Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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Brasile, una battuta d’arresto.

Rafael Ruiz * - 13.06.2015
Partido dos Trabalhadores

Scrivo queste righe nei giorni in cui il Partido dos Trabalhadores (PT, Partito dei Lavoratori), adesso al potere, celebra il proprio Congresso Nazionale nel pieno di una crisi profonda. Non sono pochi i membri del partito – alcuni davvero di peso e piuttosto influenti – che stanno criticando sistematicamente la presidentessa Dilma Rousseff per le misure adottate negli ultimi mesi. Alcuni sono addirittura arrivati a dire che sarebbe stato meglio non celebrare il Congresso. È stato l’ex-presidente Lula a dover affermare che agli occhi dell’opinione pubblica non si sarebbe fatta una buona figura cancellandolo o rimandandolo.  

Nell’ottobre scorso, alla vigilia delle elezioni, nessuno avrebbe pensato che si potesse arrivare a una crisi di tali proporzioni. Che cosa è successo? Questa è la domanda che tutto il Paese si sta facendo, talvolta in modo esplicito ma più spesso in silenzio. Non è facile rispondere. Certo è che le elezioni sono state vinte con un margine davvero risicato: 52% contro 48%, il risultato peggiore per un presidente nelle ultime quattro elezioni.

Quanto più ha pesato nell’opinione pubblica, senza dubbio, è il cosiddetto “scandalo della Petrobás”. Poche settimane dopo le elezioni che hanno confermato al potere la presidentessa Dilma e il PT, una delle imprese statali più grandi e dal maggior fatturato è stata coinvolta in uno degli scandali-corruzione più aspri e importanti della recente storia brasiliana. Un buon numero di direttori di imprese di costruzioni civili sono ora sotto processo – alcuni già in carcere – perché coinvolti in un sistema di tangenti destinate a riempire le casseforti del PT e di altri partiti della coalizione governativa. La scintilla è scoppiata dopo la cattura, nel marzo 2014, del doleiro (è il nome che in Brasile si dà a chi opera illegalmente nel mercato dei cambiavalute) Alberto Youssef. Accusato di corruzione, riciclaggio e partecipazione in organizzazione criminale volta a garantire ai partiti le “donazioni” della Petrobás, Youssef si è accordato con la polizia brasiliana promettendo, in cambio di una riduzione della pena, la denuncia di tutti quelli che sono coinvolti nello scandalo.

Nel momento in cui a spinosa questione si manifestava all’opinione pubblica, alla fine del 2014, le finanze pubbliche sono sembrate entrare in crisi. Quotidianamente i mezzi d’informazione davano notizie relative alla mancata quadratura dei conti, al possibile innalzamento delle imposte e dei prezzi di beni pubblici quali elettricità, acqua e trasporti e all’eventualità di una crescita dell’inflazione, da anni contenuta in termini più che ragionevoli. Dal giorno di presa di servizio della presidente Rousseff (1 gennaio) le peggiori previsioni si sono di fatto avverate. Per arrestare la caduta e nel tentativo di ricondurre l’economia sui binari della normalità, Dilma ha nominato Joaquim Levy ministro delle finanze. Problemi? Molti. Levy fino a poche ore prima della nomina era, se così si può dire, il braccio destro di Luiz Carlo Trabucco, presidente di una delle più grandi banche private del Paese, il Bradesco, con l’incarico di direttore-sovrintendente. Le prime misure di Levy sono state sistematicamente e ferocemente criticate da deputati e da altri membri storici del PT, che in esse hanno visto una sorta di tradimento delle promesse popolari fatte in campagna elettorale. Attualmente l’Indice Nazionale dei Prezzi segna una crescita dell’8,47% per gli ultimi dodici mesi, l’indice maggiore dal 2003. Ironicamente, nei mesi invernali (gennaio e febbraio) vari stati del Paese quali Minas Gerais, Rio de Janeiro e soprattutto San Paolo si sono trovati sull’orlo del collasso idrico, concretizzato nella mancanza d’acqua nei depositi e in un razionamento non dichiarato dai governatori statali ma molto sentito nelle case, principalmente quelle dei più poveri.

Non si sa cosa ci si possa aspettare dal Congresso (11-13 giugno) di un PT già notevolmente diviso. Sembra che il Partito stia tentando di rifondarsi, queste almeno sono le voci di strada e di corridoio, ma non si sa quale direzione possa prendere. Nel frattempo il governo prova a contenere la crisi economica e la crescita dell’inflazione con misure anti-popolari e logoranti. Levy cerca di tagliare dove può ma anche dove non si potrebbe, sostenendo che tutto è sotto controllo mentre però viene attaccato dalle critiche dello stesso partito di governo.

L’opposizione come si sta muovendo? Forse l’affermazione più eloquente è stata quella del senatore Aloysio Nunes, membro storico e di rilievo del PSDB (Partido de Social Democracia Brasileira), che nel marzo scorso ha sinistramente dichiarato: “Non voglio l’impeachment, voglio vedere Dilma dissanguarsi”.

Nel frattempo il Paese aspetta. È un’attesa che già inizia a provocare dei danni perché l’inflazione, la disoccupazione e i prezzi pubblici stanno crescendo. Per il momento non molto, ma crescono, lentamente e progressivamente.

 

 

 

 

Professore di História da América nella Universidade Federal de São Paulo

Traduzione di Claudio Ferlan