Ultimo Aggiornamento:
18 ottobre 2017
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Commemorare i Borbone. L’invenzione della storia regionale in una Italia che smarrisce il filo della democrazia.

Carlo Spagnolo * - 29.07.2017
Pierre Nora - Come si manipola la memoria

La mozione del consiglio regionale della Puglia per l’istituzione di una "Giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia" è soltanto l’ultima tappa della complessiva riscrittura delle memorie pubbliche a cui stiamo assistendo in tutta Europa dal 1991.  Pierre Nora, in Come si manipola la memoria (2016) nota che in Francia, nel secolo dal 1880 al 1980  erano state istituite appena sei commemorazioni; dal 1990 al 2005 altre sei, con una accelerazione impressionante degli interventi politici e legislativi sul passato nel sec. XXI. Due sono i pilastri di questa revisione, il riconoscimento delle vittime, emerso attorno alla centralità dell’Olocausto, e la condanna dei totalitarismi. Insieme alla scoperta delle rimozioni e degli oblii precedenti, e dei limiti delle narrazioni dei vincitori, emergono manipolazioni di breve respiro mentre il passato diventa oggetto dei media e non più dominio degli storici di professione. Alla storia si chiede giustizia invece che spiegazione, il passato si trasforma in una prateria di ingiustizie, con un effetto di sradicamento del rapporto tra nuove memorie ed esperienze nazionali.

 

È comprensibile che la fine della guerra fredda, con l’allargamento dell’Unione Europea a 28 paesi e la creazione di un nuovo fronte di perdenti della globalizzazione, abbia riaperto il dibattito sulle memorie storiche degli stati nazionali, in Spagna, in Belgio, in Francia, nel Regno Unito e altrove. In Italia la Lega lombarda ha aperto le danze negli anni Novanta e nel 2011 – l’anno delle celebrazioni del centocinquantesimo dell’unità - la scure di Tremonti si era abbattuta sulle festività del 25 aprile, del 1 maggio e del 2 giugno, con l’intenzione di sopprimerle. Man mano si abbandona la sacralità della narrazione patriottica e antifascista, mentre con la sussidiarietà voluta dal Trattato di Maastricht e la riforma del titolo V della costituzione si avverte l’esigenza di memorie regionali, che cercano ancoraggio ad unità amministrative mai prima esistite in autonomia.  Fragili forze politiche, in cerca di legittimazione storica, reinventano le radici dirette dei loro territori cercandole fuori dalla screditata democrazia dei partiti. Magari in una bolla papale del 1569, come ha fatto il 7 marzo scorso il Consiglio regionale della Toscana. Un bel paradosso, affidare al papato l’emancipazione politica di una regione italiana nota per aver partorito Machiavelli e Guicciardini.

 

Non sorprende, in questo quadro, che maturi una positiva sensibilità verso i vinti del Mezzogiorno, una attenzione alle storie locali e alle loro differenze, alle “guerre civili” che hanno accompagnato alcuni terribili passaggi della storia italiana. Tuttavia sconcerta la decisione quasi unanime del Consiglio regionale pugliese di celebrare il 13 febbraio le “vittime meridionali dell’unità” perché assunta senza una seria istruttoria e un dibattito pubblico, quasi che storici, mondo della cultura e cittadini non debbano interferire su queste materie. Per raggiungere un accordo trasversale tra le forze politiche, nell’illusione di “spoliticizzare” le vittime e creare una unificata memoria meridionale si sono sovrapposte narrazioni incompatibili.

La scelta del 13 febbraio 1861 è infelice perché commemora, con la presa di Gaeta, la caduta della monarchia borbonica improvvisamente elevata a vittima. Scompare così ogni responsabilità di Ferdinando II e Francesco II nell’isolamento internazionale del Regno di Napoli e nel crollo di consenso su cui i Mille costruirono il loro successo. Se carnefici sono i piemontesi e Cavour, complice diventa l’impresa garibaldina. Si condanna l’unica “rivoluzione meridionale” della nostra storia, che vide protagonisti migliaia di giovani volontari pieni di speranze per un’Italia migliore. Non si offendono, il 13 febbraio, quelle speranze, i caduti garibaldini, i caduti di Palermo e Catania, quelli della rivolta di Bronte, e i caduti militari piemontesi? E nemmeno si riconosce la complessità della successiva vicenda dei “briganti”, la differenza tra i soldati filoborbonici capitanati da Ruffo, i reduci garibaldini disciolti, i renitenti alla leva, i ribelli o semplicemente le bande di malviventi che caddero dopo l’unità sotto la repressione della legge Pica. Si celebra invece la data desiderata da un neoborbonismo nostalgico e si identifica nella defunta monarchia sabauda (o nello stato italiano?) il capro espiatorio dell’odierno declino meridionale.

 

Lo confermano le motivazioni della delibera regionale che collegano le vittime dell’unità alla fragorosa scoperta di un “Sud (borbonico) evoluto rispetto alle altre realtà del XIX secolo”.  Di un Sud vittima dell’unificazione e così moderno da superare la Lombardia e il Piemonte e gareggiare con Francia, Impero asburgico, Prussia e Inghilterra narrano alcuni libri di successo che poco hanno a che vedere con la storiografia che pure ha trattato di queste vicende senza riscuotere attenzione dei media. I sogni non si negano a nessuno e la storia non è in bianco e nero, ma la questione cambia se si impongono perentorie interpretazioni del passato nei testi di legge. A maggior ragione se dovrebbero servire da guida per celebrazioni e dibattiti “nelle scuole e nella società civile.”

 

Vogliamo sperare in una rapida correzione di rotta e in un dibattito franco perché risulta che identiche proposte giacciano nei consigli regionali di Abruzzo, Molise e Campania. La strada aperta in Puglia rende breve il percorso verso una autoliquidazione della tradizione liberale e democratica dello Stato nazionale, l’unica che – specialmente dal secondo dopoguerra agli anni Ottanta – molto ha fatto con la riforma agraria, l’intervento straordinario e l’istruzione pubblica per mettere in moto il Mezzogiorno e portarlo ad una crescita dei redditi e degli investimenti senza precedenti nella storia del paese. Nonostante alcuni limiti di quelle iniziative oggi si sente la mancanza di una analoga progettualità, ma davvero ogni colpa delle difficoltà odierne del Mezzogiorno sta nell’unità dello stato?

“Vittime” per oltre centocinquant’anni; e di chi, se non di noi stessi? Un assist migliore ai pregiudizi leghisti sul familismo e sul piagnisteo atavico dei meridionali non si poteva immaginare. Della reinvenzione della storia non meriterebbe parlare se non riguardasse il nostro vivere civile, il modo in cui ci rapportiamo all’ Unione Europea, e il nostro presente. Virgilio vedeva il mito fondatore della migliore Roma in Enea che porta sulle spalle Anchise: un migrante dell’Anatolia che fonda altrove una città multietnica e un impero, il presente che si fa carico del passato in vista del futuro. L’etica della responsabilità è tanto più necessaria quando all’orizzonte compare l’etica esclusivista della appartenenza etnico-territoriale.

 

 

 

 

* Docente di storia contemporanea, Università di Bari