il criterio della convenienza, la realizzazione del massimo di sé a scapito del prossimo, il possesso del mondo fino alla sua usura e il suo inesausto consumo affinché si possa sopravvivergli - parlare di ideali e di valori significa disquisire astrattamente di cose di cui non si ha riscontro, a meno che non ci si impegni in un lavoro di ricerca storica, non ci si eserciti nel ‘ricordare’ ciò che lentamente è rimasto sepolto dalle abitudini in una labile memoria collettiva.

Però il nesso esempio-motivazione rimane e conta, eccome.

Pensiamo al significato etico delle Istituzioni che sono espressione e sintesi di un lungo processo di sedimentazione di valori: lo Stato rappresenta l’interesse generale, i suoi apparati sono articolati in modo da tutelare l’esercizio del diritto e il rispetto del dovere, la differenziazione delle competenze e delle funzioni in modo che il cittadino trovi risposta ai suoi bisogni e il potere si eserciti nei limiti e nelle forme delle specifiche responsabilità.

Non è sempre stato così, ci furono epoche lunghe e buie di incertezze e di sopraffazioni, di prevaricazioni e di soccombenze.

Ora io non credo che Montesquieu si sia svegliato una mattina dicendo: “ecco l’uovo!”… “la soluzione sta nella tripartizione dei poteri, quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario”.

Fatto sta che da quell’intuizione in poi ha preso forma e sembianza l’apparato dello Stato moderno, che in genere ha funzionato sui concetti di ‘competenza’ e di ‘limite’: ciascuno sa ciò che deve fare e fin dove può arrivare.

Questo concetto vale se l’insieme di questo marchingegno che prende il nome di politica viene inteso come un ‘servizio’ che consente l’ottimizzazione dei risultati.

Mi pare che l’esempio oggi sia un tantino diverso: l’epopea confusa e incolore dei nostri tempi consiste nella logica voluta e consapevole dello sconfinamento e della prevaricazione, fino alla lotta tra i poteri dello Stato.

Quando questo si è verificato nella Storia ha costituito il preambolo di un rimescolamento di carte che ha generato confusione, veleni, sotterfugi, sopraffazioni,  sovvertimenti di un ordine costituito, fino al ribaltamento estremo: la dittatura.

Ci sono state situazioni e luoghi dove ciò è accaduto con un colpo di mano, dall’oggi al domani, e altre in cui c’è stato un lento sgretolamento di credibilità delle istituzioni, la lotta tra i poteri forti sostenuta del pessimo esempio dei governanti.

Al cittadino resta l’effimera fruizione di tutele puramente formali: cito tra tutte le conclamate virtù della trasparenza e della privacy che hanno finito col paralizzare le stesse relazioni sociali, ribaltando l’originaria ispirazione semplificativa e generando una conflittualità come sistema, da cui non si vede come si possa uscirne.

Questa è davvero la società del tutti contro tutti, senza centro e senza periferia, priva di certezze sui diritti e sui doveri.

La società dell’acrimonia, dell’invidia, dell’odio e del rancore.

Quando la politica deborda, la legge è incerta e precaria perché assoggettata alle cure dei pochi e non alla tutela dei molti, quando viene cambiata e adattata strada facendo per renderla malleabile ai propri interessi e tornaconti, saltano le regole che dovrebbero ispirare – a cascata – la stessa organizzazione sociale, nelle sue declinazioni più vicine alla quotidianità della gente, ai suoi spiccioli comportamenti.

Quando i rappresentanti del popolo finiscono per essere autoreferenziali e lontani dai problemi reali del Paese, quando litigano come bambini capricciosi ed offrono un pessimo esempio di condotta morale non si può immaginare che il loro esprimersi generi stimoli virtuosi all’agire collettivo.

Essendo il prodotto elettivo della collettività ne consegue che la società non è migliore dei suoi rappresentanti.

Globalizzazione e parcellizzazione sono l’ossimoro di un esponenziale e pervasivo processo degenerativo che nasconde certezze e punti di riferimento.

Il trionfo del relativo e del possibile, la sostituzione delle idee con la opinioni sono la matrice di un’etica flessibile che estirpa le radici e rende incerto e confuso il presente.

Quando lo stesso potere giudiziario– che dovrebbe essere garante della certezza del diritto- viene ad esser parte della deriva di intorbidimento prodotta da veleni, da sospetti, da collusioni di potere non solo declina l’idea di una giustizia super partes ma si trasmette un messaggio pedagogicamente negativo all’intero corpo sociale, generando uno spaesamento senza confini.

Max Weber aveva fondato sullo spirito etico e sulla rettitudine i tratti connotativi delle figure dello scienziato e del politico, di chi svolge un lavoro intellettuale per professione. Ma…..“tempora mutantur et nos mutamur in illis”….. se lui resta un gigante nella storia del pensiero, ci vorrà più tardi Zygmunt Bauman a riportarci alla realtà in divenire.: «Forse la parola democrazia non sarà abbandonata, ma sarà messa in questione la classica tripartizione di potere tra l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario». Addio, dunque Montesquieu: porte spalancate a possibili forme dittatoriali. Anche perché, «perfino la speranza è stata privatizzata».

Se saltano le regole può accadere tutto e il contrario di tutto: in un grigiore incerto e senza fine non si intravvedono gli sprazzi di luce dei fulgidi esempi.

Regge solo il rituale stanco di una gigantesca finzione collettiva, dove tutto è ammesso e giustificato perché si ha la percezione di poter fare esattamente quello che si vuole.

Fin qui l’effetto collaterale del buono e del cattivo esempio.

E la motivazione? In una società defedata non se ne immagina nemmeno l’ombra.

“Guardatevi dalla collera dei miti” diceva Platone.

In questo guazzabuglio di sentimenti confusi e contraddetti, di etica accomodata e contestualizzata al relativo, dove chi cerca la bontà è deriso come debole e soccombente, alzi la mano chi, onestamente, pensa di essere ancora mite di cuore.

 

 

 

 

* Ex dirigente ispettivo MIUR