Ultimo Aggiornamento:
01 dicembre 2021
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Contraddizioni in termini: quando il totalitarismo sostiene di perdere la libertà

Fulvio Cammarano * - 20.10.2021
Assalto CGIL

Fossi un no-vax o un no-green pass mi preoccuperebbe avere al mio fianco sostenitori che, raggiungessero il potere, mi impedirebbero qualunque forma di libera espressione o manifestazione di dissenso. Forse fa parte dell’ironia della storia il fatto che formazioni che si richiamano esplicitamente alle ideologie totalitarie fasciste e naziste debbano utilizzare slogan e argomenti che apparentemente sono dalla parte delle libertà dei cittadini, mentre in realtà appaiono solo il pretesto per guadagnare spazio d’azione utilizzando il disagio di alcuni settori sociali. L’attacco alla sede della Cgil sembra confermare questa strategia. Dietro il paravento dell’agitazione attorno al tema delle costrizioni vaccinali, Forza Nuova è riuscita a sferrare un attacco al nemico storico del fascismo, il sindacato. L’aggressione alla sede romana della Cgil non ha nulla di casuale, ma rappresenta un messaggio simbolico, direi quasi una sorta di richiamo della foresta, per tutti coloro che vedono nel sindacato, qualunque tipo di sindacato, l’istituzione che difende la necessità e l’inevitabilità di quel conflitto di classe che il fascismo sin dalle sue origini ha inteso sradicare dalla società. Colpire le sedi sindacali significa dunque individuare uno degli anelli, forse oggi il più debole, del pluralismo conflittuale, fondamento di ogni costituzionalismo democratico. Un fatto reso ancora più significativo dalla fase storica attuale in cui tutti i sondaggi segnalano la crescente indifferenza dei giovani nei confronti dei valori della democrazia politica. I temi dei diritti e delle libertà, quelli dell’importanza del conflitto all’interno delle regole costituzionali, non riscaldano più i cuori delle nuove generazioni che potrebbero dunque essere più facilmente irretite da messaggi di disciplinamento corporativo e nazionalistico spesso presentati come strumento di difesa del benessere degli italiani. Si tratta di una sfida complicata in un mondo sempre più aperto e attraversato da nuovi problemi, globali quanto angosciosi. Ed è proprio l’angoscia a favorire la ricerca di una “salvezza” che tra i soggetti, singoli e collettivi, più fragili e spaventati potrebbe facilmente prendere le forme della adesione alla violenza squadrista, violenza che, sarà bene ricordarlo, non è mai, per il fascismo, accessoria o episodica. Non esiste movimento o regime che, richiamandosi al fascismo, non sia obbligato, per la natura stessa di quella ideologia, a esercitare la violenza, pena la sua estinzione. Gli stessi regimi fascisti erano di fatto costretti, per giustificare la propria natura totalitaria, a portare avanti politiche aggressive e di conquista. La loro prospettiva vede nella violenza uno strumento di governo indispensabile e insostituibile. “Il fascismo non crede alla possibilità né alla utilità della pace perpetua – sostiene Mussolini - Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane (…). Noi il combattimento lo abbiamo nel sangue”.  Non a caso Hitler non mancò di ricordare più in generale che “la comprensione è una piattaforma troppo instabile per le masse. L’unica emozione che non vacilla è l’odio”. Conquistare, distruggere, sottomettere, rappresentano dunque valori che sono parte integrante del programma politico dei fascisti. Un leader di una formazione basata su quei principi che si limitasse alla propaganda senza condurre i propri seguaci all’esercizio della violenza, perderebbe carisma e verrebbe rapidamente defenestrato. Per questo deve esser chiaro a chi governa che permettere l’esistenza di un partito che si considera fascista significa accettarne a priori le inevitabili azioni violente che, ripetiamo, non può non commettere. E se è vero che lo scioglimento dell’organizzazione non implica in alcun modo la fine della violenza, dato che i militanti continueranno ad agire attraverso altri canali, è però altrettanto sicuro che tale misura mostrerà a tutti che esiste un limite, un recinto che non si può superare senza essere fuori dal tessuto costituzionale esistente. Per tale ragione, tra l’altro, sarebbe opportuno che lo scioglimento avvenisse su iniziativa del governo dato che, in un caso come questo, nessuno potrà sollevare la questione della discrezionalità politica, a conferma che di fronte all’evidenza non c’è bisogno della magistratura per ripristinare le gravi violazioni della Costituzione. È dunque sbagliato, in questa occasione, richiamarsi, come alcuni stanno facendo, al principio dell’utilità ritenendo inutile smantellare l’organizzazione, poiché, come si è visto in altre occasioni, troverà modo di riformarsi sotto altre spoglie. Se si dovesse ragionare così, si stabilirebbe a priori che il testo costituzionale è ormai carta straccia. Invece è essenziale ribadire che il fascismo non può avere alcun profilo legale in Italia. L’antifascismo è un valore fondante della Repubblica e dovrebbe essere rivendicato da tutti coloro che usufruiscono delle condizioni di libertà e pluralismo nate da quella scelta. Se è vero che la sinistra se n’è appropriata trasformandolo in un proprio riferimento esclusivo, spesso anche abusandone nel corso degli anni per ragioni di parte e di consenso (si attendono in merito riflessioni autocritiche), è anche vero che la destra italiana non si è mai decisa ad uscire dal cono d’ombra dell’opportunismo nostalgico. Di fronte ad un caso così eclatante, ad esempio, perché continuare a praticare il solito “benaltrismo” (“e allora chiudiamo anche i centri sociali”) funzionale solo a sviare il problema? Per le forze che si riconoscono nello schieramento di centro-destra questa sarebbe stata un’occasione clamorosa per dimostrare che l’antifascismo è un riferimento valoriale non partitico. Ma la cosa, ahinoi, non è neppure immaginabile. Perché, quando ci chiediamo se può esistere in Italia una destra in grado di prendere le distanze in modo serio e senza tentennamenti dal fascismo, conosciamo già la risposta: no, non esiste. Non può esistere perché la zona grigia dell’elettorato italiano, permeabile a quei valori, fa gola - in termini elettorali e di manovre di piazza - in quanto elastica e per nulla marginale, sempre pronta a trasformarsi, a seconda della gravità delle crisi, in zona nera.

 

 

 

 

* Ordinario di Storia Contemporanea – Università di Bologna