Ultimo Aggiornamento:
22 gennaio 2022
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Chi ha paura dello sciopero?

Fulvio Cammarano * - 18.12.2021
Sciopero

Sciopero è un termine ansiogeno, una parola che evoca preoccupazione e fastidio nell’opinione pubblica. La preoccupazione deriva dal clima di tensione e agitazione che si crea in occasione delle manifestazioni e dei comizi dai toni infuocati, mentre il fastidio, più prosaicamente, sorge per la sospensione della routine quotidiana, vale a dire per i problemi causati dall’interruzione dei servizi pubblici e della produzione. E’ invece un peccato che tale parola non riesca quasi mai a suscitare un sentimento di sollievo a fronte della constatazione che il sistema democratico, con tutti i suoi limiti, funziona. Non dobbiamo infatti dimenticare che la prima misura attuata dai regimi autoritari è proprio quella di vietare ogni forma di sciopero. Turbati dall’emergenza pandemica, timorosi per la ripresa dell’economia, ci stiamo dimenticando che il funzionamento della democrazia è decisivo per il nostro futuro ed è strettamente connesso alle logiche della conflittualità nel mondo del lavoro. Ce l’ha opportunamente e bruscamente ricordato nello scorso ottobre l’attacco squadristico alla sede della Cgil. Il fascismo ha infatti sempre ben chiaro che uno dei suoi obiettivi principali è l’indebolimento e poi l’eliminazione del sindacato in quanto istituzione che rappresenta gli interessi di quella componente del mondo del lavoro che a vario titolo definiamo salariata, dipendente, e che per sua natura si contrappone a quella imprenditoriale. Oggi il verbo contrapporre non piace ma è un errore perché prendere atto dell’esistenza di interessi diversi, contrastanti, ma certo non inconciliabili, è il solo modo consapevole per non lasciarsi incantare dalla retorica “corporativa” dell’unità di intenti di tutte le forze produttive, a prescindere dalla loro condizione lavorativa e sociale. Molti temono che un simile conflitto possa caratterizzarsi come preludio della disgregazione della comunità, ma nei fatti è esattamente il contrario: è il segnale della maturità delle società le cui istituzioni democratiche possono e debbono crescere all’interno di un sistema di libero mercato.

Proprio oggi che i valori della rappresentanza, politica e sindacale, sembrano in difficoltà di fronte alla narrazione “decisionista” della centralità dei leader e dei capi più o meno carismatici, è indispensabile ribadire la necessità del conflitto come “ricostituente” del pluralismo poiché, come sappiamo, la democrazia si consolida proprio nel faticoso percorso di ricomposizione, sempre provvisoria, degli interessi in gioco.

Per questo, a prescindere dalle ragioni che hanno convinto Cgil e Uil a proclamare lo sciopero di due giorni fa, quello che oggi appare più importante è evitare di delegittimare il ruolo della critica sindacale soprattutto quando si esprime polemicamente sul grado di equità delle misure contenute nella legge di bilancio. E’ naturale, direi fisiologico che, nel momento in cui il governo si avvia a ridisegnare, in modo diretto e indiretto, la distribuzione del reddito nazionale, possa sorgere un conflitto di interessi sul modo più giusto e razionale di collocare le risorse e riorganizzare il welfare. Contestare alcune di quelle scelte non solo è un diritto e un dovere di chi rappresenta il mondo del lavoro ma, in questo caso, è anche un segnale di vitalità per una comunità nazionale adagiata su un pericoloso unanimismo nei confronti del governo dell’emergenza troppo spesso, inconsciamente ed erroneamente, assimilato da una parte di opinione pubblica allo Stato d’eccezione ovvero alla fase della sospensione dei diritti politici. Il dissenso della Cisl in questo caso va considerato come fattore positivo in quanto amplifica l’immagine virtuosa delle divergenze in un mondo, come quello sindacale, troppe volte considerato omologato nel conformismo. Si può essere d’accordo o meno con le scelte del governo e con le decisioni di Cgil e Uil, ma, al di là dei nostri convincimenti, quello che conta è vigilare sui rischi della logica del “non è il momento” perché si tratta di un gorgo retorico da cui sarà sempre più difficile uscire. Ne abbiamo la conferma nelle dichiarazioni del segretario della Lega Matteo Salvini il quale ritiene che: “in un momento così delicato per l'Italia e gli italiani la mobilitazione è davvero contro il Paese, contro i lavoratori, contro il buon senso". Quando si parla di sciopero, insomma, viene spesso tirata in ballo la sua inopportunità perché c’è sempre una crisi, una congiuntura, una difficoltà da superare, c’è sempre un interesse superiore da difendere: chi si ricorda in Italia un momento in cui uno sciopero è stato opportuno? Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, commentando la decisione di Cgil e Uil, ha affermato che “la battaglia fra padroni e servi è una battaglia fordista del '900, il mondo del lavoro si è trasformato”. E’ vero, però bisognava anche indicare la direzione verso cui si è avviata tale trasformazione. Dal punto di vista del lavoro infatti il fordismo, un termine che evoca un universo obsoleto, non risulta, guardandoci intorno, superato da alcuna modernità postfordista, anzi molti ritengono che siamo ritornati ad una realtà pre-fordista fatta di precarietà e incertezza in cui - come ricordava lo storico Tony Judt nell’esergo di un suo celebre volume - “la ricchezza si accumula e gli uomini vanno in rovina”.

 

 

 

 

* Ordinario di Storia Contemporanea – Università di Bologna