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07 dicembre 2019
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Dopo il voto di New York: qualche cosa è cambiato?

Gianluca Pastori * - 21.04.2016
Donald Trump e Hillary Clinton

I risultati delle primarie dello Stato di New York, se non mettono la parola ‘fine’ alla corsa per la nomination presidenziale, quanto meno consolidano in modo importante la posizione di Hillary Clinton e di Donald Trump, che si accreditano sempre più come i frontrunner per la corsa del prossimo novembre. Il rassicurante margine con cui l’ex Segretario di Stato si afferma sul rivale Sanders fa giustizia delle proiezioni che davano i due avversari assai più vicini e le permette di portare a 1930 i delegati a suo favore a fronte di un quorum di 2383, contro i ‘soli’ 1189 di Sanders e i 136 ‘uncommitted’ che si riservano di decidere in sede di convention nazionale su quale candidato dirottare il proprio voto. Sul fronte repubblicano, i meccanismi che presiedono alle primarie nello Stato, che fissano una soglia minima di consensi perché i candidati possano accedere alla ripartizione dei delegati, fanno sì che Ted Cruz, con il 14,5% circa dei consensi, si ritrovi escluso da questa, che finisce dunque per premiare Trump (che con il 60,5% dei consensi incamera 89 delegati e si porta a 845 su un quorum di 1237) e per ‘bruciare’ i tre delegati che il 25% circa dei consensi assegna a John Kasich. In entrambi i casi, si tratta di risultati di cui tenere conto soprattutto alla luce degli impegni che i candidati saranno chiamati ad affrontare nelle prossime settimane, prime fra tutte le primarie che si terranno il 26 aprile in cinque Stati della costa Est (Connecticut, Delaware, Maryland, Pennsylvania e Rhode Island) e che metteranno in palio 172 delegati repubblicani e 462 democratici.

Quanto spazio rimane, in queste nuove competizioni, per gli sconfitti di New York? In realtà, forse più di quello che i numeri in sé e per sé non facciano pensare. Nel Partito repubblicano, la vittoria (peraltro attesa) di Trump non ha ancora spazzato il campo dal rischio di una ‘brokered convention’, rischio reso più concerto dal fatto che, per quanto si sia ritirato dalla competizione, Marco Rubio può contare ancora su un ‘pacchetto’ di 171 delegati; sommati ai 147 di Kasich, ai 57 ‘uncommitted’ e ai 16 aggregati da Ben Carson, Jeb Bush, Carly Fiorina, Mike Huckabee e Rand Paul, questi fanno un totale di 391: più del 50% dei 734 ancora in palio. Nel Partito democratico, allo stesso modo, se la sfida ‘a due’ riduce i margini di incertezza che Hillary Clinton deve gestire, la ‘presa’ che Bernie Sanders comunque dimostra presso fasce importanti dell’elettorato (donne e giovani, soprattutto nelle circoscrizioni minori) è un segnale indicativo della frattura che attraversa la sua base di consenso. Da questo punto di vista, se la scelta moderata fatta dall’ex Segretario di Stato ha concorso a rafforzare la sua posizione presso l’elettorato ‘di centro’ delle grandi città e presso alcune minoranze tradizionalmente importanti (ad esempio quelle di colore), essa pare avere alimentato anche la ricerca di un’alternativa che il Senatore del Vermont – appoggiandosi alla retorica del change che aveva sorretto la prima campagna di Obama – è riuscito a incanalare e trasformare in consenso in modi e termini in larga misura inattesi.

La strada che porterà, in estate, alle convention nazionali (il 18-21 luglio, a Cleveland, quella repubblicana; il 25-28 luglio, a Philadelphia, quella democratica) appare, quindi, ancora lunga e non del tutto agevole. Nelle prossime settimane, fra l’altro, i candidati dovranno affrontare la scelta delicata del ‘ticket’, ovvero di chi sarà il loro ‘compagno’ per la corsa alla Vicepresidenza; un tema che – nonostante le smentite ufficiali – sembra avere già cominciato ad agitare le acque repubblicane. Nel 2009, la scelta di Joe Biden come ‘ticket’ è stata fondamentale per lo ‘sdoganamento’ di Barack Obama anche agli occhi di parte del suo stesso partito. Altrettanto importante è stato il modo in cui Obama ha gestito il rapporto con lo sfidante sconfitto, riservando a Hillary Clinton un posizione centrale nella nuova amministrazione. Non bisogna, infine, dimenticare che il prossimo novembre, contemporaneamente a quelle presidenziali, le elezioni politiche porteranno al rinnovo della Camera dei Rappresentanti e di un terzo dei membri del Senato. Dagli esiti di queste consultazioni dipenderà, in larga misura, la capacità del nuovo Presidente (chiunque esso sia) di realizzare il proprio programma elettorale. Negli ultimi due anni, l’ostilità di un Congresso in mano repubblicana si è dimostrata un elemento fortemente limitante per l’azione dell’amministrazione Obama. Nelle valutazioni degli apparati di partito, ogni decisione in merito al candidato Presidente non potrà, quindi, non tenere in considerazione anche le sue eventuali ricadute sui complessi e sempre delicati equilibri congressuali.





Gianluca Pastori è Professore aggregato di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa, Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano.